PROVE TECNICHE DI DITTATURA

Islam, culo e bavaglio, Feltri difende Facci: perché ha il diritto di critica

Il nostro eccellente Filippo Facci, editorialista di vaglia, è stato «condannato» a due mesi di disoccupazione per aver pubblicato un articolo nel quale egli manifestava odio e disprezzo nei confronti dell’ islam in genere. La dura sentenza non è stata emessa da un tribunale della Repubblica bensì dall’ Ordine lombardo dei giornalisti, ente legittimato a punire gli iscritti anche se si limitano a usare un linguaggio considerato dai giudici (improvvisati) volgare e offensivo.
Il che è arbitrario. Secondo i colleghi al vertice dell’ Albo, Facci merita di essere sospeso dalla professione (chiamiamolo correttamente lavoro) non solo perché detesta i precetti del Corano, ma pure perché la sua prosa cruda non è gradita alla categoria, la quale si ispira al più vieto conformismo e, pertanto, respinge il lessico che contrasti col cosiddetto politicamente corretto.
Ormai l’ Ordine, pur di adeguarsi alla moda progressista, invece di badare alla correttezza dell’ informazione, si preoccupa di imporre agli scribi i propri canoni estetici, per altro discutibili. In sostanza fa la guerra alle parole e ne trascura il significato. Inoltre entra nel merito delle opinioni e se non condivide quelle di un collega le boccia e le sanziona in barba alla Costituzione che, in teoria, le ammette tutte, salvo quelle del fascismo, la cui apologia è proibita.

Filippo nel suo pezzo critica ferocemente la religione musulmana (e non solo questa) e coloro che la praticano. Ha ragione o torto? Non importa. Bisogna riconoscere che è un suo diritto non essere d’ accordo con gli adoratori di Allah. D’ altronde nessuno ha mai impedito agli anticlericali occidentali, italiani in particolare, di essere ostili al cattolicesimo, al cristianesimo. Si è mai visto un cronista perseguito dall’ ordine in quanto auspica la sparizione dei preti? Non c’ è quindi ragione di prendersela con Facci perché non tollera gli islamici, i cui costumi sono antitetici rispetto ai nostri.
Gli si rimprovera di aver fatto ricorso a termini quali «culo» e «merda». Ma ciascuno ha il proprio vocabolario, bello o brutto che sia. Non c’ è motivo di censurarlo. Il culo è una realtà che accomuna l’ intero mondo animale, quindi anche umano. È il terminale dell’ intestino. È obbligatorio ignorarlo?
Quanto alla merda, sfido la corporazione a dimostrare con argomenti scientifici che è una invenzione di Filippo tesa a diffamare chi non sopporta la parità tra maschi e femmine e combatte la democrazia in favore dello Stato etico, da noi superato da secoli. Se la merda c’ è, e le cloache ne sono piene, non si comprende per quale motivo sia innominabile. Non si cambia la società, amici redattori, ignorando la semantica e confinando all’ indice certi sostantivi e certi aggettivi. Tra l’ altro non è compito dei giornalisti migliorare ciò che avviene sulla terra; al massimo siamo attrezzati per descriverlo. Cosa che Facci fa egregiamente, e forse per questo gli tappano la bocca senza neppure provare imbarazzo. La libertà è un bene prezioso per tutti tranne che per i soloni dell’ Albo, i quali, non riuscendo a beneficiarne (per convenienza?), pretendono di negarla a noi, sono persuasi sia un lusso inaccessibile per gente disinibita come Filippo.

di Vittorio Feltri

DESSINISTRA

James Delingpole per “The Spectator

Gli universitari americani Peter Boghossian e James Lindsay sono riusciti a farsi pubblicare su una rivista di scienza sociale l’articolo in cui sostengono che il pene non è un organo riproduttivo maschile ma solo un costrutto sociale, peraltro responsabile del cambiamento climatico.

Era chiaramente satirico, dietro lo studio si nascondevano in realtà uno studioso e un professore di filosofia della Portland University, ma alcuni esperti lo hanno definito notevole e eccezionale. I redattori della ‘Cogent Social Sciences’ non si sono accorti della balla e l’hanno pubblicata. Si intitolava “Il pene concettuale come costruzione sociale” e concludeva che “La letale ipermascolinità sostiene il materialismo neocapitalista, motore del cambiamento climatico”.

L’ispirazione dei due è stato l’affare Sokal, l’esperimento sociologico di Alan Sokal, professore di fisica alla New York University, che si prese gioco dei meccanismi di selezione dei contenuti di riviste culturali attraverso la pubblicazione di un falso articolo di filosofia. Voleva anche dimostrare che certe riviste umanistiche sono pronte a pubblicare qualsiasi cosa che riguardi ‘l’appropriato pensiero di sinistra’.

Gli autori anche stavolta hanno puntato sulle devozioni di moda a sinistra, sospettando che gli studi sul genere fossero azzoppati a livello accademico dal credo quasi religioso che la mascolinità sia la radice di ogni male. Perciò hanno scelto di usare un linguaggio dispregiativo verso gli uomini e i loro vizi, tipo il ‘manspreading’, il modo di sedersi con le gambe spalancate, ‘quasi a stuprare lo spazio attorno’.

La vicenda è divertente ma anche pericolosa, perché ci mostra che chi convalida le ricerche a volte non è preparato e che le ricerche fraudolente abbondano. Problemi simili esistono sulla questione del riscaldamento globale: un’industria della paura è stata costruita sulla nozione che il Co2 antropogenico sia responsabile di catastrofici cambiamenti climatici, eppure sono pochi gli scienziati a sostenere l’ipotesi, si convalidano l’un l’altro con recensioni amichevoli.

Generazione dopo generazione, i ragazzini impressionabili pagano soldi per studiare totali idiozie, sperando poi di costruirci su una carriera. Quando un argomento viene dirottato dal post-modernismo – e un campo nebuloso come il gender è particolarmente prono – la cultura diventa addirittura pericolosa. La bufala in questione ne è un esempio: invece di sentirsi imbarazzati dalla tesi espressa, gli esperti l’hanno trovata ‘empowering’.

I nostri figli passano quattro anni all’università, incoraggiati a rigettare la verità, la logica, il canone del pensiero stabilito. Dove porta la combinazione di arroganza e stupidità deleteria quando opera con movimenti politici e identitari aggressivi, basati su razza e genere?

Ultimamente al Pomona College gli studenti neri hanno dichiarato che la verità è uno strumento della supremazia bianca per silenziare gli oppressi. Gli studenti sudafricani hanno definito la scienza ‘un prodotto del razzismo’ che rigetta tradizionali alternative come la stregoneria. Ma nessuno dei due casi, purtroppo, è un sofisticato scherzo intellettuale.