LA SINDONE (NON?) E’ UN FALSO MEDIEVALE

P.S. DOPO AVER LETTO IL NUMERO DI APRILE 2010 DI MICROMEGA, HO APPRESO D’AVER ELABORATO LE MIE SUPPOSIZIONI BASANDOMI SU ALCUNE IPOTESI CHE ASSUMEVO PER VERE MENTRE ERANO  COMPLETAMENTE FALSE ED ARTATAMENTE DIFFUSE DAI FAUTORI DELL’AUTENTICITA’ DEL LENZUOLO ALL’UNICO SCOPO D’AVALLARE LE PROPRIE TESI. CIO’ DIMOSTRA CHE, SECOLI DOPO LA CONSTITUTUM CONSTANTINI, IL LUPO PERDE IL PELO MA NON IL MALEDETTO VIZIO D’IMBROGLIARE IL PROSSIMO. AGLI IEROFANTI LA VERITA’ NON INTERESSA, ANZI! PRIMA DI TUTTO VIENE IL CONTO ECONOMICO DELLA LORO BOTTEGA. POSSANO BRUCIARE IN ETERNO NEL MALEDETTO INFERNO DEI MENTITORI CHE SONO!

Codex Pray

… ma con molta probabilità è un falso del III° – IV° secolo.

Ciò che porta ad escludere con ragionevole sicurezza l’origine medievale del manufatto è la sorprendente coincidenza tra le informazioni che scaturiscono dall’analisi dell’immagine e del telo che la contiene e i dati storici e filologici di cui siamo oggi  a conoscenza. Questa accuratezza millantatoria risulterebbe talmente  insolita in un falsario medievale, che ci porterebbe a considerare il falsificatore stesso un fenomeno, degno di studio almeno pari al presunto lenzuolo di Cristo. Detta abbondanza di peculiarità e la loro sospetta precisa attinenza col racconto dei sinottici, parimenti, costituiscono un sostegno non indifferente alla teoria del falso. La ridicola tesi che vorrebbe Leonardo da Vinci quale responsabile dell’artifizio, non tiene in assoluto conto la fondatezza del dato relativo alla prima notizia sicura sul lino (Lirey, Francia, 1353, mentre Leonardo nasce nel 1452) e deve così ricorrere a vari espedienti per poterne giustificare in qualche modo il fantomatico intervento.

Perciò, se falso deve essere, esso non può che trarre la sua origine nel periodo in cui cominciò il delirio cristiano per le reliquie,  ossia il III° – IV° secolo dell’era volgare. Maggior vicinanza temporale con i fatti di cui il lenzuolo avrebbe dovuto dare testimonianza, continuità d’usi e costumi con i periodi antecedenti, non ancora frantumati dalle invasioni barbariche  e dall’onda saracena: tutti fattori che consentono di far rientrare nelle normalità  del quotidiano ciò che trasposto in periodo medievale sarebbe altrimenti inconsueto e di scarsa credibilità e ancor più scarsa probabilità.

Ma l’immagine, come si sarebbe formata?

Guglielmo di Ockham insegna che tra le varie possibilità, quella più semplice è anche la più probabile. La tesi dell’irradiazione da parte del corpo dell’uomo della Sindone, nell’attimo della sua resurrezione, se di per sé risulta assolutamente improbabile, dall’altro ci fornisce un dato importante: l’immagine ha una notevole somiglianza con quella che si forma nelle moderne radiografie. Dunque, non è da escludere l’intervento di un fattore di radiazione. Ma come? Non risulta che nel III° – IV° secolo disponessero di apparecchiature per le lastre a raggi X, né che alcuno fosse dotato di qualsivoglia cognizione in proposito.

Io continuo a prospettare come sufficientemente ragionevole l’ipotesi d’un unguento utilizzato sul cadavere, avente un contenuto corrosivo o addirittura lievemente radioattivo sconosciuto agli stessi fabbricatori dell’immagine. Con ogni probabilità, essi utilizzarono una prima volta questo unguento per altri motivi e rimasero sorpresi dal risultato che aveva prodotto. Ebbero l’idea, credo estremamente remunerativa, di realizzare il telo con l’impressione d’un presunto Cristo, secondo le indicazioni ritraibili dai sinottici. Tuttavia, non riuscirono a individuare quale elemento dell’unguento utilizzato disponesse della capacità d’impressionare un telo [1]. L’unguento, forse, non era neppure facilmente disponibile o riproducibile, magari perché importato dall’Oriente. Il suddetto unguento avrebbe contenuto una percentuale di radio o altro elemento radioattivo che, grazie a una prolungata esposizione, ebbe l’effetto di produrre l’immagine della Sindone che tutti conosciamo [2].

Data la semplicità che per la moderna tecnica presenterebbe l’effettuazione d’una simile prova,  mi piacerebbe che qualcuno tentasse l’esperimento nel senso indicato [3], a riscontro di quella che ritengo una deduzione non del tutto priva di fondamento e che darebbe per la prima volta una risposta accettabile a un mistero durato alcuni secoli. 

[1] Altrimenti i teli sarebbero stati molti più d’uno, visto che non esiste limite all’avidità umana.

[2]  Dopo che Antoine Henri Becquerel aveva scoperto le sue lastre fotografiche impressionate dal solfato di potassio-uranile con il quale le aveva riposte, deducendone che a produrre tale effetto era stato l’uranio contenuto nel solfato, Maria Skłodowska iniziò a misurare la radiazione dell’uranio mediante la piezoelettricità, scoperta dal marito Pierre in collaborazione con il fratello Jacques, facendo ionizzare l’aria tra due elettrodi e provocando il passaggio di una piccola corrente di cui misurava l’intensità in rapporto alla pressione su un cristallo necessaria a produrre un’altra corrente tale da bilanciare la prima. Tale sistema funzionò e il marito Pierre abbandonò il suo lavoro per affiancare Maria Skłodowska in tali ricerche.

[3]  Il metodo classico di estrazione dell’uranio prevede che la pechblenda venga triturata e mescolata con acido solforico e nitrico. L’uranio si scioglie e forma il solfato di uranile, mentre il radio e gli altri metalli del minerale vengono precipitati come solfati. Aggiungendo idrossido di sodio, si precipita il diuranato di sodio (Na2U2O7 · 6H2O), noto anche come ossido giallo di uranio (yellow cake). Per ottenere l’uranio dalla carnotite, il minerale viene finemente polverizzato e mescolato con soda e potassa calde, che sciolgono l’uranio, il radio e il vanadio. Dopo aver eliminato le sabbie inutili, il composto viene trattato con acido solforico e cloruro di bario. Una soluzione caustica e alcalina aggiunta al liquido precipita l’uranio e il radio in forma concentrata. I minerali di uranio sono presenti in tutto il mondo; in particolare, depositi di pechblenda, il minerale più ricco di uranio, si trovano principalmente in Canada, Repubblica democratica del Congo e Stati Uniti. La maggior parte dell’uranio degli Stati Uniti deriva dalla carnotite presente in Colorado, Utah, New Mexico, Arizona e Wyoming. Un minerale detto coffinite, scoperto nel 1955 in Colorado, contiene fino al 61% di uranio. I depositi di questo minerale si trovano in Wyoming e Arizona.

Curiosità: L’uso di deporre una moneta nella tomba è antico quasi come la moneta stessa. Le prime attestazioni risalgono al V secolo a. C., ma anche nei periodi precedenti è documentato l’uso di porre nelle sepolture oggetti cui è stato riconosciuto un valore premonetale, utilizzati, cioè, negli scambi con la stessa funzione della moneta: spiedi e anelli di bronzo, asce, verghe e “gocce” di metallo.
In epoca romana la moneta che accompagna il morto nella tomba è quasi sempre di scarso valore; bisogna riconoscerle, dunque, un significato simbolico non assimilabile a quello degli altri oggetti di corredo, che possono caricarsi di valori legati allo status sociale del defunto. L’interpretazione più diffusa del significato di quest’uso è che la moneta serva per pagare il pedaggio per il passaggio nell’Ade, il regno dei morti, che costituisca, cioè, l’obolo per Caronte, il traghettatore delle anime.
Nel rito dell’incinerazione la moneta viene deposta all’interno dell’urna insieme ai resti umani carbonizzati, spesso con una lucerna o un balsamario o un oggetto particolarmente caro al defunto (una scatoletta d’avorio, dei dadi, un giocattolo). Nel rito dell’inumazione, invece, la moneta viene posta prevalentemente nella bocca del defunto, ma a volte si rinviene anche sugli occhi o nelle mani.
Le monete rinvenute nelle sepolture di Orto Ceraso sono tutte di bronzo e sono databili dalla media età repubblicana (saggio X, tomba 52: asse, II secolo a. C.; saggio II, tomba 24: triente, II secolo a. C.) al II secolo d. C. (saggio II, tomba 27: semisse di Faustina minore, 161 d. C.) (fig. 30). Il nucleo più numeroso appartiene agli imperatori della casa Giulio-Claudia (fig. 31), ma sono presenti anche monete emesse da Domiziano e da Adriano. Questo fatto conferma l’uso continuo della necropoli lungo l’arco cronologico tracciato dalle monete, che costituiscono un terminus post quem per stabilire la cronologia delle singole tombe

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