AHI ROBOT

Un tizio entra in un bar supertecnologico, dove c’è un robot al posto del barista.

Il robot è programmato per conversare con i clienti a seconda del loro livello intellettivo.

Mentre gli serve la bibita che aveva ordinato, il robot chiede al tizio quale sia il suo Quoziente Intellettivo, o QI.

Questi gli risponde 160 e allora il robot inizia a parlare di meccanica quantistica, teoria delle stringhe, teoria del multiverso, teoria dei frattali, principio di indeterminazione di Heisenberg e così via.

Il tizio rimane sinceramente impressionato e decide allora di mettere ancora alla prova il robot.

Il giorno dopo, rientra nel medesimo bar e chiede nuovamente una bibita. Il robot gli pone la stessa domanda della volta prima,  chiedendogli  quale sia il suo QI.

Il tizio questa volta gli risponde 100. Il robot comincia a parlargli di calcio, di donne, di spettacoli televisivi e così via.

Non ancora convinto, il nostro rientra nel bar il giorno dopo. All’usuale domanda del robot di quale sia il suo livello di QI, questa volta gli risponde 40.

Il robot allora comincia subito a chiedergli come sia andata l’ultima riunione alla sezione del PD.

TANTO, LA POLTRONA NON LA MOLLA! CERTA GENTE C’HA LA FACCIA COME IL CULO.

"Per fare il professore ci vogliono: laurea, abilitazione e concorso. Per fare il ministro dell'Istruzione: terza media, amicizie e molte bugie". E' quanto recita un manifesto apparso sui muri di Roma sui quali campeggia una grande foto in primo piano del ministro dell'Istruzione, 10 gennaio 2017. Il manifesto è anonimo: non c'è alcuna firma degli autori dell'iniziativa. ANSA/ CLAUDIO PERI

“Per fare il professore ci vogliono: laurea, abilitazione e concorso. Per fare il ministro dell’Istruzione: terza media, amicizie e molte bugie”. E’ quanto recita un manifesto apparso sui muri di Roma sui quali campeggia una grande foto in primo piano del ministro dell’Istruzione, 10 gennaio 2017. Il manifesto è anonimo: non c’è alcuna firma degli autori dell’iniziativa. ANSA/ CLAUDIO PERI

Il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli presa di mira da manifesti anonimi: “Per fare il ministro bastano terza media e amicizie”

“Per fare il professore ci vogliono: laurea, abilitazione e concorso. Per fare il ministro dell’Istruzione: terza media, amicizie e molte bugie…”: è la scritta che troneggia da stamattina su diversi manifesti comparsi a Roma, a corredare un primo piano del ministro Valeria Fedeli.

Non è chiaro chi vi sia dietro i manifesti, rimasti anonimi. Il Partito Democratico intanto si è già schierato a difesa del ministro. “La macchina del fango contro la ministra Fedeli sembra non arrestarsi, questa volta con manifesti anonimi e abusivi appesi per le strade della capitale”, ha dichiarato la senatrice Francesca Puglisi, responsabile scuola, università e ricerca del Pd. “Valeria Fedeli ha maturato una esperienza politico-istituzionale di tutto rispetto. Ha mostrato serietà e capacità”.

“Riguardo alla vicenda della laurea – prosegue Puglisi – ha ammesso la leggerezza nell’aver lasciato che comparisse l’espressione ‘diploma di laurea’ sul suo sito. Il Premier Paolo Gentiloni le ha confermato la piena fiducia per il suo incarico al Governo. Si lasci il Ministro lavorare e si giudichi serenamente il suo lavoro al MIUR, sul campo dunque, senza cercare la polemica ad ogni costo e perfino usando strumenti mediocri e vigliacchi”. La senatrice si riferisce al caso scaturito in seguito alla dichiarazione di un diploma di laurea che in realtà si è poi rivelato un diploma conseguito presso una scuola per assistenti sociali di Milano.

“Esprimo massima solidarietà alla ministra Fedeli fatta oggetto di un miserabile attacco con alcuni vergognosi manifesti attaccatati sui muri delle strade di Roma”, ha detto Maria Coscia, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera. “La ministra ha un’indiscussa competenza ed una lunga esperienza maturata sul campo e delle quali nessuno può dubitare. Basta con questi attacchi vili e meschini fatti da anonimi”.

Oltre alla vicinanza espressa per il ministro, sorgono anche i dubbi circa l’origine dei manifesti. “Chi ha pagato i manifesti contro il Ministro Valeria Fedeli che oggi tappezzano la capitale? Sono stati affissi senza una firma e in modo abusivo. Gli autori di tale atto dovrebbero vergognarsi”. Scrive il senatore Dem Bruno Astorre. Dubbio condiviso anche dalla vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, Titti Di Salvo. “Chi c’è dietro questo odioso atto? Chi ha interesse a pagare per dei manifesti anonimi? Le affissioni sono state richieste al Comune o sono abusive?”, si chiede la vicepresidente. “Mi auguro che anche il Comune di Roma voglia fare chiarezza e non assecondare atti di anonima diffamazione”.

E RIMETTIAMOLO ‘STO DITO NELLA PIAGA

L’importazione di manodopera a bassissimo costo dai paesi del Terzo e Quarto Mondo, serve proprio per aumentare gli orari di lavoro, abbassare i salari e precarizzare i contratti. Infatti, perché investire miliardi di euro in costosissime macchine robotizzate, quando nel mondo c’è così tanta gente disposta a lavorare senza sosta per un pezzo di pane? I salariati europei erano dei privilegiati, pieni di servizi sociali, assistenza sanitaria gratuita, alti salari, garanzia del posto di lavoro, pensione dopo un ragionevole periodo lavorativo e sempre lì a chiedere maggiori diritti, meno orario, anticipo dell’età pensionabile, più ferie. Come mettere fine a tutto ciò? E’ stato sufficiente aprire le frontiere e importare milioni e milioni di disperati. Così, per i proletari e la piccola e piccolissima borghesia europea adesso è finita la pacchia. I ricchi restano ricchi come sempre e se ne sbattono, anzi ci guadagnano perché pagheranno molto meno le colf, gli autisti, le cuoche, i giardinieri e le badanti e, ovviamente, i dipendenti.  Ma verranno sempre protetti dalla microcriminalità grazie alle nostre forze dell’ordine e alle loro guardie del corpo. Vantaggi  enormi, al ragionevole costo di un po’ di disordine sociale e di un’antiestetica miseria diffusa.

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NATALE ALL’ISTITUTO PROVOLO

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Argentina, la «casetta di Dio»
dove violentavano i bambini

Si allarga lo scandalo dell’Istituto cattolico Antonio Provolo e del sacedote CorradiCinque arresti. «Denunce anche in Italia ma la gerarchia contro di lui non fece nulla»

di Sara Gandolfi

Si riapre in Argentina lo scandalo della «casita de Dios». Era chiamata così la piccola cappella con il ritratto della Madonna, sul retro dell’istituto cattolico Antonio Provolo, nella provincia di Mendoza, su cui emergono, giorno dopo giorno, nuovi particolari da brivido. Le bambine e i bambini volevano urlare, disperati, cercando aiuto mentre i due preti cattolici abusavano di loro, ma nessuno poteva sentirli: in quella scuola erano tutti sordomuti e comunque l’edificio di calle Boedo a Luján de Cuyo era molto isolato. Eppure qualcuno si era accorto che qualcosa di strano avveniva là dentro, attraverso le fessure gli altri bambini guardavano i loro amichetti che venivano violentati, ripetutamente. Ma non potevano raccontarlo a nessuno.

Le testimonianze fra Italia e Argentina

Le testimonianze raccolte dal giudice inquirente Fabricio Sidoti sugli abusi compiuti tra il 2007 e il 2008 su bambini tra i 6 e i 12 anni sono di per sé agghiaccianti, ma la vicenda è ancor più inquietante perché secondo gli inquirenti — e le denunce delle vittime – il Vaticano conosceva le inclinazioni pedofile di almeno uno di quei preti criminali e non ha fatto nulla per fermarlo. Decine di studenti dell’Istituto Provolo di Verona, in Italia, erano stati abusati per anni e tra i loro aguzzini figurava uno dei religiosi arrestati in novembre in Argentina. «Il Vaticano sapeva almeno dal 2009, quando le vittime italiane raccontarono pubblicamente gli abusi subiti – ricorda l’agenzia Ap -. Nel 2014, scrissero direttamente a Papa Francesco accusando per nome 14 preti e religiosi laici dell’istituti, tra cui il reverendo Nicola Corradi». E’ lo stesso sacerdote, trasferito nelle sedi argentine del Provolo, denunciato ora da 24 ex studenti argentini. Assieme a lui, oggi 82 enne, sono finiti in novembre agli arresti il prete Horacio Corbacho, 56 anni, un ex allievo e due impiegati dell’istituto per «violenze sessuali aggravate e corruzione di minori».

La commissione d’inchiesta

Gli ex allievi dell’istituto veronese, che oggi hanno tra i 55 e i 65 anni, hanno convissuto per tutta la vita con il ricordo di quanto subito, fra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Ottanta. Finché, sette anni fa, dopo un tentativo di negoziato fallito con la diocesi di Verona, decisero di denunciare pubblicamente 12 preti e 3 laici. Il Vaticano istituì una commissioni di inchiesta che ha comminato a cinque sacerdoti la pena più lieve, l’ammonizione canonica. Su don Corradi, che nel frattempo si era trasferito in Argentina, nulla. Fino all’esplosione dello scandalo in Argentina. Per la stampa locale, il sacerdote sarebbe stato trasferito all’epoca dai superiori nel Paese sudamericano proprio per allontanarlo dalle voci che lo circondavano in Italia.

Le lettere a Francesco

Lo scandalo sfiora anche Papa Francesco che, tra il 1998 e il 2013, era vescovo di Buenos Aires e apparentemente ignorò le lettere inviata dalle vittime italiane. Soltanto lo scorso febbraio monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, ha confermato che il Vaticano ha ricevuto le due missive delle presunte vittime di Verona e di aver girato la loro proposta di una commissione indipendente d’inchiesta alla Conferenza episcopale italiana. «Dal Papa in giù…. tutta la gerarchia della Chiesa cattolica sapeva», ha detto all’Ap una delle vittime argentine, parlando con la lingua dei segni.

Il giudice Sidoti

A Luján le bambine e i bambini venivano sedati, con la complicità di un ospite disabile e del giardiniere dell’istituto, e quindi violentati per via vaginale (le bambine) e rettale, costretti a sesso orale e «carezze» in ogni parte del corpo. Alcune testimonianze, riportate dall’Ap, sono talmente dure che preferiamo non riportarle: erano trattati come o addirittura peggio di bambole di gomma. Il giudice Sidoti è sicuro che altre vittime romperanno presto il muro del silenzio. Il Vaticano, per ora, ha rifiutato di commentare. Al contrario dei fatti di Verona, caduti in prescrizione, i presunti abusi in Argentina sono ancora perseguibili per legge e potrebbero portare a condanne fino a 50 anni di carcere.

UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA: MA LE FACEVA USARE IL PRESERVATIVO?

parroco-pappone

(da Il Gazzettino)

PADOVA Giovedì 22 Dicembre 2016

Insospettabile perché uomo di chiesa e al di sopra di ogni sospetto perché prete molto stimato a Padova. Ma ieri don Andrea Contin di 48 anni, parroco della chiesa di San Lazzaro, piccolo rione di 1.500 anime tra il quartiere Stanga e la strada che porta al casello autostradale di Padova Est, è finito nel registro degli indagati per favoreggiamento della prostituzione e violenza privata. Impegnato politicamente prima di diventare sacerdote e poi fondatore di Casetta Michelino progetto per dare assistenza agli anziani, secondo l’accusa don Contin a partire dal 2014 avrebbe avuto una relazione sentimentale con una sua parrocchiana. Un amore intenso, ma ben presto sfociato in situazioni morbose.

La donna, non più tardi di due settimane fa, ha denunciato ai carabinieri di avere subito dal prete rapporti sessuali estremi e violenti, ma soprattutto di essere stata offerta ad altri uomini in cambio di denaro. Accuse pesanti e su cui la Procura ha fatto scattare le indagini, che sono culminate ieri mattina con la perquisizione della canonica in uso a don Contin. I militari hanno sequestrato numerosi giochi erotici come fruste e vibratori, ma anche materiale pornografico come video hard.