IL VANGELO DELLA MOGLIE DI GESU’

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È autentico il “vangelo della moglie di Gesù”. Ma è meno antico di quanto si pensasse

Per la maggioranza degli esperti il piccolo frammento di papiro in cui si parla di una presunta compagna di Cristo non mostra segni di contraffazione. “È utile per ricostruire il ruolo delle donne nella Chiesa”, dice la studiosa che lo ha scoperto

di Dan Vergano

Gesù era sposato? Il dibattito si era riacceso un paio di anni fa, quando Karen L. King, studiosa della Harvard Divinity School, ha annunciato il ritrovamento di un frammento di papiro scritto in copto, in cui compaiono le parole: “E Gesù disse loro: ‘Mia moglie… è capace di essere mia discepola’”. La studiosa lo aveva datato al quarto secolo, ma diversi esperti avevano espresso scetticismo e parlato di una probabile contraffazione.

La questione è stata affidata a una serie di studiosi che hanno analizzato il papiro da numerosi punti di vista: le caratteristiche chimiche del papiro e dell’inchiostro, la grafia, il linguaggio utilizzato. I risultati, appena pubblicati sulla Harvard Theological Review, fanno pensare che il testosia effettivamente antico, anche se meno di quanto si pensasse all’inizio. Le fibre del papiro risalirebbero ai secoli tra il settimo e l’ottavo, e l’inchiostro è simile a quelli usati all’epoca.

King è sicura che “Il vangelo della moglie di Gesù” sia la copia di un testo ancora più antico. “Per il lavoro degli storici”, spiega, “ora la domanda diventa: che significato ha questo documento?”. I risultati di queste ricerche non possono affatto risolvere la questione se Gesù fosse sposato o meno, insiste la studiosa, ma possono fornire informazioni molto utili sulle credenze dei primi cristiani e sul ruolo delle donne nella Chiesa delle origini.

Autentico o contraffatto?
Il piccolo frammento (otto centimetri di lunghezza per quattro di altezza) è con ogni probabilità originario dell’Egitto, ma il suo autore e la sua provenienza precisa restano avvolti nel mistero. Il proprietario, che per ora vuole restare anonimo, è riuscito a ricostruire i passaggi di mano del documento solo fino al 1999 (King sostiene che il collezionista sta valutando se donare il papiro a Harvard, dove potrebbe essere esposto al pubblico).

Negli studi pubblicati, un team di chimici guidato da Joseph Azzarelli del MIT afferma che l’età del papiro corrisponde a quella di un Vangelo di Giovanni sicuramente risalente al settimo-ottavo secolo dopo Cristo. L’analisi è stata condotta con la tecnica della microspettroscopia: il frammento era solo leggermente meno ossidato – e quindi meno antico – del vangelo “certificato”. Anche la datazione al radiocarbonio indica un periodo compreso tra il 659 e l’869 d.C.

James Yardley e Alexis Hagadorn della Columbia University hanno analizzato i pigmenti dell’inchiostro, trovandoli simili al “nerofumo di lampada” usato in numerosi testi dell’epoca. Soprattutto, escludono con buona probabilità che l’inchiostro sia stato applicato al papiro in tempi più recenti, cosa che avrebbe causato almeno qualche sbavatura. In particolare, gli studiosi non hanno trovato segni che una parola del testo – forse “donna” – sia stata sostituita con “moglie”, come qualche scettico aveva sostenuto.

Ma il dibattito resta aperto. Sulla rivista compare anche il saggio di un epigrafista, Leo Depuydt della Brown University, che punta il dito sui numerosi errori grammaticali presenti nel testo. Secondo lo studioso il papiro è “un’evidente contraffazione, nemmeno troppo abile”, forgiata sul modello del Vangelo di Tommaso, un antico vangelo apocrifo ritrovato in Egitto solo nel secolo scorso.

King ribatte che i vangeli simili a quelli di Tommaso erano molto diffusi in tutto il Mediterraneo orientale nei primi secoli della cristianità, e che quindi ritrovarne un passaggio nel nuovo papiro non è necessariamente un segno di contraffazione.

Quanto agli errori di grammatica, potrebbero essere dovuti al fatto che l’autore del papiro non fosse uno scriba professionista ma un esponente delle classi inferiori non molto istruito. È questa l’opinione di Malcolm Choat, papirologo e studioso di testi paleocristiani alla Macquarie University, in Australia. Choat paragona il “vangelo della moglie di Gesù” ai cosiddetti “papiri magici” dell’epoca, testi spesso ornati da disegni in cui si invocavano le divinità per chiedere grazie o scagliare maledizioni.

“Non ho trovato una ‘pistola fumante’ che indichi che il testo non sia antico”, spiego Choat, “anche se l’esame che ho condotto non può nemmeno provare al di là di ogni dubbio che è autentico”. Quel che è certo, conclude lo studioso, è che non si tratta di un falso grossolano.

La questione delle donne nella Chiesa

Nei primi secoli, mentre il cristianesimo faceva proseliti nell’ambiente spesso ostile dell’Impero Romano, le donne erano tra le maggiori sostenitrici della nuova fede. I primi scrittori cristiani, spiega King, tacciono sulla situazione coniugale di Gesù: solo alla fine del secondo secolo si comincia a sostenere esplicitamente che non era sposato.

Se, come afferma la studiosa, il frammento è una copia di un testo più antico, forse del quarto secolo, l’accenno alla moglie di Gesù riflette il dibattito sul ruolo della famiglia in corso tra i primi cristiani. È noto infatti, prosegue King, che la Chiesa delle origini chiedeva ai nuovi adepti di rinunciare a ogni vincolo di fedeltà, sia nei confronti delle istituzioni politiche e religiose sia verso la stessa famiglia di appartenenza.

“Non sappiamo se Gesù fosse sposato”, insiste King. “Questo il papiro non lo dice. Ma dimostra come i primi cristiani fossero molto interessati alle questioni riguardanti il matrimonio e il celibato”.

(da National Geographic Italia)

DOV’E’ CHE LEGGETE “DIO”, VOI?

Simulazione di un evento in un acceleratore di particelle che dovrebbe generare un bosone di Higgs

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L’ipotesi innovatrice di Higgs[2] fu formulata indipendentemente anche da Robert Brout e François Englert dell’Université Libre de Bruxelles[3] e da G. S. Guralnik, Carl Richard Hagen e T. W. B. Kibble dell’Imperial College[4][5], ed era quella di dare massa ad un bosone vettore (detto anche bosone di gauge) mediante l’accoppiamento con un campo scalare, poi denominato campo di Higgs. L’importanza fondamentale degli articoli originali di tutti questi autori per la formulazione del meccanismo di Higgs (il nome fu proposto da Gerardus ‘t Hooft nel 1971) fu ufficialmente riconosciuta in occasione della celebrazione per il 50º anniversario della rivista Physical Review Letters[6], e per tale motivo esso è talvolta citato come Meccanismo di Brout–Englert–Higgs o Meccanismo di Englert-Brout-Higgs-Guralnik-Hagen-Kibble.

Il risultato del meccanismo di Higgs è stato ottenuto nel contesto di un modello di rottura spontanea di simmetria del tipo proposto da Yoichiro Nambu[7] ed altri al fine di spiegare l’interazione forte.

Modelli di questo genere sono stati anche ispirati dai lavori sulla fisica della materia condensata, specialmente di Lev Davidovič Landau e Vitaly Ginzburg, e dalla proposta di Philip Anderson che la superconduttività potesse essere importante nella fisica relativistica; vennero inoltre anticipati da precedenti ricerche del fisico svizzero Ernst Stueckelberg già nel 1938.[8]

Il meccanismo di Higgs è stato incorporato nel modello standard, in una descrizione della forza debole come teoria di gauge, indipendentemente da Steven Weinberg e Abdus Salam nel 1967; in tale contesto esso si riferisce specificamente all’assunzione di massa dei bosoni vettori elettrodeboli W e Z.

L’idea generale di un campo scalare ubiquitario responsabile di rottura di simmetria è stata anche utilizzata nell’ambito dell’interazione di Yukawa, al fine di giustificare la massa dei fermioni (vedere alla voce Campo di Higgs).

Il modello standard prevede uno stato di eccitazione massiva quantica del campo di Higgs, chiamato bosone di Higgs, la cui massa non è prevista dal modello e la cui rilevazione sperimentale è considerata l’obiettivo principe di conferma della teoria.

L’annuncio dell’osservazione di una particella con caratteristiche compatibili a quelle del bosone di Higgs è stato dato dagli scienziati del CERN il 4 luglio 2012 a seguito degli esperimenti condotti nell’acceleratore LHC.[9]

(Preso in prestito da Wikipedia)

CREAZIONISMO ALLA RISCOSSA

Margherita Hack

Il caso De Mattei

Creazionisti al CNR, Margherita Hack: “Ritorno al Medioevo”

LA SINDONE (NON?) E’ UN FALSO MEDIEVALE

P.S. DOPO AVER LETTO IL NUMERO DI APRILE 2010 DI MICROMEGA, HO APPRESO D’AVER ELABORATO LE MIE SUPPOSIZIONI BASANDOMI SU ALCUNE IPOTESI CHE ASSUMEVO PER VERE MENTRE ERANO  COMPLETAMENTE FALSE ED ARTATAMENTE DIFFUSE DAI FAUTORI DELL’AUTENTICITA’ DEL LENZUOLO ALL’UNICO SCOPO D’AVALLARE LE PROPRIE TESI. CIO’ DIMOSTRA CHE, SECOLI DOPO LA CONSTITUTUM CONSTANTINI, IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL MALEDETTO VIZIO D’IMBROGLIARE IL PROSSIMO. AGLI IEROFANTI LA VERITA’ NON INTERESSA, ANZI! PRIMA DI TUTTO VIENE IL CONTO ECONOMICO DELLA LORO BOTTEGA. POSSANO BRUCIARE IN ETERNO NEL MALEDETTO INFERNO DEI MENTITORI CHE SONO!

Codex Pray

… ma con molta probabilità è un falso del III° – IV° secolo.

Ciò che porta ad escludere con ragionevole sicurezza l’origine medievale del manufatto è la sorprendente coincidenza tra le informazioni che scaturiscono dall’analisi dell’immagine e del telo che la contiene e i dati storici e filologici di cui siamo oggi  a conoscenza. Questa accuratezza millantatoria risulterebbe talmente  insolita in un falsario medievale, che ci porterebbe a considerare il falsificatore stesso un fenomeno, degno di studio almeno pari al presunto lenzuolo di Cristo. Detta abbondanza di peculiarità e la loro sospetta precisa attinenza col racconto dei sinottici, parimenti, costituiscono un sostegno non indifferente alla teoria del falso. La ridicola tesi che vorrebbe Leonardo da Vinci quale responsabile dell’artifizio, non tiene in assoluto conto la fondatezza del dato relativo alla prima notizia sicura sul lino (Lirey, Francia, 1353, mentre Leonardo nasce nel 1452) e deve così ricorrere a vari espedienti per poterne giustificare in qualche modo il fantomatico intervento.

Perciò, se falso deve essere, esso non può che trarre la sua origine nel periodo in cui cominciò il delirio cristiano per le reliquie,  ossia il III° – IV° secolo dell’era volgare. Maggior vicinanza temporale con i fatti di cui il lenzuolo avrebbe dovuto dare testimonianza, continuità d’usi e costumi con i periodi antecedenti, non ancora frantumati dalle invasioni barbariche  e dall’onda saracena: tutti fattori che consentono di far rientrare nelle normalità  del quotidiano ciò che trasposto in periodo medievale sarebbe altrimenti inconsueto e di scarsa credibilità e ancor più scarsa probabilità.

Ma l’immagine, come si sarebbe formata?

Guglielmo di Ockham insegna che tra le varie possibilità, quella più semplice è anche la più probabile. La tesi dell’irradiazione da parte del corpo dell’uomo della Sindone, nell’attimo della sua resurrezione, se di per sé risulta assolutamente improbabile, dall’altro ci fornisce un dato importante: l’immagine ha una notevole somiglianza con quella che si forma nelle moderne radiografie. Dunque, non è da escludere l’intervento di un fattore di radiazione. Ma come? Non risulta che nel III° – IV° secolo disponessero di apparecchiature per le lastre a raggi X, né che alcuno fosse dotato di qualsivoglia cognizione in proposito.

Io continuo a prospettare come sufficientemente ragionevole l’ipotesi d’un unguento utilizzato sul cadavere, avente un contenuto corrosivo o addirittura lievemente radioattivo sconosciuto agli stessi fabbricatori dell’immagine. Con ogni probabilità, essi utilizzarono una prima volta questo unguento per altri motivi e rimasero sorpresi dal risultato che aveva prodotto. Ebbero l’idea, credo estremamente remunerativa, di realizzare il telo con l’impressione d’un presunto Cristo, secondo le indicazioni ritraibili dai sinottici. Tuttavia, non riuscirono a individuare quale elemento dell’unguento utilizzato disponesse della capacità d’impressionare un telo [1]. L’unguento, forse, non era neppure facilmente disponibile o riproducibile, magari perché importato dall’Oriente. Il suddetto unguento avrebbe contenuto una percentuale di radio o altro elemento radioattivo che, grazie a una prolungata esposizione, ebbe l’effetto di produrre l’immagine della Sindone che tutti conosciamo [2].

Data la semplicità che per la moderna tecnica presenterebbe l’effettuazione d’una simile prova,  mi piacerebbe che qualcuno tentasse l’esperimento nel senso indicato [3], a riscontro di quella che ritengo una deduzione non del tutto priva di fondamento e che darebbe per la prima volta una risposta accettabile a un mistero durato alcuni secoli. 

[1] Altrimenti i teli sarebbero stati molti più d’uno, visto che non esiste limite all’avidità umana.

[2]  Dopo che Antoine Henri Becquerel aveva scoperto le sue lastre fotografiche impressionate dal solfato di potassio-uranile con il quale le aveva riposte, deducendone che a produrre tale effetto era stato l’uranio contenuto nel solfato, Maria Skłodowska iniziò a misurare la radiazione dell’uranio mediante la piezoelettricità, scoperta dal marito Pierre in collaborazione con il fratello Jacques, facendo ionizzare l’aria tra due elettrodi e provocando il passaggio di una piccola corrente di cui misurava l’intensità in rapporto alla pressione su un cristallo necessaria a produrre un’altra corrente tale da bilanciare la prima. Tale sistema funzionò e il marito Pierre abbandonò il suo lavoro per affiancare Maria Skłodowska in tali ricerche.

[3]  Il metodo classico di estrazione dell’uranio prevede che la pechblenda venga triturata e mescolata con acido solforico e nitrico. L’uranio si scioglie e forma il solfato di uranile, mentre il radio e gli altri metalli del minerale vengono precipitati come solfati. Aggiungendo idrossido di sodio, si precipita il diuranato di sodio (Na2U2O7 · 6H2O), noto anche come ossido giallo di uranio (yellow cake). Per ottenere l’uranio dalla carnotite, il minerale viene finemente polverizzato e mescolato con soda e potassa calde, che sciolgono l’uranio, il radio e il vanadio. Dopo aver eliminato le sabbie inutili, il composto viene trattato con acido solforico e cloruro di bario. Una soluzione caustica e alcalina aggiunta al liquido precipita l’uranio e il radio in forma concentrata. I minerali di uranio sono presenti in tutto il mondo; in particolare, depositi di pechblenda, il minerale più ricco di uranio, si trovano principalmente in Canada, Repubblica democratica del Congo e Stati Uniti. La maggior parte dell’uranio degli Stati Uniti deriva dalla carnotite presente in Colorado, Utah, New Mexico, Arizona e Wyoming. Un minerale detto coffinite, scoperto nel 1955 in Colorado, contiene fino al 61% di uranio. I depositi di questo minerale si trovano in Wyoming e Arizona.

Curiosità: L’uso di deporre una moneta nella tomba è antico quasi come la moneta stessa. Le prime attestazioni risalgono al V secolo a. C., ma anche nei periodi precedenti è documentato l’uso di porre nelle sepolture oggetti cui è stato riconosciuto un valore premonetale, utilizzati, cioè, negli scambi con la stessa funzione della moneta: spiedi e anelli di bronzo, asce, verghe e “gocce” di metallo.
In epoca romana la moneta che accompagna il morto nella tomba è quasi sempre di scarso valore; bisogna riconoscerle, dunque, un significato simbolico non assimilabile a quello degli altri oggetti di corredo, che possono caricarsi di valori legati allo status sociale del defunto. L’interpretazione più diffusa del significato di quest’uso è che la moneta serva per pagare il pedaggio per il passaggio nell’Ade, il regno dei morti, che costituisca, cioè, l’obolo per Caronte, il traghettatore delle anime.
Nel rito dell’incinerazione la moneta viene deposta all’interno dell’urna insieme ai resti umani carbonizzati, spesso con una lucerna o un balsamario o un oggetto particolarmente caro al defunto (una scatoletta d’avorio, dei dadi, un giocattolo). Nel rito dell’inumazione, invece, la moneta viene posta prevalentemente nella bocca del defunto, ma a volte si rinviene anche sugli occhi o nelle mani.
Le monete rinvenute nelle sepolture di Orto Ceraso sono tutte di bronzo e sono databili dalla media età repubblicana (saggio X, tomba 52: asse, II secolo a. C.; saggio II, tomba 24: triente, II secolo a. C.) al II secolo d. C. (saggio II, tomba 27: semisse di Faustina minore, 161 d. C.) (fig. 30). Il nucleo più numeroso appartiene agli imperatori della casa Giulio-Claudia (fig. 31), ma sono presenti anche monete emesse da Domiziano e da Adriano. Questo fatto conferma l’uso continuo della necropoli lungo l’arco cronologico tracciato dalle monete, che costituiscono un terminus post quem per stabilire la cronologia delle singole tombe

TANTA ARROGANZA E POCA SOSTANZA

Pallone_Gonfiato

Sfogliando il blog di Giorgio Israel ho scoperto questo post su Odifreddi, cui è seguito un acceso dibattito:

mercoledì 28 marzo 2007

Odifreddi promette: se fosse in Iran, spernacchierebbe l’islam. Mandiamocelo

(Tempi, 22 marzo 2007)

Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.

Giorgio Israel

Nel dibattito, il seguente intervento:
Fabio Medoro ha detto…

Non ho letto il libro di Odifreddi, ma vorrei fare almeno alcuni appunti sul suo commento.
Mi sembra scorretto citare alcune idee di geni come Newton ed Einstein, quali dimostrazioni della "compatibilita’" tra scienza e religione.
Essi, come altri eccelsi scienziati, vivevano in un tempo in cui ancora non c’era questa contrapposizione tra fede e ragione, anche perche’ la cultura cristiana era ancora dominante e loro erano figli di questa cultura.
Per essi, le loro ricerche erano solo una naturale curiosita’ per le creazioni di Dio. Non si rendevano conto delle conseguenze che nel lungo periodo avrebbero portato…
E’ noto il rifiuto che Einstein aveva verso alcune conseguenze che la teoria quantistica stava mostrando e bollo’ quelle interpretazioni con la celebre frase "Dio non gioca a dadi con il mondo!". Ma, per rispondere con le parole di Hawking, "Dio, non solo gioca a dadi con il mondo, ma a volte getta questi dadi dove l’uomo non puo’ vederli!".

ha suscitato questa risposta dell’insigne maestro:

Giorgio Israel ha detto…

Non si allarghi troppo. Alla fin fine il mio mestiere è lo storico della scienza e le cose che lei dice sono alquanto fuori luogo e ingenue. Newton era un autentico teologo e quasi metà della sua produzione era dedicata alla teologia. La sua definizione dello spazio era come "sensorium Dei". L’idea che lo facessero per adeguarsi al clima generale, mi permetta, è ridicola. Come è ridicolo pensare che se avessero pensato alle conseguenze (quali?) si sarebbero trattenuti… Mi scusi, ma lei è la prova dei pregiudizi circolanti. Detesti pure la religione, ma non dica che la scienza è per sua natura atea, perché è un’assurdità.

cui è seguito questo arguto commento dell’amico Marmulak:

marmulak ha detto…

Gentile professore, la risposta a fabio medoro contiene curiose argomentazioni.

Innanzitutto non si capisce cosa c’entrino le speculazioni teologiche di Newton: il valore scientifico del lavoro di Newton non risiede appunto nelle sue elucubrazioni metafisiche (che infatti oggi interessano solo i suoi biografi, e nessun fisico – in quanto fisico).

Tuttavia l’affermazione più bizzarra è certamente: “ma non dica che la scienza è per sua natura atea, perché è un’assurdità”.
In realtà è vero proprio il contrario: la scienza agisce, cresce, produce conoscenza prescindendo totalmente dall’”ipotesi” di dio (per usare l’espressione del celebre aneddoto, magari apocrifo, su Laplace).
Non solo quindi non è affatto un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea, ma definire atea la scienza è un modo molto efficace per descrivere questa attività dell’intelligenza umana.

Basta aprire un qualsiasi libro di fisica, astronomia, medicina, biologia, geologia, chimica e verificare quante volte gli autori ritengono necessario far ricorso al concetto di “dio” per impostare, affrontare o risolvere i loro problemi scientifici. Questo semplice esame è un indice di sufficiente accuratezza per verificare quale sia la presenza degli dèi nella scienza.

La scienza è essenzialmente, strutturalmente a-tea. Essa è atea per sua natura, anche se, per paradosso, tutti i suoi singoli cultori dovessero risultare accesi teisti. Essa rimane atea persino se l’ispirazione dietro ogni singola scoperta fosse un’inquietudine religiosa. Ciò che trasforma quell’inquietudine in scienza è proprio un particolare modo di trattamento razionale, intersoggettivamente verificabile (e/o falsificabile) etc. dei problemi.

Così, se in un testo di genetica (o di matematica), per il resto impeccabile, si pretendesse improvvisamente di risolvere anche un solo punto di difficile soluzione facendo ricorso a dio, proprio in quel punto gli autori non starebbero più facendo scienza (non starebbero più giocando quel "gioco linguistico", per citare Wittgenstein).

Le sarei grato se mi spiegasse il significato della proposizione: “è un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea”.

Cordiali saluti

(kommissarlohmann.splinder.com)

Il nostro accademico liquida così la questione e il fastidioso commentatore:

Giorgio Israel ha detto…

A Marmulak. Rifletta. In fin dei conti, i temi di cui lei parla sono il mio mestiere. Non pretendo che mi si creda per principio di autorità. Ma crede che sia una buona base di discussione definire quel che dico "curioso" e "bizzarro" opponendo quattro osservazioni che mostrano chiaramente che di questi temi lei sa per qualche lettura estemporanea (sic!). Niente di male. Ma si permetterebbe di apostrofare un fisico o un matematico a proposito di quanto dice in questo modo? A questo modo di discutere vi educa appunto Odifreddi, che insegna a risolvere questioni controverse con una sparata, un insulto e quattro epiteti. Per questo sostengo che lui è un disastro per la diffusione di una mentalità critica.
Nel merito, che devo rispondere? Vi sono migliaia di pagine di storiografia che dimostra che l’idea che le concezioni filosofiche, teologiche ecc. di un Newton (al pari di tantissimi altri scienziati) sono parte costitutiva della formazione delle sue idee. Che non si trovino considerazioni teologiche in un trattato di meccanica razionale è banale. Che il concetto di spazio assoluto in Newton sia diretta derivazione della sua concezione teologica dello spazio è altrettanto chiaro.
Einstein era uno spinoziano, ed era quindi religioso a questo modo. Disse che "la scienza senza la religione è zoppa e la religione senza la scienza è cieca". Frase profonda su cui riflettere.
Laplace è un ottimo esempio. Il suo concetto di determinismo si avvale dell’idea di un’intelligenza infinita, ecc. (il cosidetto demone di Laplace), per cui la sua affermazione di non aver avuto bisogno di quella ipotesi (di Dio) è banalmente contraddetta: ne ha bisogno più di altri. Il fatto che la stragrande maggioranza degli scienziati fosse credente – in vari modi! – non è un epifenomeno o una manifestazione di schizofrenia. Bisognerebbe studiare seriamente la storia della scienza, invece di accontentarsi di qualche formuletta positivistica, o della demagogia di Odifreddi. Il quale poi, quando ci si confronta direttamente con lui in una discussione, mostra una fragilità argomentativa sconcertante.

Marmulak, sul suo splendido blog oramai – ahimé – definitivamente chiuso, aveva riportato la propria controreplica, alla quale, l’illustre cattedratico, neppure ha degnato una risposta. Un tipico esempio di come si gestisce il potere e l’egemonia culturale in questo paese. Non ha alcuna importanza il contenuto di ciò che scrivi o dici, l’importante è chi tu sei: se puoi annoverarti tra gli arrivati, sarai legittimato a sparare qualsiasi cazzata, che tanto ci sarà sempre una schiera di leccaculi pronta a ripulire con la propria lingua appiccicosa tutta la merda che vomiti.

IN HOC SIGNO VICES

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In Mesopotamia la scrittura fu il presupposto per la nascita di tutta una serie di attività intellettuali, prima tra le quali l’interpretazione divinatoria dei suoi segni.

La divinazione assunse con ciò un livello specialistico, tale da richiedere necessariamente l’intervento di soggetti istituzionali conoscitori delle apposite tecniche che consentivano il passaggio dalla protasi all’apodosi, in un modello molto simile a quello poi sviluppatosi in Grecia e a noi certamente più noto (se “p” allora “q”). Poiché la scrittura cuneiforme, nella sua forma primitiva, attestata tra il IV e l’inizio del III millennio, è pittografia, l’abbinamento tra significanti e significati risulterà dapprima  molto complesso e scevro di opzioni non univoche.

Successivamente, all’incirca un secolo dopo la sua nascita, si registra un progressivo scollegarsi tra il pittogramma e le cose che esso avrebbe dovuto raffigurare e ciò in ragione principale del carattere monosillabico di svariate parole e la frequenza di omonimie fonetiche.

Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si ebbe l’abbandono totale dell’ideogramma in favore di soli segni di sillabe che avrebbero portato a un alfabeto sillabico perfetto. Accanto agli uni resistettero gli altri, contribuendo a favorire quel complesso gioco di inferenze che involontariamente permettevano di trarre dal segno scritto il messaggio divino che necessitava d’interpretazione.  Si creò così e conseguentemente un’aristocrazia di soggetti “esperti”, capaci d’interpretare i segni della scrittura.

Nei copiosi trattati divinatori sopravvissuti e giunti sino a noi, il passaggio dalla protasi-presagio all’apodosi-oracolo sembrerebbe  del tutto casuale e privo di regole. In realtà esso viene collocato sistematicamente dagli studiosi del linguaggio in tre precise categorie: la prima è detta “empirismo divinatorio”; la seconda “associazionismo tra elementi”; la terza, infine, “codificazione esauriente”.

Con l’empirismo divinatorio si registravano a posteriori coincidenze significative tra determinati accadimenti storici e qualsiasi fatto o evento che venisse giudicato “ominoso” rispetto all’accadimento medesimo. Tali coincidenze avrebbero raggiunto in seguito valore paradigmatico.

Un esempio si ha con il plastico di Mari, che riproduce la forma assunta da un fegato esaminato durante un rito di estipicina; viene registrata meticolosamente la coincidenza tra tale aspetto del fegato – posto come presago – e la rivolta contro Ibbi-Sin, ultimo re del periodo neosumerico.

Nell’associanismo tra elementi si possono verificare due condizioni alternative nel gioco associativo: la prima, sui significati; la seconda, sui significanti. Nel caso dei significati, si relaziona l’evento “segno” ad una conseguenza  tramite l’uso della metafora in un legame di chiaro ordine simbolico: l’eclissi, ad esempio, varrà ad indicare la morte del re, in un rapporto tra protasi e apodosi di questo tipo: “Se il 29 del mese di Aiiar si verifica un’eclisse di sole – il re morirà, duramente punito da Samas; mortalità generale”.

I significanti, invece, vengono utilizzati principalmente in relazione all’affinità fonetica e alla somiglianza, che farebbe sì che un fatto indicato dalla parola con un certo suono, venga considerato segno di un altro fatto espresso da un’altra parola di suono affine.

Infine, abbiamo i cosiddetti codici sistematici, caratteristici dei periodi più recenti della cultura mesopotamica, che prevedono casistiche generali ed esaustive di rapporti tra segni ed eventi. Non vengono più registrati solo casi effettivamente osservati, bensì si tenta di astrarre tutti i casi virtualmente possibili, sistemandoli in un contesto basato su opposizioni e regole precise.

Questo processo di astrazione non si arresterà qui, ma procederà fino alla completa riduzione dei valori alla dicotomia fondamentale: favorevole/sfavorevole. All’estrema complessità e particolarizzazione degli oracoli più antichi si contrapporrà l’estrema semplificazione di una logica binaria che prevede solo il sì o il no”.

(per saperne di più: “Le teorie del segno nell’antichità classica” di Giovanni Manetti – Bompiani, Milano, 1987)