DEL PERCHE’ LE STRADE CHE PORTANO AI CIMITERI SIANO LASTRICATE DI BUONE INTENZIONI

fotovoltaico

Ai tre o quattro amici affezionati che ogni tanto passan di qui a trovarmi, approfittando anche del fatto che fuori piove,  vorrei oggi proporre non una vignetta ma una modesta riflessione su come l’assenza  di realismo ci porti spesso a favorire con i nostri migliori propositi proprio quelli che vorremmo combattere.

Il mio breve discorso è focalizzato, in particolare,  sul fotovoltaico e sulle altre fonti alternative di energia, come l’eolico e le biomasse, grande tema che certo appassiona un po’ tutti,  ecologisti  e non.

Orbene, tutte le strutture che sono state realizzate in questi anni in Italia (parlo solo dell’Italia, perché  non conosco ciò che avviene negli altri paesi) e che hanno conquistato in maniera sempre più pervasiva  i tetti degli edifici e i panorami bucolici, devono il proprio successo esclusivamente alla cosiddetta “tariffa incentivante”, ossia una sorta di “premio” che il Ministero dello sviluppo economico, in linea con le direttive dell’Unione Europea, per il tramite del GSE (Gestore Servizi Energetici), paga a coloro che realizzano un impianto a c.d. energia rinnovabile.

Qual è il problema? Il problema è che, senza questa tariffa incentivante, gli impianti ad energia rinnovabile sarebbero assolutamente antieconomici, ossia non vi sarebbe nessuna convenienza né a costruirli né a gestirli. Altro problema è che, le risorse per corrispondere la tariffa incentivante, derivano dai balzelli che incombono su tutti noi, ossia da quella parte di tasse che paghiamo allo  Stato e che lo Stato assegna ai soggetti che realizzano uno di quegli impianti.

Mi direte: ma cosa c’è di male in tutto questo? In fondo, se si vuole incentivare qualcosa che poi sarà a utile a tutti, bisogna pur accollarsi un qualche sacrificio.

Vero. Peccato che i nostri sacrifici siano andati a compensare con un’autentica marea di miliardi, tutta una serie di soggetti ai quali dell’utilità sociale non gliene poteva importare  la classica “beata minchia”. Perché, amici miei, nel business delle energie rinnovabili, fiutato l’affare, si sono gettati a capofitto proprio i peggiori tra i tanti “scavengers” che popolano le savane del nostro mondo corrotto: le varie mafie, gli speculatori d’ogni sorta, i faccendieri e i politici di qualsiasi schieramento. Insomma, tutti i soliti protagonisti dell’italico malaffare, veri maestri del cavar soldi dalle cose inutili a spese della comunità.

Così, credendo di favorire lo sviluppo d’una idea oggettivamente positiva, l’energia pulita, nel lustro trascorso abbiamo penalizzato il cittadino onesto, gravandolo di pesanti tributi, per premiare con un fiume di danaro proprio quei delinquenti che, con le loro azioni di speculazione e rovina del territorio, sono di fatto i peggiori  nemici dell’ideale che s’intendeva  promuovere.

Come di consueto, beffa e danno son due compari che non la smettono mai d’andarsene in giro a braccetto.

LO SCEICCO DEL KUWAIT

Il fondo Kia, uno dei primi fondi sovrani al mondo, investirà 500 milioni di euro nel Fondo strategico italiano (Fsi) e quindi, attraverso questo, nelle aziende italiane, ha annunciato il premier Enrico Letta. L’investimento sarà fatto tramite una società comune a governance italiana. La firma dell’accordo è prevista per marzo. Kia deterrà il 20% mentre il Fsi deterrà l’80% della società. “Oggi è stato finalizzato un importante accordo con il Kuwait – ha detto Letta -. Il Fondo strategico del Kuwait (Kia), che è il più antico dei fondi sovrani, ha deciso di investire sull’Italia 500 milioni di euro messi subito tutti d’un colpo, denaro contante, per capitalizzare il Fondo strategico italiano della Cassa depositi e prestiti. Le risorse saranno gestite dal nostro Fondo strategico per rilanciare le imprese italiane”.

In cambio, il Governo italiano procederà a un’estensione alla Comunità Sunnita Italiana della legge 25 marzo 1985, n. 121 di Ratifica ed esecuzione dell’accordo con protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modifiche al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede.  Per effetto di questi accordi, la Comunità Sunnità, oltre a beneficiare dell’8 per mille, potrà disporre tra l’altro di propri insegnanti di shari’a presso le scuole italiane fino al terzo grado, di esenzioni dalle imposte, di cappellani nell’esercito e nei vari corpi militari, di agevolazioni per la costruzione dei propri luoghi di culto.

SECONDO LA SUPREMA CORTE NEANCHE IL FALLIMENTO SALVA L’IMPRENDITORE DAL REATO DI OMESSO VERSAMENTO DI RITENUTE PREVIDENZIALI

La Cassazione, con la propria sentenza 3705 del 2014, ribadisce una volta ancora che a fronte della contestualità e indefettibilità del sorgere dell’obbligazione di versamento dei contributi previdenziali con il fatto stesso del pagamento della retribuzione, non si può invocare l’impossibilità di adempiere per il solo fatto di essere falliti, dovendosi individuare  il reato proprio nel mancato accantonamento delle somme dovute all’Ente.

“Altrimenti” concludono i giudici della Suprema Corte “se tutti accampassero la scusa del proprio fallimento per non versare i contributi, come farebbe il povero dottor Mastrapasqua a finire di pagare la  villa che s’è fatto a Cortina?”.

Un ragionamento che, come al solito, non fa una grinza.

CERTE COSE BISOGNA SAPERLE

La politica ci costa 23 miliardi di euro all’anno

Massimo Gianvito

17/12/2013 17:29

Secondo uno studio del sindacato Uil per mantenere il sistema politico ogni contribuente spende 757 euro. Non è solo un problema di stipendi, ma anche di un numero elevato di strutture e centri di costo spesso inefficienti e inefficaci

Ventitre miliardi, questo è il costo della politica ogni anno in Italia, pari a 757 euro per ciascun contribuente. A fare i conti è stata la Uil, che ha presentato la terza edizione del rapporto i “Costi della Politica” (in fondo all’articolo il rapporto integrale). Vediamo qualche numero più in dettaglio. Come detto, i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 23,2 miliardi di euro, tra funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche, consulenze e costi (per mancati risparmi) derivanti dalla “sovrabbondanza” del sistema istituzionale. Per il funzionamento degli Organi istituzionali (Stato centrale e Autonomie territoriali), nel 2013 si stanno spendendo oltre 6,1 miliardi di euro, in diminuzione del 4,6% rispetto all’anno precedente (293,3 milioni di euro in meno); ma per le consulenze si spenderanno 2,2 miliardi di euro e 2,6 miliardi di euro per il funzionamento degli organi delle società partecipate. La sola voce “mobilità” (auto blu e grigie, taxi, vetture a noleggio, ecc.) è stimata, prudentemente, in circa 2 miliardi di euro l’anno (il Formez stima a novembre il costo a oltre 1 miliardo di euro escludendo però le spese per i noleggi, taxi, le auto di sicurezza e quelle assegnate ad personam).
Sono oltre 1,1 milione le persone che vivono direttamente, o indirettamente, di politica, il 5% del totale degli occupati nel nostro Paese. Praticamente un esercito al cui vertice ci sono oltre 144 mila tra parlamentari, ministri, amministratori locali e sottosegretari; 1.270 presidenti, assessori e consiglieri regionali; 3.446 presidenti, assessori e consiglieri provinciali; 138.834 sindaci, assessori e consiglieri comunali. A questi si aggiungono gli oltre 24 mila consiglieri di amministrazione delle società pubbliche; oltre 45 mila persone negli organi di controllo; 39 mila persone di supporto degli uffici politici (gabinetti degli organi esecutivi nazionali e locali, segreterie di ministri, sindaci, presidenti di Regione e Provincia, assessorati ecc.). Inoltre, sono 324 mila le persone di apparato politico (“portaborse”, collaboratori gruppi parlamentari e consiliari, segreterie partiti, collegi elettorali) e 545 mila coloro che hanno contratti di consulenze e incarichi.
Il sindacato ritiene che, approntando una riforma per ammodernare e rendere più efficiente il nostro sistema istituzionale, si potrebbero ottenere significativi risparmi di spesa stimati in almeno 7,1 miliardi di euro all’anno. Basti pensare che accorpando gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, si avrebbe una riduzione di spesa di circa 3,2 miliardi di euro per il solo costo della “Funzione generale di amministrazione” (anagrafe, segreteria generale, stato civile, uffici elettorali,uffici tecnici), per la quale si spendono ogni anno oltre 15 miliardi di euro. Alla luce di questi dati, la UIL ritiene che una parte preponderante della spesa improduttiva del nostro Paese sia rappresentata, ancora, dai cosiddetti “costi della politica”, che non sono riconducibili solo agli stipendi degli eletti, quanto all’abnorme numero di strutture e di centri di costo spesso inefficienti ed inefficaci presenti su tutto il territorio nazionale.

(da BusinessPeople)

UNA MODESTA PROPOSTA

Mancano 2,4 miliardi di Euro per poter abrogare la seconda rata dell’IMU?

Si sostituiscano tutti i 20.000  consiglieri, amministratori delegati, presidenti delle società a partecipazione statale, più che lautamente remunerati per non fare assolutamente nulla, con altrettanti funzionari già in organico nelle varie strutture ministeriali. Secondo la legge, quest’ultimi non dovrebbero essere pagati, ben potendo l’incarico venir ricompreso tra le loro funzioni ordinarie già retribuite dallo stipendio, fatti salvi eventuali rimborsi spese a piè di lista,  e l’eventuale compenso incamerato direttamente dall’amministrazione pubblica di appartenenza.

Se ci fosse effettivamente la volontà di attuare una vera  spending review, basterebbe iniziare da qui.

L’OVVIETA’ CHE INFASTIDISCE I BUREAUFILI

Adesso lo ammette pure Befera: “C’è chi evade per sopravvivere”

Nessuna marcia indietro sul redditometro, nessuno sconto a chi evade. Ma il direttore dell’Agenzia delle Entrate ammette: “C’è chi evade per sopravvivenza”. E assicura: “Con meno tasse ci sarebbe meno evasione”. Un’ovvietà che, però, Letta & Co. non colgono

Andrea Indini – Lun, 07/10/2013 – 10:53

“Che l’evasore sia un parassita nella società rispetto a chi paga le imposte è un dato di fatto”. Nelle certezze granitiche di Attilio Befera sembra aprirsi un minimo spiraglio di umanità. Come era già accaduto nel viceministro dell’Economia Stefano Fassina anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate sembra, infatti essersi reso conto che, guarda un po’, la pressione fiscale è “un po’ troppo alta”.

 

Il direttore dell’Agenzia delle Entrate Attilio Befera

Ma non solo. Ai microfoni di Radio 24 è arrivato pure a concedere che non tutti evadono per fare i furbi e nascondere ricchezze nei paradisi fiscali. È arrivato addirittura ad ammettere che in Italia esiste un’evasione di sopravvivenza. “Indubbiamente, con una minore pressione fiscale – ha spiegato – ci sarebbe meno evasione per carenze di liquidità”.

In un Paese normale, dove non si lavora gran parte dell’anno per mantenere un Fisco famelico, come invece avviene in Italia, le dichiarazioni di Befera verrebbero prese come un’ovvietà, come un dogma che sta alla base del rapporto tra il contribuente e lo Stato. Nel Belpaese, invece, la pressione fiscale ha largamente superato la soglia psicologica del 50% mettendo in ginocchio industrie, pmi e artigiani. Con l’aggravarsi della crisi economica, anche la sinistra è arrivata ad ammettere che molti sono costretti ad evadere. Qualche mese fa se ne era accorto anche Fassina sollevando un polverone tra i vertici del Pd e della Cgil. “C’è chi evade per non morire”, aveva detto il numero due del ministero dell’Economia. Insomma, per dirla con le parole di Antonio Martino, “chi froda il fisco e mette via soldi che il pubblico sperpererebbe senza pietà è un patriota”. Oggi sembra accorgersene anche Befera che, pur non ammettendo alcuna marcia indietro sul redditometro, ha riaperto il dibattito su una pressione fiscale tanto eccessiva da frenare la crescita del Paese. “Ci sono vari tipi di evasione, noi cerchiamo di combatterli tutti con la massima intensità – ha spiegato – in Italia bisogna pagare le imposte e se non ci fosse Equitalia non le pagherebbe nessuno”. Fa fatica a non bollare l’evasore come“un parassita della società”. Lo considera “un dato di fatto”“L’evasione fa ancora parte della cultura italiana, bisogna cambiarla – continua – evadere non è furbizia, bisogna insegnarlo alle nuove generazioni. Siamo un Belpaese di evasori, speriamo di cambiare”. Eppure sa bene che c’è chi è spinto a frodare il Fisco dal Fisco stesso. In ogni caso il direttore dell’Agenzia delle Entrate, il cui mandato scadrà a giugno del 2014, vuole che tutti gli italiani capiscano che bisogna pagare le imposte“Al di là dell’aumento del gettito, è di insegnare che le imposte vanno pagate, per due motivi: sia per dare i servizi sia per redistribuire il reddito”. Questo è l’obiettivo che dice essersi dato in vista della scadenza del mandato.

Che un taglio della pressione fiscale possa comportare un maggior gettito alle casse pubbliche è un assioma tutto sommato facile da capire. Quando il Fisco è equo, i contribuenti pagano le tasse senza sentirsene oppressi. Proprio per questo il punto focale del piano economico che il Pdl ha portato al governo c’è una sforbiciata concreta delle tasse, a partire dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa e dell’aumento dell’aliquota Iva dal 21 al 22%. Su questi punti, però, sia il premier Enrico Letta sia la compagine piddina che siede all’esecutivo sembrano non voler sentir ragioni. Proprio per questo, settimana scorsa, si è andati a un passo dalla crisi di governo. Ora che la ripresa inizia a farsi sentire sui principali indicatori economici, sarebbe infatti opportuno che il ministroFabrizio Saccomanni e il collega Flavio Zanonato lavorino a un piano per ridurre sensibilmente la pressione fiscale.

fonte:  http://www.ilgiornale.it/news/interni/adesso-ammette-pure-befera-c-chi-evade-sopravvivere-956312.html

SI PUO’ DIRE “PAESE DI CACCA”?

E’ disoccupato. Uno degli ex-operai del Sulcis di Carbonia. Da sei mesi vive in una specie di garage, col tetto in lamiera e le pareti in compensato. Un uomo forte e onesto di trentadue anni, non un marginale e neppure un delinquente. Aveva trovato lavoro come piastrellista, ma con la crisi dell’edilizia ha perso pure quello.

Abita in una specie di garage. Una specie, perché non sembra neppure tale. E “abitare”, in questo caso, è una parola grossa.  Pare piuttosto una di quelle topaie nelle bidonville di Nairobi o di La Paz, nelle quali non si “abita”, si “marcisce”.

Come gli è venuto incontro lo Stato, la Pubblica Amministrazione? Inviandogli il bollettino della TARES, con l’intimazione a pagare.

Un paese dove quelli che lavorano sono i “parassiti della società” e i briganti occupano tutti i posti che contano.