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Religioni e falsi miti: smascherando la propaganda cristiana

La ricercatrice canadese Shadia B. Drury: La capacità di attingere alla mitologia pagana è uno dei segreti che spiegano il successo del cristianesimo.

 


Secular Humanism
martedì 25 giugno 2013 12:21
Non è esagerato dire che l’invenzione del monoteismo è stata la più grande sciagura dell’umanità. Nel mondo politeistico, ogni città aveva i propri dei protettori contro minacce molto reali quali inondazioni, carestie, perdita dei raccolti, vulcani, sconfitte militari e altri disastri. Anche quando una città veniva conquistata dalla Persia o da Roma, era libera di tenere i propri dei e di adorarli secondo la tradizione. Ai conquistatori non veniva in mente di imporre il giogo della loro religione agli sconfitti o di privarli delle divinità dei loro antenati. C’era tolleranza reciproca e persino rispetto quando si trattava degli dei di altre città.

Ma all’improvviso, in questa scena politeistica è apparso un gruppo molto incivile che indicava tutti gli dei degli altri come falsi dei. Gli Ebrei ritenevano che il loro fosse l’unico vero Dio e che tutti gli altri dei fossero impostori. Gli Ebrei erano una tribù eccentrica, ma innocua in confronto ai Cristiani che li hanno sono loro (ndr) succeduti. Questi ultimi hanno alzato la posta sostenendo che tutti gli altri dei non erano soltanto falsi ma demoni spregevoli e maligni il cui culto doveva essere vietato e sostituito dal culto “dell’unico vero Dio”. Inutile dire che questi monoteisti hanno introdotto un livello di inciviltà e discordia che non rendeva le comunità politeiste ben disposte verso di loro. Contrariamente a quanto riportato dai cristiani, la loro persecuzione da parte dei Romani impallidisce fino a sparire se paragonata al numero di cristiani uccisi dalla chiesa, come riportato da Edward Gibbon in The Decline and Fall of the Roman Empire (Declino e Caduta dell’Impero Romano).

Quando l’imperatore Costantino si convertì al Cristianesimo nel 312 EC (sic!), garantì a tutti libertà di culto, inclusi i cristiani, con l’Editto di Milano (313 EC). Ma coloro che credevano di adorare “l’unico vero Dio” non sono stati soddisfatti dalla libertà di culto. Per sua natura, il Cristianesimo richiede predominio. I vescovi non furono soddisfatti finché il Cristianesimo non divenne l’unica religione ufficiale dell’impero e tutte le altre religioni vennero bandite (380 EC).
Una volta al potere, i bellicosi Cristiani repressero con la violenza ogni residuo del culto politeista. Naturalmente, il paganesimo capitolò di fronte a una persecuzione così spietata. Non aveva senso soffrire in nome di dei il cui culto doveva portare fortuna e alleviare la sofferenza. Con il sacco di Roma di Alarico (410 EC) e con altri barbari che assediavano l’impero da ogni parte, alcuni pagani naturalmente si chiesero se il crollo del loro impero non fosse dovuto all’abbandono delle divinità ancestrali a favore di una religione assolutista.
In risposta a queste riflessioni, l’inimitabile Agostino, vescovo di Ipponia, guidò una massiccia campagna di propaganda diffamatoria e autocelebrativa. Nella sua Città di Dio, Agostino si preparava a privare i Romani dell’idea che le loro disgrazie avessero qualcosa a che vedere con la perdita dei loro antichi dei. Ha definito gli dei pagani demoni vili e maligni “che insegnano la dissolutezza e godono della degradazione” (4.27). Ma fortunatamente, il sangue di Cristo ci ha “liberati” dalle loro bugie e dal loro “potere demoniaco”.

Di seguito, esporrò la mendacità della campagna cristiana di propaganda diffamatoria diretta contro gli dei pagani. Ritengo che la vittoria del Cristianesimo sulla civiltà classica della Grecia e di Roma abbia determinato il trionfo di una religione malevola e minacciosa che continua ad affliggere l’umanità.
Ciò che Agostino trovava particolarmente abominevole di Zeus (Giove in termini romani) era la sua pletora di avventure sessuali (4.26). Questa obiezione ci dice di più su Agostino e il Cristianesimo che non sul paganesimo. Tuttavia, bisogna sottolineare che un racconto della creazione derivante da genesi (non creazione dal nulla) ha bisogno di un dio con un appetito sessuale pantagruelico se deve essere considerato il padre di tutti gli dei e degli uomini. Inoltre, come si possono spiegare eroi come Ercole, che ha salvato l’umanità da ogni sorta di disastri, senza l’unione di donne mortali con il dio celeste? Di fatto, la saga centrale del Cristianesimo è una versione asessuata della storia di Ercole. Gesù, figlio di Dio, nato da una donna mortale, salva l’umanità non da qualche minaccia reale ma da un male astratto e immateriale.
Se si dovesse immaginare un padre celeste, allora Zeus come descritto da Omero nella Iliade supera il dio di Abramo. Non è soltanto la virilità di Zeus a renderlo un padre più plausibile; è anche l’empatia mostrata verso i propri figli – tutti i suoi figli. Essendo un Dio greco, ci potremmo aspettare che parteggi per i Greci contro i barbari nella Guerra di Troia. Ma non lo fa, perché è il padre di tutta l’umanità e quindi fa quanto è in suo potere per porre fine alla Guerra e alleviare le sofferenze umane- ma non è onnipotente.

Al contrario di Zeus, il dio biblico, nonostante la sua presunta onnipotenza, è un piccolo dio tribale che ordina agli Israeliti di uccidere tutti gli abitanti della terra promessa. Quando rifiutano, minaccia di sterminarli. Quando eseguono gli ordini, si unisce alla battaglia ed effettua la maggioranza delle stragi. Contrariamente alla propaganda Cristiana, come ho sostenuto nel mio libro Terror and Civilization, il dio del Nuovo Testamento non migliora rispetto a quello del Vecchio.
Agostino temeva che gli dei pagani fossero un cattivo esempio per l’umanità (4.32). Non era solo il comportamento lascivo di Zeus a scandalizzare Agostino. Sconfiggendo i Titani, Zeus sconfiggeva il proprio padre, Crono. E Crono era asceso al trono celeste evirando il proprio padre con una falce – in modo non tanto diverso da quello con cui si susseguono i regimi nel mondo umano. Ma Agostino temeva che presentare dei con un comportamento tutt’altro che esemplare potesse portare a una immoralità dilagante.
Tuttavia, le preoccupazioni di Agostino erano fuori luogo. Per i pagani, la pietà si manifestava onorando gli dei, non imitandoli. Il secondo caso era definito hubris – l’arroganza di agire come un dio. Per i pagani, un concetto così strampalato, che invariabilmente porta al disastro, era l’antitesi della pietà. Come i pagani, gli Ebrei avevano abbastanza buon senso da non imitare Dio. Ma Cristiani e Musulmani definiscono la pietà come l’imitazione di Dio, agendo in suo nome o per suo volere. In altre parole, trasformano hubris in pietà. Questa è la ricetta per la catastrofe politica.
Per i pagani, moralità e religione erano separate. La moralità riguardava i giusti rapporti tra esseri umani. La religione riguardava i rapporti dell’umanità con il mondo della natura. Gli dei pagani erano personificazioni mitiche di fenomeni naturali. Che cos’è Poseidone se non l’indomabilità del mare? Che cos’è Afrodite se non il potere dell’attrazione sessuale? Che cos’è Demetra se non l’abbondanza della terra? Che cos’è Ade se non l’ombra della morte? Lungi dall’essere falsi, gli dei pagani erano parte integrante dell’esperienza vissuta. Rappresentavano qualcosa di reale oltre a se stessi. Non si può dire lo stesso di Gesù o del dio di Abramo; loro non rappresentano nulla. La loro realtà dipende esclusivamente dalla credulità dei credenti. I miti pagani possono essere spiegati in termini naturali, ma la sconclusionata trascendenza dei miti cristiani mette alla prova la credulità umana: creazione ex nihilo, nascita virginale, immacolata concezione, morte e resurrezione, transustansazione – questi non hanno equivalenti in natura. L’affermazione di Agostino che il Cristianesimo ha liberato l’umanità dalla menzogna è la testimonianza della sua caratteristica combinazione di arroganza e illogicità.

Contrariamente alle affermazioni diffamatorie di Agostino, c’era una spiccata assenza di malvagità nella religione pagana. Non c’erano streghe o demoni. Se il raccolto non era buono, i pagani pensavano che la dea non era interessata ad aiutarli. Non pensavano di essere stati puniti per il propri peccati o che qualche strega malvagia avesse complottato con il diavolo per portare la siccità. Non si può dire lo stesso della religione “dell’unico vero Dio”.
In realtà, gli dei che i Romani hanno ereditato dai Greci non erano per nulla demoniaci. Al contrario, Zeus ha sconfitto i malvagi Titani, Giganti e Orchi e li ha rinchiusi sottoterra tra le fiamme della prigione del Tartaro. La battaglia ha causato un terribile scompiglio nel mondo, perché i Giganti hanno guadato oceani come fossero pozzanghere e hanno scaraventato montagne come fossero sassi. Ma quando la guerra dei cieli è finita ed è tornata la pace, Zeus e gli dei dell’Olimpo hanno riparato la desolazione e ripristinato l’ordine iniziale e la bellezza della terra, da loro tanto amata.
Gli dei dell’Olimpo non hanno creato il mondo, ma lo preservavano ed erano molto contenti di viverci. Al contrario, il dio di Abramo ha creato il mondo, ma di certo non ci vive(va). E secondo i racconti di Cristiani e Musulmani, era intenzionato a distruggerlo. Un evento il cui verificarsi i Cristiani hanno sempre preannunciato con nostalgia. Questo ha plasmato l’atteggiamento della nostra civiltà verso la Terra come dimora temporanea e vuoto a perdere. Così, è solo con la più grande ipocrisia che l’ex Papa Benedetto potrebbe aggiungere il degrado ambientale alla lista dei peccati cristiani.
Il Cristianesimo ha attinto all’idea pagana di una guerra dei cieli e ha aggiunto un tocco sinistro. La battaglia pagana si è svolta nel passato, ma quella cristiana è di là da venire. La battaglia pagana era tra gli dei, ma nella versione cristiana l’umanità è profondamente coinvolta. Questo fa aumentare la propensione umana alla guerra. Trasforma ogni guerra in una lotta cosmica. I nemici politici vengono invariabilmente percepiti come alleati delle forze del male. Ogni guerra diventa una prova per la battaglia finale, e quando arriverà il mondo sarà distrutto e la stragrande maggioranza dell’umanità soffrirà l’eterno tormento delle fiamme dell’inferno.

La capacità cristiana di attingere alla mitologia pagana è uno dei segreti del suo successo. Ma le differenze sono significative tanto quanto le somiglianze. Ad esempio, Tartaro è alla base dell’idea cristiana dell’inferno. Ma a differenza di quest’ultimo, il primo era riservato a Titani, Giganti e Orchi, non all’umanità nel suo complesso. Dopo la morte, gli esseri umani andavano nell’Ade, un tedioso regno delle ombre che era in aperto contrasto con la concreta esistenza della vita terrena di cui godevano mortali e immortali.
Sconfiggendo Titani, Giganti e Orchi, gli dei della Grecia hanno reso il mondo un luogo sicuro in cui celebrare vita, luce e bellezza. Vincendo la guerra dei cieli, gli dei dell’Olimpo hanno preso il posto degli oscuri dei ctoni del terrore e tormento. La nuova stirpe di dei era bella e civilizzata, se pur infantile e impetuosa. Non si aggiravano nella note terrorizzando i bambini con la minaccia di eterno tormento. Andavano nelle loro case sul Monte Olimpo a dormire nei loro letti.
Il Cristianesimo ha salvato il mondo dalla menzogna e dal potere demoniaco? Improbabile. Il trionfo del Cristianesimo sulla Roma pagana è stata una regressione alle divinità crudeli dei tormenti eterni. L’affermazione contraria di Agostino è il classico esempio di auto celebrazione dei vincitori che distorce la storia.

Shadia B. Drury è Canada research chair all’Università di Regina. È autrice di vari libri, incluso Terror and Civilization (Palgrave Macmillan, 2004) e Aquinas and Modernity (Rowman & Littlefield, 2008). Attualmente sta lavorando a due libri, Socratic Mischief e Chauvinism of the West.
Articolo originale su Secularhumanism.org, traduzione di Flavia Vendittelli

GOD SAVE THE JOB

Brexit: rassegnatevi, il voto dei poveri e degli “ignoranti” conta quanto il vostro

La cosa più opprimente del Brexit non sono i mercati che crollano (salvo fenomeni di isteria collettiva, non c’è nessuna condizione oggettiva per un crisi stile 2008), ma le analisi di sociologia spiccia e patetismo spinto sugli sventurati giovani-colti-e-ricchi battuti dai malvagi vecchi-ignoranti-e-poveri (fatevi un giro sul vostro social networkpreferito per averne abbondanti esempi).

E’ (probabilmente) vero che i minori di 25 anni avrebbero preferito in maggioranza il Remain, ma davvero il giovane neolaureato dovrebbe godere di una maggiore dignità rispetto agli altri cittadini?

Innanzi tutto, i minori di 25 anni si sono astenuti molto più degli ultra 65enni. Se ti fai battere in spirito militante da un pensionato coi reumatismi, quando dovresti essere pieno di forze e col sangue che brucia nelle vene, hai poco da rivendicare e il discorso si potrebbe chiudere già qui. Ma va bene: sorvoliamo pure su questo punto e andiamo oltre.

Ancora nessuno ha spiegato perché un ragazzino di vent’anni che studia Letteratura di Sperdutolandia, puzza ancora di latte e non compilerà una dichiarazione dei redditi prima di due o tre lustri, dovrebbe essere più titolato, responsabile e consapevole dell’operaio o del piccolo imprenditore di mezza età che campano la propria famiglia e il proprio Paese con le loro fatiche (e in genere sono gli stessi che pagano la retta universitaria allo studente di cui sopra). Un voto espresso perché così si pensa (a torto o a ragione) di poter fare l’Erasmus in Spagna è più dignitoso che votare perché così si pensa (a torto o a ragione) di non perdere il lavoro?

Evidentemente no, ma qui scatta il tradizionale disprezzo dell’alta borghesia per i ceti inferiori. Una classe di privilegiati per nascita (l’immobilità sociale non è mai stata così alta come nella nostra epoca) che possono tollerare il suffragio universale finché lo vincono, ma quando lo perdono hanno rigurgiti reazionari e anti-democratici al pensiero che loro, pur avendo il papà dirigente di banca, i vestiti di marca e alla moda, il BA/MA/MBA/acronimo-a-scelta in UK o alla Sorbonne o negli States, un sacco di vacanze in posti esotici alle spalle, e nessuna esperienza di cosa significhi una ristrettezza economica – loro, persino loro, in democrazia sono giuridicamente alla pari con quel modesto e volgare operaio che incrociano la sera sulla metro, malvestito e sudato dopo essersi spezzato la schiena in qualche cantiere.

Mi spiace, caro nato con la camicia (di Armani o almeno D&G), ma proprio ciò che te la fa odiare, è ciò che rende la democrazia una cosa bellissima.

OSANNA AL FIGLIO DI DAVID OSANNA AL LIBERTADOR

Gesù Entrata_Gerusalemme

GESÙ STORICO: INDAGINE ATTORNO A UN “PROBLEMA”
PARTE XI – L’INGRESSO A GERUSALEMME
di Luigi Pezzella

Una cosa è certa, Gesù entra in Gerusalemme da re. Con l’entrata in Gerusalemme di Gesù e lo stuolo dei suoi seguaci, la rivendicazione del ruolo davidico viene dichiarata esplicitamente. Gesù entra in Gerusalemme come rappresentante della promessa della sovranità che ora viene, sul dorso di un asino.

Osserviamo nel dettaglio tutto ciò che oggi ai nostri occhi può sembrare trascurabile, ma per i contemporanei di Gesù ogni particolare è gravido di regalità.

Iniziamo col prendere in considerazione l’uso della cavalcatura, ossia l’asino. Esso era impiegato in origine, secondo la testimonianza biblica, da personaggi autorevoli (cf. Gdc5,10; 10,4; 2Sam 13,29; 18,9). Sulla groppa dell’asino si stendeva una coperta, legata attorno al dorso dell’animale in modo da non scivolare (22.3; Gdc 19,10; 2Sam 16,1 17,23;19,27; 2Re 4,24).

  1. Rolla ci fa notare che il rapporto tra l’uso dell’asino e la regalità è una specie di topos dell’Antico Testamento, infatti con questo passo confronta il racconto della consacrazione regale di Salomone in 1Re 1,28-40; quando Davide, oramai vecchio permette al figlio di adoperare la propria mula. Rolla:“cedendo a Salomone la propria mula, Davide mostrava a tutti la volontà di trasmettergli il potere regio”.

Per Joseph Ratzinger molto più importante di 1Re 1,28-40 sono Gen 49,11 e Zc 9,9. Gen49,11: “Il sovrano che nascerà da Giuda godrà dei frutti migliori e disponibili in abbondanza avrà la possibilità di legare a una vite scelta il suo asinello”.

Il v.11 qui in questione, appartiene alla sezione dei vv.8-12, dedicata a Giuda, il quale è descritto come vincitore dei suoi nemici e dominatore dei popoli.

Zc 9,9: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme, ecco a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso e cavalca un asino, un puledro figlio di asino”.

In Zaccaria è esplicito il richiamo regale della cavalcatura dell’asino. Secondo il nostro modo di vedere, l’ingresso in Gerusalemme in groppa ad un asino sarebbe più importante della modalità del reperimento dello stesso, in quanto l’ingresso ha caratteristiche solenni vicine anche a quelle che sono gli odierni onori, ma Derret ci fa notare che anche il reperimento della cavalcatura ha in sé una chiara rivendicazione regale.

Derret spiega: “tutto questo ha a che fare con il diritto regale dell’angheria, consistente nella requisizione di mezzi di trasporto conosciuto anche nella cultura ebraica, come appare in 1Sam 12,3-5”.

Conferma questa tesi anche Ratzinger quando afferma che: “Gesù rivendica il diritto regale della requisizione dei mezzi di trasporto, un diritto noto in tutta l’antichità”.

Inoltre, ci sono due particolari che vanno evidenziati. Il primo è il particolare dei mantelli, che in Mc.11,8 si dice: “vengono stesi per terra sulla via.”

Verrebbe da chiedersi che senso abbia stendere i mantelli per farli calpestare da un asino. Se Gesù era già su una cavalcatura, che evocava significati ben precisi, che valore aveva stendere anche i mantelli per terra?

Di Palma risponde con un accostamento a 2Re 9,11-13, spiega: “in questo brano (2Re) Ieu aveva ricevuto la visita di un discepolo del profeta Eliseo e da costui era stato unto re. I suoi colleghi ufficiali, sentito quanto Ieu aveva raccontato sulla venuta del profeta, lo acclamano re e, in segno di onore, stendono i propri vestiti a terra, come oggi si usa stendere tappeti su cui, in occasioni ufficiali, le grandi personalità camminano”.

Il secondo particolare è quello delle fronde tagliate dagli alberi per strada mentre Gesù cammina in groppa all’asino calpestando tappeti:“il saluto col rito dell’agitare i rami di palma richiama il nazionalismo ebraico di matrice maccabaica, in particolare due episodi: 1 Mac 13,51, quando Simone riconquistò l’Acra di Gerusalemme e “fecero ingresso in quel luogo il ventitré del secondo mese dell’anno 171 [142 a.C.], con canti di lode e con palme”; quando Giuda dedicò nuovamente l’altare del Tempio (164 a.C.) racconta 2Mac10,7 che “tenendo in mano bastoni ornati, rami verdi e palme, innalzavano inni a colui che aveva fatto ben riuscire la purificazione del suo proprio tempio”.

Un’altra osservazione in merito la fornisce P. Sacchi: “Nel Testamento greco di Neftali 5,4, dove i rami di palma dati a Levi sul Monte degli Ulivi simboleggiano il potere conferitogli su tutto Israele, ritroviamo la stessa espressione giovannea indicante le palme: mentre Levi era come il sole, ecco un giovane che gli dà in aggiunta dodici foglie di palma”.

In questo contesto regale, al suo ingresso in Gerusalemme, Gesù viene “salutato” con Osanna!

Benedetta la basileia del nostro padre Davide che ora viene.

Osanna, stando a 2Sam 14,14 e 2Re 6,25 significa: “Aiuto mio re!”.

Stegemann osserva: “Il grido della folla, di speranza nella basileia di David che ora viene, e quindi nell’instaurazione della promessa dinastia davidica, non è ripreso né nel testo matteano né nel parallelo lucano (Mt.21,9; Lc.19,38). Ciò si spiega da sé, nel senso che il correttivo introdotto da Matteo e Luca porta alla luce in senso politico la versione marciana dell’episodio dell’ingresso”.

Pinchas Lapide sulla questione: “Il grido di Osanna nel contesto del Salmo 118 relativo alla basileia di Davide che ora viene, è un’esortazione a liberare i supplicanti, ha una forte coloritura politica, poiché sarebbe un invito rivolto al figlio di Davide, Gesù, a cacciare i romani dalla terra d’Israele.

Il Nuovo Testamento ha trasformato questo grido di liberazione in un innocuo ossequio religioso. La folla avrebbe detto nel giorno dell’ingresso: “salvaci dai romani”, mentre i Vangeli hanno depoliticizzato l’espressione”.

Sanders sostiene che l’episodio dell’ingresso in Gerusalemme è direttamente connesso all’esecuzione di Gesù come re dei giudei/giudaiti. Sanders: “si può tuttavia senz’altro pensare che l’ingresso di Gesù in Gerusalemme fosse un segnale esplicito: re, sì, in un senso preciso, non conquistatore militare”. Infatti, nell’attesa biblica e nella dominazione di Dio in quanto re compaiono idee bellicose ma non militari.

Stegemann a questo pensiero aggiunge: “in realtà la rivendicazione del trono di David non dovette mai essere manifestata con l’appoggio delle armi, ma resta pur sempre una pretesa politica che la potenza occupante romana seppe reprimere.”

Inoltre Stegemann ci informa di un caso analogo alla pretesa regale gesuana di Simon ben Giora. Egli era figlio di un proselita originario di Gerasa, quindi della decapoli. Sembra che all’inizio avesse formato una banda di rivoltosi e che fece la sua comparsa nei territori giudaiti di confine dove alla maniera dei banditi sociali rapinava e saccheggiava le case dei ricchi (Bell.2,652).

Ma le circostanze finirono, per così dire, per politicizzarlo. Fuggito davanti a un esercito inviatogli da Anania dalla toparchia dell’Acrabatene, si unì ai sicari rifugiatisi a Masada. Dopo che gli zeloti e gli idumei ebbero tolto di mezzo Anania, mirò al potere assoluto a Gerusalemme e avanzò anche rivendicazioni politiche promettendo libertà agli schiavi. (Bell.4,508). Merita osservare che Giuseppe ricorda anche che la sua non fu più una banda di soli schiavi o banditi, ma anche di non pochi cittadini che gli prestavano ubbidienza come a un re (Bell.4,510). Egli riuscì quindi a raccogliere intorno a sé non soltanto banditi sociali, ma anche persone in vista (ibid.) e, come avevano fatto Menehem e prima ancora Giuda, Simone e Atronge, rivendicò il ruolo di anti-re.

Non è allora un caso che anche Giuseppe ricordi il tipico motivo del capo militare carismatico, la forza fisica e l’audacia straordinarie (Bell. 4,503). Ma soprattutto vi sono indizi che per il suo antiregno (messianico) Simone s’ispirasse coscientemente al modello di David. Giuseppe racconta che Simone iniziò col conquistare Hebron in Idumea, ossia la città di David quando ancora non era re (2Sam 2,1 ss: 5,3ss.). Singolare è anche che Giuseppe parli spesso di donne o della moglie di Simone che l’accompagnava, come si trattasse del seguito di una casa reale (Bell.2,563; 4,505.538), e soprattutto che ne descriva l’ingresso in Gerusalemme, dov’era stato chiamato dagli avversari di Giovanni di Giscala, come accoglienza trionfale, come salvatore e protettore (Bell.4,575).

È probabile che questa rivendicazione salvica messianico davidica si rifletta anche nelle monete della rivolta, che recano la scritta “anno 4” e “ per la liberazione di Sion”. Come che sia, Simone non venne meno alla sua rivendicazione regale sino alla fine, quando fallito il tentativo di fuga affrontò i romani in tunica bianca e mantello di porpora (Bell.7,29). Di fatto i romani lo considerarono il capo più prestigioso della rivolta, dal momento che lo condussero a Roma come vittima sacrificale nel corteo trionfale e lo giustiziarono accanto al foro (cf. Bell.6,434; 7,118ss. 153 ss.).

Resta infine la questione del rapporto fra l’attesa della basileia tou theou e l’attesa della “sovranità di David nostro padre”. Chiedono Theissen Merz: “si tratta forse di un malinteso (della folla) ingenerato dalla predicazione della “sovranità regale di Dio?”.

Stegemann propende per pensare che la risposta sia quella di Ps. Sal17, dove le due attese coesistono. Con riguardo a Ps. Sal17, la prospettiva della restaurazione ad opera del nuovo David ha il suo momento culminante nella proclamazione della durata eterna della sovranità divina. Messianismo regale e regalità davidica possono quindi andare di pari passo, anche se non necessariamente.

Stegemann conclude: “l’attesa connessa a Gesù come futuro re sul trono di David interpreta la sua regalità come rappresentanza terrena della basileia tou theou”.

In breve, nel Vangelo, all’ingresso di Gesù in Gerusalemme sono connessi tre episodi che, più o meno, sono chiare indicazioni che a Gesù era associata la speranza di ristabilimento della dinastia davidica: guarigione del cieco Bartimeo; ingresso regale in Gerusalemme; rivendicazione regale del ristabilimento dell’ordine del santuario del tempio.

In questo contesto rientra anche la denominazione di Gesù come re dei giudaiti. Non stupisce molto che il tema della dignità regale di Gesù stia al centro dell’interrogatorio di Pilato.

Inoltre Di Palma aggiunge: “c’è da dire che forse le autorità di Gerusalemme capirono più dei discepoli il significato di quei gesti e il loro rimprovero sulla proclamazione figlio di Davide potrebbe essere letta anche in chiave positiva, poiché essi sembrerebbero preoccuparsi del fatto che Gesù agendo così, si esponesse ad accuse di natura politica (sedizione e ribellione). Ed è possibile che in origine, a livello di tradizione, fosse così, mentre nella redazione il senso sia stato cambiato, lasciando intendere che essi si opponevano alla proclamazione della regalità di Gesù”.

Questo ci introduce nell’ultima parte della nostra indagine storica su Gesù di Nazareth, cioè sul processo e sulla sua condanna a morte. Chi condannò veramente Gesù? Quali procedure giuridiche e quali leggi furono applicate?Soprattutto, la redazione della letteratura post-mortem (Paolo, sinottici etc.) è narrazione o interpretazione soggettiva dei fatti storici?

DE REDITU – IL RITORNO

Un film sulle persecuzioni perpetrate dai cristiani contro i pagani negli anni che precedettero la caduta dell’Impero Romano d’Occidente.

Claudio Rutilio Damaziano.

Nato forse a Tolosa, fu præfectus urbi di Roma nel 414.

L’anno seguente o poco dopo fu costretto a lasciare Roma per far ritorno nei suoi possedimenti in Gallia devastata dall’invasione dei Vandali. Tale viaggio – condotto per mare e con numerose soste, dato che le strade consolari erano impraticabili e insicure dopo l’invasione dei Goti – venne descritto nel De Reditu suo, un componimento in distici elegiaci, giuntoci incompleto: l’opera si interrompe al sessantottesimo verso del secondo libro con l’arrivo del protagonista a Luni; ma nel 1973 la paleografa Mirella Ferrari ha ritrovato un nuovo breve frammento del II liber che descrive la continuazione del viaggio fino ad Albenga. L’opera (scoperta nel XV secolo) è ricca di osservazioni topografiche e citazioni di classici latini e greci.

Namaziano è, cronologicamente, l’ultimo autore del mondo letterario latino e pagano. Dal punto di vista ideologico, Rutilio è un aristocratico pagano che non accetta i tempi nuovi, in quanto rifiuta i culti cristiani, da lui considerati estranei alla tradizione di Roma.