QUESTO CRISTO DEL MENGA

Franco Tommasi – Non c’è Cristo che tenga

Non c’è Cristo che tenga. Silenzi, invenzioni e imbarazzi alle origini del Cristianesimo. Qual è il Gesù storico più credibile?
Franco Tommasi
Manni 2014, pag. 423, € 26
ISBN 9788862665506

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Non c’è che dire. Dopo L’enigma Gesù di Carocci, Gesù il ribelle di Azlan, Gesù ebreo di Galilea di Barbaglio, Gesù sei un mito del Tommasi che stiamo recensendo, finanche il Gesù ateo di Scalzo, davvero viene da dire Non c’è Cristo che tenga! Vabbè, dirà il lettore stizzito, siamo abituati alla pletora di libri su Gesù, al quale neanche il buon Flores d’Arcais ha resistito (Gesù. L’invenzione del dio cristiano). Con una aggravante non da poco: Franco Tommasi non è un “addetto ai lavori”, né uno specialista, (fa il docente universitario presso al dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento), che sfrontatezza, ma cosa può saperne delle origini del cristianesimo, lui? E allo sprovveduto lettore dovremmo dire che il punto sta proprio qui; chi sono oggi gli “addetti ai lavori”, o gli “specialisti”? O ancora meglio: la direttrice epistemologica che solo negli ultimi 200/300 anni ha cominciato a scandagliare lì dove non si poteva, a fronte di un unanimismo quantomai sospetto riguardo al Gesù canonico, ha lasciato sul campo le sue illustri vittime: Meslier, Reimarus, Strauß, Buonaiuti, Lüdemann giusto per fare qualche nome (e fa benissimo Tommasi a ricordarne la caparbietà a fronte di censure e vere persecuzioni benedette da Santa Romana Chiesa).

Forse che non ci siano tuttora teologi che la pensano come Anrdrés Torres Queiruga, finito nel tritacarne della Commissione per la Dottrina della Fede della Conferenza Episcopale Spagnola? Indubbio, ma i più tengono famiglia, come si dice, e devono adeguarsi alla “maggioranza degli studiosi” (quasi sempre che insegnano in qualche facoltà teologica, maggioranza molto viziata ab origine) o magari ne sapremo di più alla loro dipartita, come fece il nostro Darwin (che teologo non era ma di religione si intendeva assai e le sue scoperte diedero un colpo fatale alla dogmatica cristiana) il quale molto materiale non poté pubblicare per evitare rogne. A dispetto dei malevoli inevitabili (pre)giudizi all’indirizzo di Tommasi, se cercate un libro che dispieghi una buona volta la questione del Gesù storico o della fede, insurrezionalista o maestro di sapienza, ateo o devoto, questo è il libro definitivo. Un vero manuale orientativo alla Deschner, compianto studioso di recente scomparso, quanto ad ironia ma anche a rigore ermeneutico, per quanti continuano ad essere affascinati dalle origini del cristianesimo, da sempre considerato il paradigma da cui partire per spiegare tutto quello che è seguito; così la mitizzazione operata ad un tempo dalla teologia della liberazione e dal movimento pentecostale, seppur su versanti completamente opposti, per stare in ambito confessionale. Ma, come ricorda Tommasi, non mancano anche gli apologeti in campo laico e miscredente.

La questione focale è proprio la frattura tra le scarni notizie su un Gesù, ebreo di Galilea con aspirazioni messianiche, uno dei tanti di cui ci parla Giuseppe Flavio (che però di questo Nazareno non parla affatto), e la incredibile ricchezza di particolari attorno alla vita (e morte e risurrezione) del medesimo Gesù che però aumentano con il passare degli anni (o dei decenni). Una storia all’incontrario verrebbe da dire. Il problema è arcinoto: di questo Gesù dei vangeli si dimenticano Filone di Alessandria (20 a.C.-50 d.C.) filosofo ebraico che scrive enciclopedie sul suo tempo, o Seneca (4 a.C.-65 d.C) altro filosofo che del culto degli ebrei parla diffusamente, Plinio in Vecchio (23 d.C.-79 d.C.) che visita la Palestina e scrive sugli Esseni, Plutarco (45 d.C.-127 d.C.) studioso di religione che si occupa delle divinità che muoiono e risorgono come Iside e Osiride, od ancora quel Giusto di Tiberiade (seconda metà del I secolo) storico vissuto nel tempo e nei luoghi citati dai vangeli e davvero si potrebbe continuare. E dire che molti di loro, e il già citato Giuseppe Flavio, non esitano a soffermarsi su personaggi marginali. Di contro, le fonti più antiche, anche se partigiane, (fonte Q, Vangelo di Tomaso, Paolo di Tarso) nulla dicono del Gesù biografico. Già Nietzsche, con geniale intuizione, ha sostenuto che bisogna separare Gesù dal cristianesimo, che il vangelo sia “morto in croce”, e che il vangelo medesimo non sia altro che il colossale travisamento dell’opera di Gesù. Senza parlare, riguardo ai vangeli, degli imbarazzanti errori, delle insolubili contraddizioni e delle plateali interpolazioni ivi contenute (il Diatessaron, opera di Taziano il Tiro, che voleva comporre la difficoltà dellaconcordia discors dei quattro vangeli si rivelò un rimedio peggiore del male), la cui carrellata è piuttosto lunga.

Tra le perle vengono ricordate le citazioni sbagliate di Gesù che scambia Malachia con Isaia, la madre di Gesù che vuole con altri parenti riportarlo a casa perché lo crede folle (dimenticandosi dell’arcangelo Gabriele), gli errori geografici di qualche evangelista sulla collocazione di Sidone e finanche sui precipizi di Nazareth dai quali i compaesani volevano buttare Gesù (purtroppo Nazareth non è collocata su alcuna altura), i lunghi discorsi di Gesù che nessuno poteva sentire (nel deserto con il diavolo, sul Getsemani mentre tutti dormivano, sulla croce assenti i suoi discepoli fuggiti), l’invenzione del primato di Pietro (che negli Atti è subordinato a Giacomo, fratello di Gesù, secondo la carne, colpo fatale alla verginità perpetua della Madonna), la cosiddetta “finale lunga” di Marco, aggiunta posteriore per ovviare alla carenza di apparizioni del Risorto nel vangelo più antico e così via. La tesi che il libro accarezza, molto plausibile, è che il cristianesimo sia un’invenzione paolina che con la scomparsa di Giacomo e della chiesa di Gerusalemme (legittimi eredi del presunto Gesù storico) ha avuto man forte nel diffondere il suo vangelo (avuto per rivelazione privata secondo le stesse parole dell’apostolo) che era ben gradito dai Romani rispetto a quello nazionalistico dei giudei-cristiani e i vangeli scritti dopo rispondono a questo disegno di criminalizzazione degli ebrei (nei vari scribi-farisei, parenti e concittadini di Gesù etc.) e di assoluzione dei Romani. Non sarà un caso che il primo vangelo (Marco) è scritto a Roma, dopo gli avvenimenti tragici della rivolta giudaica finita in un bagno di sangue, di cui, curiosamente, tutti i vangeli scritti dopo il 66 d.C. (che pure parlano di storielle inventate di sana pianta come la Strage degli innocenti) omettono a piè pari. In quest’ottica fa bene Tommasi a riabilitare un autore, tanto bistrattato quanto frainteso, come Brandon che in Gesù e nei suoi discepoli vede inequivocabilmente un fronte anti-romano.

Intendiamoci: questo libro non sarà il “canto del gallo” sull’affaire Gesù. Entra però di diritto, tra quelli di autori non embedded, scritti in lingua italiana, meritevoli di menzione negli ultimi anni (come Cristo. Una vicenda storica da riscoprire di David Donnini, e pochi altri) che per scellerata scelta dell’editoria italiana faticano a emergere, di fronte alla canea del mainstream. Nondimeno, sale un po’ di sangue alla testa al pensiero che un libro di mediocre spessore storiografico come “Gesù di Nazareth” del papa emerito continui a campeggiare sugli scaffali delle librerie mentre in tanti neanche leggeranno una riga di Non c’è Cristo che tenga, né vedremo con molta probabilità Franco Tommasi ospite di qualche trasmissione televisiva dedicata alle origini del cristianesimoMotivo in più per proporlo ai nostri lettori e motivo in più perché quest’ultimi si prodighino nel diffonderne la lettura. Libro piacevole quanto utile insomma.

Stefano Marullo
novembre 2014

Tutto quello che ai devoti non piace leggere riguardo Padre Pio

padre pio

Propongo questo ottimo articolo su Padre Pio, scritto da  Jhon Doe, &Visiolo (l’originale lo trovate a questo link)

1- PADRE PIO E IL FASCISMO

Il 14 ottobre 1920 a S.Giovanni Rotondo le elezioni furono vinte dai socialisti. Al momento dell’insediamento il partito popolare di Sturzo e l’organizzazione che lo appoggiava “Gli arditi di Cristo” con i gagliardetti del Vaticano massacrarono 14 contadini e ferirono un centinaio di persone. Uno dei più gravi massacri della storia d’Italia. L’inchiesta parlamentare dette questi risultati che riprendo sempre dal libro di Mario Guarino “Beato Impostore”:

“Venne assodato che si era trattato di un eccidio organizzato e provocato dagli excombattenti fascisti. Quegli stessi excombattenti fascisti dei quali padre Pio aveva benedetto la bandiera.

Commentando l’eccidio, il 2 aprile 1961, il quotidiano socialista Avanti punterà il dito proprio contro il frate di Pietralcina, titolando:

“padre Pio era con gli Arditi neri nel massacro di S. Giovanni””

Dopo questi fatti padre Pio il legame tra Padre Pio e l’estrema destra andarono avanti. Il 31 dicembre 1923, Padre Pio si accordò con tale Morcaldi Francesco detto Ciccillo. Quell’accordo, per tappe successive, divenne definitivo il 14 settembre 1925. Tale personaggio, eletto grazie alla complicità del frate a sindaco del paese nelle liste di una coalizione a destra del partito popolare, pagò l’appoggio del frate concedendo in enfiteusi perpetua il convento e gli orti per 750 lire in quanto i frati si erano resi benemeriti. Una proprietà veniva sottratta al demanio, cioè al pubblico interesse, e data ad un privato per interessi privati senza che il sistema sociale avesse un tornaconto se non l’appoggio che Morcaldi Francesco ebbe per la sua personale elezione. _________________________________________________________________

2- PADRE PIO E CLEONICE

Sotto la lente scrutatrice di papa Giovanni cadde il fatto relativo a Cleonice Morcaldi, figlia di povera gente. Presentata dalla madre al frate, da cui vi si era recata in quanto sconfortata dal fatto che non vi fossero mezzi per far studiare la figlia. Cleonice si diplomò, e subito dopo iniziò a frequentare il convento di Padre Pio. Il Papa era molto duro su questo rapporto su cui scriveva:

«La scoperta per mezzo di filmine, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona – fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti»

“Filmine “ che riportavano questo genere di colloqui o epistolari:

Padre Pio: “Mia sempre più cara figliola. Gesù sia sempre tutto il tuo conforto e ti
renda sempre più degna dei suoi divini amplessi. Le tue lettere, nonché la tua fedeltà, mi sono di grande sollievo nella prova a cui siamo assoggettati”

Padre Pio: “Senti, piccina, il babbo arde dal desiderio di vederti. Senti cosa ho pensato: se riuscissi, ad esempio, a ottenere ancora la chiave e a venire inosservata su, sii pur certa che nessuno se ne accorgerà. Ti benedico con sempre crescente affetto”

Padre Pio: “Tu e Gesù siete due gigli”
Cleonice Morcaldi: “E tu una rosa profumata”
Padre Pio: “Sei sangue del nostro sangue, ma perché mi sei così cara?”
Cleonice Morcaldi: “Non ti allontanare dall’anima mia, mi sento sola”
Padre Pio: “Assieme a Gesù sto in te dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi”
fonte: http://esserecomunisti.wordpress.com/2007/11/02/%C2%AB-padre-pio-un-immenso-inganno-%C2%BB/
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3 – LA QUESTIONE DELLE STIGMATE

Nell’agosto del 1918 affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta. Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant’Uffizio, fu incaricato di visitare padre Pio ed eseguire “un esame clinico delle ferite”. Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio mostrò nei confronti dell’investigatore un atteggiamento di chiusura. Il frate rifiutò la visita, chiedendo l’autorizzazione scritta del Sant’Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate. Mario Guarino interpreta questo rifiuto come un’implicita ammissione di colpa da parte di padre Pio. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l’esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.
Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:

« È un bluff… Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… Fasulle… Frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato si procura le lesioni da sé… Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica »
e più brevemente lo chiamò “psicopatico, autolesionista ed imbroglione”.

Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant’Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitate circa i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni.

Il medico Vincenzo Tangaro, che incontrò Padre Pio ed ebbe cura di osservarne le mani, scrisse in un articolo pubblicato dal Mattino:

«Le stigmate sono superficiali e presentano un alone dal colore caratteristico della tintura di iodio».

Altri medici, osservando il fenomeno, non furono in grado di determinarne la causa con certezza, ma parlarono in ogni caso di un possibile fenomeno artificiale e/o patologico. A titolo d’esempio, il professor Amico Bignami, inviato dal Sant’Uffizio ad esaminare le stigmate, scrisse nella sua relazione:

«Le [stigmate]… rappresentano un prodotto patologico, sulla cui genesi sono possibili le seguenti ipotesi: a) …determinate artificialmente o volontariamente; b) …manifestazione di uno stato morboso; c) …in parte il prodotto di uno stato morboso e in parte artificiale… Possiamo… pensare che… siano state mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio. Ho notato… una pigmentazione bruna dovuta alla tintura di iodio. È noto che la tintura di iodio vecchia… diventa fortemente irritante e caustica».

L’ex abate della basilica romana di San Paolo, il teologo Giovanni Franzoni, riguardo al fenomeno delle stigmate di Padre Pio ricorda il giudizio negativo di padre Agostino Gemelli e le diagnosi cliniche di Luigi Cancrini, che parlavano d’«istrionismo pulsionale» e di «necessità di mettersi in mostra».

Nuovi dubbi sull’origine soprannaturale delle stigmate sono stati avanzati dallo storico Sergio Luzzatto in un libro “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, che riporta la testimonianza del 1919 di un farmacista, il dottor Valentini Vista, e di una sua cugina, Maria De Vito, anch’ella titolare di una farmacia, ai quali Padre Pio ordinò dell’acido fenico e della veratrina, sostanze adatte per la loro causticità a procurare lacerazioni nella pelle simili alle stigmate.
Le stigmate peraltro erano sulle mani mentre nella crocefissione romana (ma non si hanno esempi di chiodi quando di legature con lacci) il chiodo penetrava fra radio e ulna sì che reggeva il peso del corpo che la mano non avrebbe retto.
[fonte: http://www.corriere.it/cronache/07_ottobre_24/luzzatto.shtml]

Nel 1999 lo psichiatra Luigi Cancrini firmerà una “perizia psichiatrica su padre Pio”, scrivendo:

“Una diagnosi psichiatrica relativa al caso padre Pio non è difficile da proporre. Osservando longitudinalmente, il disturbo di cui ha sofferto padre Pio è, secondo il Dsm IV (manuale diagnostico preparato dall’Associazione degli psichiatrici americani e oggi largamente utilizzato anche in Italia e in Europa), un disturbo istrionico della personalità. Osservato trasversalmente, nelle sue manifestazioni sintomatiche più evidenti, il suo è un disturbo di trance dissociativa. I criteri di ricerca per il disturbo di trance dissociativa sono di ordine sintomatico e culturale.”

Le posizioni della Chiesa furono molto ambigue riguardo la questione di Padre Pio. Il problema che pose alla chiesa cattolica le stigmate fu di ordine pratico: non si trattava di un effetto psicosomatico, ma di una vera e propria truffa che avrebbe coinvolto anche loro qualora l’avessero appoggiato. Così il 23 Magggio 1931 con un decreto di condanna si invitavano i fedeli a non considerare come sovrannaturali le manifestazioni delle stigmate. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l’esercizio della confessione. Nel frattempo però la voce della comparsa delle stigmate aveva già fatto il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie. I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessione presso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore mettendo in moto un immenso circolo di denaro che sussiste ancor oggi. L’astio da parte del Vaticano venne attenuato quando il frate designò la Chiesa di Roma come erede universale di tutte le sue cose. Malgrado Padre Pio avesse le mani bucate, lasciò ai suoi successori un’immensa ricchezza, e il tempio in oro edificato a San Giovanni Rotondo ne è la prova.

IDDIO E SIGNORA

La moglie di Dio: politeismo e culto della Dea Madre nell’Ebraismo pre-mosaico

29 agosto 2011 (11:39) | Autore: Lawrence Sudbury

Pensare ad un culto della dea madre all’interno della religione ebraica potrebbe a prima vista sembrare completamente insensato: in fondo stiamo parlando della religione monoteistica per eccellenza, che non ammette altra divinità all’infuori di Jahweh e che condanna senza remissione ogni pur velata forma di deviazione politeistica.

Le cose stanno certamente così, ma solo se ci riferiamo all’Ebraismo post-mosaico, mentre, in realtà, poco o nulla si può sapere con certezza sulla natura di culto ebraico prima della migrazione dall’Egitto e quel poco che riusciamo a ipotizzare su basi razionali sembra andare decisamente contro la visione classica dell’Israelitismo.

Nella storia ebraica, Abramo adora una divinità chiamata “Elohim” (e vedremo che questo termine ha una enorme importanza, essendo il plurale di “El”), che viene anche chiamato “El Shaddai” (“l’onnipotente”) o con un paio di altre varianti, mentre l’uso del “tetragrammon” si sviluppa solo dopo l’incontro di Mosé con Dio sul Monte Sinai. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è, per altro, un Dio che vuole sacrifici di animali ed espiazioni regolari, che si intromette sulla vita umana con repentinità sorprendente e che richiede atti spesso assurdi ai suoi fedeli. Il corretto rapporto umano verso questo Dio è l’obbedienza e addirittura la prima storia dell’umanità è una storia di persone oscillanti tra autonomia e obbedienza incondizionata a questo Dio antropomorfico, in cui abbondano le qualità umane e che spesso si mostra adirato verso il suo popolo. Il Dio della Genesi è, inoltre, chiaramente bisessuale, venendo alternativamente indicato con termini sia femminili che maschili: ad esempio si parla di una sua maternità (e non, come erroneamente tradotto in seguito, paternità), di un suo “parto con doglie” dell’umanità, mentre viene indicato come “padre”  solo due volte in tutto il primo libro della Torah [1].

Sulla base delle discrepanze tra visione divina pre-mosaica e post-mosaica, alcuni studiosi hanno concluso che un vero e proprio rigido monoteismo sia iniziato solo dopo l’Esodo, tra il 1300 e il 1200 a.C., mentre in precedenza, non diversamente dagli altri culti semiti, la religioneebraica era animista, cioè basata sul culto delle forze della natura, magistica, cioè sviluppata su pratiche di magia imitativa, e sostanzialmente antropomorfica, con un culto del trascendente che apparirà solo in un secondo tempo [2].

Soprattutto (e qui sta certamente l’elemento più stupefacente) era una religione politeistica, in cui singole tribù probabilmente adoravano divinità diverse. E’ soprattutto questa ipotesi che ha mosso le ire di letteralisti sia ebrei che cristiani, che hanno accusato i suoi sostenitori di trarre conclusioni fondate sul nulla e relative ad epoche su cui nessuna fonte ci può informare correttamente.

Lasciando da parte il fatto che la stessa obiezione può essere rivoltata proprio contro i letteralisti, dal momento che non un solo versetto della Genesi ci conferma che un Dio nazionale esistesse già al tempo dei patriarchi, in effetti qualche prova a sostegno di una teoria politeista esiste e deriva da una lettura attenta della Bibbia.

Cancelliamo per un istante tutta la costruzione teologica che è diventata parte del nostro substrato culturale e poniamo, anche solo per assurdo, come mera ipotesi, l’assunto che la religione ebraica non si sia sviluppata singolarmente ma derivi da un più ampio nucleo religioso-mitologico mediorientale, da cui derivano tutte le religioni del Mediterraneo orientale, incluse quelle sumeriche e greco-arcaiche. Sarebbe possibile trovare elementi a sostegno di questa idea?

Effettivamente sì. Solo per fare qualche esempio e senza scendere nei particolari, è impossibile non notare la quasi perfetta sovrapponibilità del racconto di Noè e del diluvio universale con quello del diluvio di Gilgamesh o di quello di Deucalione e Pirra; la somiglianza delle vicende di Eva con quelle di Pandora; la sovrapponibilità del racconto di Sodoma e Gomorra con il mito di Enki ed Enlil[3].

Ma, soprattutto, una teoria di questo genere renderebbe ragione di alcuni elementi davvero oscuri della Tanakh:

–       in Geremia 10:11 troviamo: “«Così direte loro: ‘Gli dèi che non hanno fatto i cieli e la terra scompariranno dalla terra e da sotto il cielo’»“, che, evidentemente, implica l’esistenza di più dei anche se con ruoli diversi;

–       in Genesi 1:2 abbiamo “In principio Dio creò il cielo e la terra“, che a prima vista potrebbe effettivamente sembrare un’affermazione molto monoteista, ma in cui, come accennato, se si legge l’originale ebraico, Dio è designato con la parola “Elohim” che è plurale (dei) di “El” o “Eloha” (dio), risultando come “il principio gli dei crearono…”, né vale riferirsi al verbo al singolare, visto che esso può tranquillamente indicare un collettivo (l’insieme degli dei) o pensare ad una variazione linguistica intervenuta nel corso del tempo, perché fino almeno a Genesi 2:4 “Elohim” viene usato per indicare dei (stranieri) al plurale;

–       in Esodo 22:28 leggiamo, nell’originale ebraico, “non bestemmierai contro gli dei e non maledirai il principe del tuo popolo“, che, ancora una volta, implica l’esistenza di più dei, né è fondata l’obiezione di alcuni che qui ci si riferisca a dei stranieri e falsi, perché non avrebbe alcun senso una proibizione di bestemmiare contro di loro;

–       in Salmi 136:1, infine, si recita “Lodate il Dio degli dei: perché la sua misericordia dura per sempre“, che ha poco senso se non pensando ad un pantheon di divinità di cui uno degli dei è a capo (un po’ come Zeus in Grecia o come in tutti i casi di politeismo antropomorfico).

Insomma, l’eventualità che in epoca mosaica si sia passati, attraverso canali usuali di inglobamento di divinità tribali minori da parte di divinità di tribù vincenti, da un politeismo di radice indo-europea al classico monoteismo ebraico e che tracce sparse del culto precedente siano rimaste all’interno dellaTanakh esiste e appare non così remota.

E’ all’interno di questo quadro che va inserita la possibilità, in fondo piuttosto ovvia se si parte dal presupposto di un origine comune per le variereligioni mediterranee, di esistenza di una dea madre all’interno dell’antica religione israelita.

In questo senso, qualche anno fa, ha fatto piuttosto scalpore un testo scritto dal celebre storico e antropologo ebreo Raphael Patai [4] in cui l’autore ha sostenuto che la religione ebraica non solo storicamente avrebbe avuto elementi di politeismo, ma che tali elementi si sono concentrati specialmente sull’adorazione di dee e, in primo luogo, su un culto della dea madre. Il libro sostiene tale teoria attraverso l’interpretazione di numerosissime e difficilmente oppugnabili fonti archeologiche e testuali che non è qui il caso di ripercorrere e, in effetti, risulta assolutamente evidente che numerosi esseri divini femminili siano da tempi immemorabili presenti nel folklore ebraico e nelle rappresentazioni artistiche semitiche, da Astarte ad Anath, da Ashima o Asherah ai cherubini (che nell’originale ebraico sono “le cherubine”) nel Tempio di Salomone, da Matronit (Shekhinà), alla Sposa dello Shabbat, con, tra l’altro, ben precisi rituali ad esse legati, quali quelli di unione (“Yichudim”) di Dio con la sua Shekinah.

Proviamo a dare una rapida scorsa ad alcune di tali poco conosciute presenze femminili nella cultura ebraica.

Ashima (in ebraico אֲשִׁימָא) era una delle divinità protettrici delle singole città della Samaria menzionate espressamente  nella Bibbia ebraica, in un passo di 2 Re 17:30 in cui il processo di assorbimento delle divinità locali da parte della divinità nazionale Yahweh risulta piuttosto chiaro. In origine Ashima era una dea semitica occidentale della sorte legata alla dea accadica Shimti (“destino”), ma appare come “Ashim-Yahu” e “Ashim-Beth-El” nel tempio ebraico a Elefantina in Egitto[5].

Nel ciclo ugaritico di Baal / Hadad Anath, invece, è una violenta dea della guerra, una vergine guerriera che, in riferimenti più tardi, diventa amante di Baal, figlio di El, oppure una delle sue mogli dal momento che nella cultura semitica nord-occidentale era permesso avere più mogli e legami al di fuori del matrimonio erano normali per le divinità in tutti i pantheon.

Nella nord-cananea “Leggenda di Aqhat”, all’appena nato Aqhat, figlio del giudice Daniel, viene dato un meraviglioso arco con frecce creato per Anath dal dio artigiano Kothar-wa-Khasis. Quando Aqhat cresce la dea Anath cerca di ottenere l’arco da lui, offrendogli in cambio anche l’immortalità, ma Aqhat rifiuta. Come Inanna nell’Epopea di Gilgamesh (i richiami tra i due racconti sono piuttosto palesi), Anath si lamenta con El che le concede di riprendersi l’arco con la forza ma quando Anath invia contro Aqhat il suo aiutante Yatpan, il figlio di Daniel rimane ucciso (innescando una sorta di faida tra la sorella di Aqhat e Yatpan) e l’arco viene perduto in mare. Lo studioso Gibson[6], in una ipotesi a lungo osteggiata da altri antropologi culturali, ha riconosciuto in Atath una delle mogli di El, non a caso spesso definita nei poemi ugarici semplicemente “Elat” (“la dea” per eccellenza, in quanto moglie del dio per eccellenza). Di fatto, sebbene Anath non venga  mai menzionata nelle Scritture ebraiche come dea, il suo nome è apparentemente conservato nei nomi delle città Beth Anat e Anathoth, che fanno pensare ad una antica presenza di templi a lei dedicati e, tra l’altro, l’eroe Shamgar, figlio di Anath, è menzionato in Giudici 3:31 e in Giudici 5:06, facendo pensare alla possibilità di una sua interpretazione come semidio, sebbene John Day abbia pensato piuttosto ad un uomo posto sotto la protezione della dea[7]. Infine, è attestato che, verso il 410 a.C., i mercenari ebrei di Elefantina (l’odierna Assuan) adorassero una dea chiamata Anat-Yahu (Anath-Jahvè), venerata nel tempio originariamente costruito dai profughi della conquista babilonese della Giuda.

Se per Ashima e Anath possiamo parlare, comunque, di divinità in qualche modo straniere, retaggi periferici (samaritani e cananei) di culti precedenti, pienamente appartenente alla tradizione giudaica è la figura sacra della Shekhinah.

Il termine Shekhinah deriva dal verbo ebraico “שכן”, con il significato letterale di “stabilirsi, abitare” (ed è in questo senso molto presente nella Tanakh, ad esempio in Esodo 40:35, Genesi 09:27 e 14:13, Salmi 37:3, Geremia 33:16) e può  significare anche “regalità” o “residenza regale” (come nel Salmo 132:5): conseguentemente, nel classico pensiero ebraico, la Shekhinah si riferisce ad una abitazione o a una dimora della presenza divina, nel senso che, mentre in prossimità della Shekhinah, la connessione a Dio è più facilmente percepibile.

Ciò che risulta più interessante è la personificazione della Shekhinah con attributi femminili presente nelTalmud, che ha fatto pensare[8] ad un retaggio culturale riferito ad una divinità arcaica, una sorta di “sposa di Dio”, la cui antropomorfizzazione sembra riemergere in ambito cabbalistico, in particolare negli scritti di Isaac Luria, nel cui celebre “Inno dello Shabbat” troviamo:

Io canto inni

per entrare nel cancello

del Campo

di mele santo.

Una nuova tavola

ci prepariamo per Lei,

un candelabro getta

la sua bella luce su di noi.

Ondeggiando a destra e sinistra

la sposa si avvicina,

in gioielli sacri

e vestimenti per festa … “[9]

Allo stesso modo, un paragrafo nello Zohar inizia così: “Si deve preparare un comodo sedile con cuscini ricamati […] come uno che prepara un baldacchino per una sposa, perché essa è regina e  sposa per lo Shabbat […] È per questo che i maestri della Mishna erano soliti uscire alla vigilia di Shabbat per riceverla sulla strada, e dicevano: ‘Vieni sposa, vieni sposa’. E si deve cantare e gioire a tavola in suo onore […] si deve ricevere la Dama con molte candele accese, tanta gioia, bei vestiti, e una casa abbellita …“[10]

Proprio su queste basi Patai[11] e molti altri dopo di lui hanno visto in questa figura, chiaramente simbolica, il riassorbimento post-mosaico di un culto tribale riferito ad una dea della conoscenza, a sua volta, come accennato, antropomorfizzazione di un sentire comune probabilmente simile all’eggregoro.

Tra le divinità del pantheon semitico e dell’Israelitismo pre-mosaico, comunque, la più importante doveva essere quella che più da vicino riguarda il nostro discorso sul femminino sacro: Asherah (in ebraico אֲשֵׁרָה), la dea madre semitica per eccellenza, il cui culto doveva essere diffusissimo in tutta l’area del Mediterraneo orientale se, pur con nomi leggermente diversi, la ritroviamo anche area accadica (Ashratum / Ashratu), ittita (Asherdu, Ashertu) e ugarica (Athirat). In a dea ugaritico (più esattamente trascritto come Aṯirat)[12].

Nella letteratura ebraica la troviamo in particolare nel “Libro di Geremia” scritto intorno al 628 a.C. (Ger. 7:18 e Ger. 44:17-19, 25), in cui ci si riferisce a Asherah come “regina del cielo”(לִמְלֶכֶת הַשָּׁמַיִם).

In precedenza, nei testi di Ugarit (prima del 1200 a.C.) Athirat è quasi sempre definita come “Colei che cammina sul mare” ma, soprattutto, come “la creatrice degli dei (Elohim)”, essendo la consorte del dio El (e, infatti, tra i suoi appellativi figura anche “Elat”, forma femminile di El), caratteristica che mantiene anche in ambito ittita (Asherdu è sposa di Elkunirsa, “El il Creatore della Terra”).

Ciò che stupisce è come figurine identificata con Asherah siano sorprendentemente comuni nella documentazione archeologica dell’area palestinese, ad indicare la popolarità del suo culto fin dai primi tempi dell’esilio babilonese e come siano state trovate numerose iscrizione che collegano Yahweh e Asherah: un ostracon dell’VIII secolo a.C., rinvenuto dagli archeologi israeliani a Kuntillet Ajrud nel 1975, ad esempio, recita “io ho pregato su di voi la benedizione di YHVH nostro custode e della sua Asherah“, mentre una iscrizione di Khirbet el-Kom vicino a Hebron, reca impresso “Sia benedetto il Signore e la sua Ashera, che dai suoi nemici che lo hanno salvato!”. Allo stesso modo, tenendo presente che il simbolo di Ashera era normalmente una stele liscia, una colonna o un albero”, è impossibile non notare la quantità di raffigurazioni di questo tipo trovare in Israele e come “pali sacri” siano citati in Esodo, Deuteronomio, Giudici, 2Cronache, Isaia, Geremia e Michea[13].

Sia le prove archeologiche che i documento dei testi biblici dimostrano, dunque,  tensioni in periodo monarchico tra gruppi che supportavano adorazione del Signore accanto a divinità locali come Ashera e quelli che imponevano il culto del solo Yahweh: la ​​fonte deuteronomista dà certamente prova di una forte partito monoteiste durante il regno di re Giosia, alla fine del VII secolo a.C., ma la forza e la prevalenza del culto monoteistico in periodi precedenti è ampiamente dibattuta, sulla base delle interpretazioni di come gran parte della storia del Deuteronomio sia basata su fonti anteriori e di quanto tali fonti possano essere state rielaborate da redattori deuteronomistici per sostenere il loro punto di vista teologico.

E’ in questo quadro che un certo numero di studiosi, tra cui gli archeologi William G. Dever[14] e Judith Hadley[15] sostengono che, in un quadro di diffuso politeismo arcaico, Asherah, vista come dea madre creatrice e, conseguentemente, come trasposizione religiosa della fertilità e della fecondità, rappresentasse una dea consorte del Signore nellareligione israelita popolare del periodo monarchico e fosse venerata come la Regina del Cielo. Altri (da Mark S. Smith a John Day e Andre Lemaire[16]) pur non obiettando sull’esistenza di un culto politeista e sulla presenza di divinità femminili nell’Israelitismo arcaico, negano che nell’Età del Ferro si potesse parlare di determinazioni sessuali femminili paritarie in campo teologico e ritengono che, piuttosto, in un progressivo passaggio verso il monoteismo, il culto di Asherah rappresentasse una forma di mediazione subordinata al Signore.

Recentemente, infine, in un documentario della BBC, la Dott.ssa Francesca Stavrakopoulou, Senior Lecturer presso l’Università di Exeter ha dichiarato: “La maggioranza dei biblisti di tutto il mondo ormai accetta come prova convincente che Dio una volta avesse una consorte”  e, intervistato nel medesimo documentario riguardo alla possibilità che gli Ebrei fossero monoteisti, avendo quindi una religione distinta dalla religione cananea, il Prof. Herbert Niehr dell’Università di Tubinga ha dichiarato: “Tra il X secolo e l’inizio del loro esilio nel 586 a.C. il politeismo era la religione normale in tutta Israele; solo in seguito le cose cominciarono a cambiare e molto lentamente. Direi che è corretto parlare di monoteismo solo per gli ultimi secoli, forse solo dal periodo dei Maccabei, cioè solo a partire dal II secolo a.C.“[17].

Ecco, allora, che l’ipotesi di un culto primario atavico mediorientale della dea madre associato ad un culto maschile e proveniente da un nucleo primario diffuso in tutto bacino mediterraneo comincia a prendere sempre più corpo e con esso l’ipotesi che, ancora una volta, in Israele come in molte altre civiltà antiche, solo l’impulso di una società progressivamente sempre più androcratica abbia portato allo schiacciamento di tale culto primario e naturale, sviluppando un monoteismo maschile capace di assorbire completamente le istanze religiose precedenti ma, a quanto pare, non di cancellarne completamente le tracce.

Note


[1] J. E. McFadyen, Introduction to the Old Testament (Classic Reprint), Forgotten Books 2010, pp. 18 ss. passim.

[2] M. Kister, Ancient Gods: Polytheism in Eretz Israel and Neighboring Countries from the Second Millenium Bce to the Islamic Period , Eisenbrauns 2008, passim.

[3] M.S. Smith, The Early History of God: Yahweh and the Other Deities in Ancient Israel,  Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2002, pp. 46-84 passim.

[4] R. Patai, The Hebrew Goddess, Wayne State University Press 1990.

[5] M.S. Smith, God in Translation: Deities in Cross-Cultural Discourse in the Biblical World, Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2010, ppp. 112 ss.

[6] J.C. L. Gibson, Genesis, Westminster John Knox Press 1982, pp. 203 ss.

[7] J. Day, Yahweh and the Gods and Goddesses of Canaan, Sheffield Academic Press 2002, pp. 161-163.

[8] R. Patai, Citato, p. 93 ss.; J.Day, Citato, pp.63 ss.

[9] Citato in J.D. Dunn, N. Snyder, E. Yattah, Window of the Soul: The Kabbalah of Rabbi Isaac Luria, Weiser Books 2008, pp. 98-99.

[10] Zohar, I, 21.

[11] R. Patai, Citato, p. 211.

[12] D. Penchansky, Twilight of the Gods: Polytheism in the Hebrew Bible, Westminster John Knox Press 2005, pp. 108 ss.

[13] M.S. Smith, The Origins of Biblical Monotheism: Israel’s Polytheistic Background and the Ugaritic Texts, Oxford University Press 2003, passim.

[14] W.J. Dever, Did God Have A Wife? Archaeology And Folk Religion In Ancient Israel, Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2005, p.72 ss.

[15] J.M. Hadley, The Cult of Asherah in Ancient Israel and Judah: Evidence for a Hebrew Goddess, Cambridge University Press, passim.

[16] M.S. Smith 2003, Citato, J.Day, Citato, A. Lemaire, The Birth of Monotheism: The Rise and Disappearance of Yahwism, Biblical Archaeology Society 2007.

[17] “Bible’s buried secrets”, BBC – febbraio 2011.

Fonte: QUI

RECENSIONE DAL SITO UAAR

Gesù è davvero esistito? Un’inchiesta storica

Gesù è davvero esistito? Un’inchiesta storica

Bart D. Ehrman

Mondadori 2013, pp. 363, euro 19,00

Titolo originale Did Jesus Exist?
Traduzione a cura di Elisabetta Valdrè

ISBN 978-88-04-63232-0

Ordina questo libro da IBS Italia Bart D. Ehrman è il più noto autore contemporaneo di libri sulle origini del cristianesimo, e una delle più importante autorità in materia. Come scrive lui stesso, è “un agnostico tendente all’ateismo”. I suoi precedenti libri hanno titoli eloquenti, e vale la pena ricordarne alcuni: I cristianesimi perduti. Apocrifi, sette ed eretici nella battaglia per le sacre scritturePietro, Paolo e Maria Maddalena. Storia e leggenda dei primi seguaci di GesùSotto falso nome. Verità e menzogna nella letteratura cristiana anticaGesù non l’ha mai detto. Millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzione dei Vangeli. Sono testi che hanno fatto imbufalire i cristiani conservatori Usa: tutti gli altri hanno invece dovuto fare i conti con il successo nelle vendite. Un vasto pubblico è infatti venuto a conoscenza di quali sono le opinioni accademiche correnti su Gesù e il suo movimento. Ora ha scritto un libro dal titolo Gesù è davvero esistito? Domanda a cui dà, fin dalla prima pagina, una risposta risolutamente affermativa. Mentre le rimanenti sono dedicate a spiegare le ragioni per cui, tra gli studiosi, nessuno mette in dubbio che Gesù sia realmente vissuto.

Perché l’ha scritto? La maggioranza degli studiosi, ricorda Ehrman, concorda ormai sul fatto che “non possediamo i testi evangelici originali, e certe porzioni delle copie a noi pervenute non ci fanno capire che cosa realmente scrissero gli autori; i vangeli non sono stati redatti dalle persone nominate nei titoli (Matteo, Marco, Luca e Giovanni), bensì da individui che non furono seguaci di Gesù e che vissero dai quaranta ai sessanta anni più tardi in parti diverse del mondo; i vangeli sono pieni di discrepanze e contraddizioni, e riferiscono eventi storici che, prove alla mano, non sono mai avvenuti”. Ma a qualcuno non basta ancora. Se questo libro è stato pubblicato, è perché c’è un gruppo di persone che si ostina a ritenere che Gesù sia un mito.

I miticisti sono tutti non credenti. E, circostanza grave, quasi tutti privi di credenziali. Comprendiamo il problema: anche l’Uaar riceve, con una certa frequenza, proposte editoriali che si spacciano per “la verità definitiva su Gesù”. Sono generalmente basate sulla rimasticatura di vecchi testi superati e sulla consultazione di una traduzione italiana della Bibbia (quasi sempre, per quanto incredibile possa sembrare, nella versione curata dalla Cei). Nessuno degli autori sembra conoscere Ehrman, e nemmeno altri autorevoli esperti contemporanei quali per esempio Sanders, Vermes, Crossan, Theissen: e da un certo punto di vista è anche un vantaggio, perché rende più facile identificare la pochezza del testo e respingerlo al mittente.

Questo libro di Ehrman è dedicato soprattutto a loro. Il livello dei miticisti statunitensi è più elevato di quello degli epigoni italiani, anzi, qualche rara volta è persino ragguardevole: tuttavia, di fronte alla possibilità concreta che Gesù sia realmente esistito, i miticisti sembrano mettere da parte il metodo scientifico iniziano a costruire edifici improbabili. Ehrman demolisce le loro argomentazioni, esponendo le evidenze che sostengono “sembra ombra di dubbio” la tesi dell’esistenza, in base alle fonti disponibili e alle implicazioni coerenti che se ne possono trarre. I metodi usati — non solo da lui, ovviamente — per ricostruirne la figura, sono la credibilità contestuale, soprattutto alla luce di quelle che erano le concezioni diffuse nella Palestina del tempo, le attestazioni multiple e il criterio della dissomiglianza (ovvero, ciò che stona con le idee e con gli scopi e le idee delle prime comunità cristiane deve ritenersi una testimonianza più plausibile del Gesù storico).

Si deve dunque costatare che, per esempio, i primi cristiani non traevano alcun vantaggio nell’andare a dire in giro che il loro Signore era stato crocifisso: era un’affermazione che scandalizzava i romani (perché lo identificava come un criminale) e che non era accettabile nemmeno dagli ebrei (perché la Bibbia non aveva profetizzato che il messia sarebbe stato crocifisso). Dunque, anche perché gode di tante e concordi attestazioni, è praticamente certo che Gesù fu realmente crocifisso. Per contro, avendo i cristiani un fortissimo interesse a sostenere che Gesù era nato a Betlemme (perché lì, secondo gli ebrei, doveva nascere il messia, in quanto discendente di Davide), l’affermazione è da ritenersi inattendibile, anche perché i due resoconti evangelici “si contraddicono irreparabilmente”.

Scorrendo pagine e pagine di argomentazioni si forma pian piano un quadro complessivo verosimile. Ehrman ribadisce che, “dal punto di vista storico, è esistito un uomo di nome Gesù, un maestro ebreo vissuto in Palestina nel I secolo, che fu crocifisso dal governatore romano Ponzio Pilato”. Un uomo nato nel poverissimo villaggio di Nazareth, di basso livello sociale, quasi sicuramente incapace di scrivere e probabilmente anche di leggere. Se quello che si cerca sono spunti polemici, lo studio scientifico non manca dunque di fornirne a iosa. Prescindendo dallo studio scientifico, ci si comporta invece come fondamentalisti. Promuovendo lo studio scientifico su tutto ma rifiutandone i risultati proprio su questo argomento, si cade addirittura nel dogmatismo irrazionale. Il che non significa impedire che anche tesi consolidate siano sottoposte a critiche, ma che occorre farlo con cognizione di causa. Ed è difficile avere tale cognizione, quando non si conosce nemmeno il greco (figuriamoci l’ebraico o l’aramaico).

Chi era dunque Gesù, secondo Ehrman e la maggioranza degli studiosi? Un profeta apocalittico. “I primi cristiani non gli attribuirono una natura divina”, ricorda l’autore. Gli fu attribuita pian piano, come evidenzia facilmente anche il semplice confronto tra il Vangelo secondo Marco e quello, posteriore,secondo Giovanni. Il processo di divinizzazione della figura di Gesù andò di pari passo con la sordina posta alle sue profezie apocalittiche. “La venuta del Regno di Dio è imminente”, annunciava Gesù. Ma non si realizzò, e i cristiani cominciarono a sottacere tale aspetto. “Gesù si sbagliava”, commenta Ehrman: “si sbagliò su molte cose. La gente non vuole sentirselo dire, ma è vero”. Ciò non implica però che sia stato un personaggio mitico: quello che è senz’altro un mito è semmai “il Gesù dell’immaginazione popolare”.

Ehrman chiude il libro ricordando di aver ricevuto l’onorificenza del Religious Liberty Award conferita dall’American Humanist Association, un’associazione simile all’Uaar. Quando si è recato alla loro assemblea, si è reso conto di “concordare pienamente” con gli ideali dell’associazione. Ma si è sorpreso, da storico della religione, che si parlasse così tanto della religione, e che così tanti militanti fossero miticisti. Ed è per questo che ha espresso la convinzione che “agnostici, atei, miticisti, e chiunque altro non sia sostenitore della fede in Gesù, trarrebbero più giovamento dall’evidenziare che il Gesù della storia non è quello contrabbandato dal cristianesimo contemporaneo , anziché continuare a sostenere – a torto e in modo controproducente – che non è mai esistito”. Una lezione semplice, di cui occorre cominciare a prendere atto. Dedicando magari il proprio tempo a questioni laiche più urgenti. Ce ne sono così tante, tra cui scegliere…

Raffaele Carcano

Novembre 2013

NON DIMENTICHIAMOCI DI EMANUELA ORLANDI

La notizia è sconvolgente, ma è ancora più incredibile la fonte da cui proviene. Per Padre Gabriele Amorth, il più grande esorcista della Santa Sede stimato addirittura dal Papa, Emanuela morì tragicamente in un festino pedofilo consumato in ambienti vaticani. Secondo il religioso, infatti, la sfortunata ragazza rimase impigliata in un’orgia orribile che per lei finì tragicamente. Di questa pista si era parlato già in passato, ma le ipotesi che ha avanzato in questi giorni Padre Amorth, gettano nuova luce su quella sparizione. Padre Amorth tira in ballo alcuni testimoni affidabili e tra questi monsignor Simeone Duca, archivista della Santa Sede, che fece cenno a “festini” e in dico anche la presenza di un gendarme vaticano che si proponeva come “reclutatore di ragazze”. IL RUOLO DI DON VERGARI
In un’intervista al quotidiano torinese La Stampa, Padre Amorth ha aggiunto anche di più: «Ho motivo di credere – ha detto – che si sia trattato di un caso di sfruttamento sessuale con conseguente omicidio poco dopo la scomparsa e di occultamento del cadavere». Insomma, Emanuela fu drogata, coinvolta in un festino e poi morì o venne uccisa. Per evitare scandali fu dunque necessario far sparire il cadavere. E qui spunta la figura di Don Vergari, l’ex rettore di Sant’Apollinare che di recente è stato indagato proprio per il caso di Emanuela. Si è per esempio sospettato che sia stato lui a far sparire il corpo della ragazza, ma al momento non ci sono prove e non sono leciti nemmeno sospetti.
D’altronde, lo stesso Don Vergari smentisce tutto con sicurezza. Interviene però anche Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, che racconta dettagli della vita segreta di Sanf Apollinare. «Le amiche della scuola di musica di Emanuela – ha affermato – mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a messa o a cantare nel coro a Sanf Apollinare, ma preferiva che andassero in altre chiese, proprio perché aveva una brutta opinione di Don Vergari!». Forse queste parole non bastano per indicare nel sacerdote uno del gruppo che organizzava le orge. Ma certo gettano nuova luce sul mistero di Emanuela.
MIRELLA GREGORI
E c’è di più, perché Padre Amorth riprende un vecchio collegamento con un altro caso da sempre legato a quello di Emanuela: parla infatti di Mirella Gregori, scomparsa nello stesso anno e forse per lo stesso motivo. E qui, il sacerdote spiega di non credere in alcun modo alla pista internazionale. Sembra ormai accertato, infatti, che le dichiarazioni dei Lupi Grigi che dissero di avere in mano Emanuela e Mirella erano solo un depistaggio inventato dalla Stasi, i servizi segreti della Germania Est, per deviare le indagini sull’attentato a Giovanni Paolo II. Fu così che il destino delle due innocenti ragazzine finì in un gioco di specchi internazionale che complicò le indagini e, anche se indirettamente, aiutò una banda di preti pedofili che cercava in tutti i modi di nascondere le prove delle efferatezze commesse. Ormai ci siamo, il fronte del silenzio sembra infranto e, forse assai presto, potremo dire che il caso di Emanuela è davvero vicino alla soluzione.
(Fonte qui)

I CLASSICI DELL’ATEISMO

Nel poema epico Ramayana del quarto secolo avanti Cristo, uno dei  testi fondamentali dell’ induismo, il saggio Javala si rifiuta di  trattare Rama come un Dio e non esita a definire sciocche le sue  azioni. Il Ramayana dà ampio spazio ai ragionamenti di  Javala secondo cui «non esiste un aldilà, né  alcuna pratica religiosa può farci raggiungere un paradiso  ultraterreno. Il dovere di adorare Dio, di fare sacrifici e  penitenze è stato inserito nelle scritture da uomini furbi  che volevano comandare sugli altri». Per l’ indiano Amartya  Sen, premio Nobel dell’ Economia, la presenza di un lucido ateo  fra i protagonisti del Ramayana fa il paio con un ricordo d’  infanzia. Il nonno di Sen, grande studioso di sanscrito e docente  alla scuola di Rabindranath Tagore, lungi dall’ essere deluso  dall’ agnosticismo del nipote gli disse: «Dopo avere  esaminato la questione religiosa tu hai deciso di collocarti  nella Lokayata, cioè nella corrente atea della tradizione  induista». Non è questa l’ India dei nostri  stereotipi, che crediamo sempre profondamente spiritualista e  impregnata di religiosità. Nel suo saggio L’ altra India  (Mondadori, pagg. 224, euro 16,50), Sen sfida le semplificazioni  per restituire un’ immagine sorprendente del suo paese. Il suo  obiettivo non è solo rendere giustizia alla grande  civiltà indiana ma dimostrare che la tolleranza, e quindi  la democrazia, non hanno radici esclusive nella storia e nel  pensiero dell’ Occidente. E’ un messaggio che prende di mira due  bersagli diversi, apparentemente opposti. Da una parte c’  è l’ egemonismo di europei e americani che pensano di  «esportare» la democrazia. Dall’ altra c’ è un  avversario non meno insidioso, agguerrito soprattutto in Asia:  è il relativismo politico che respinge la  liberaldemocrazia proprio in quanto valore occidentale; è  l’ esaltazione di una diversità asiatica che da parte di  certe classi dirigenti diventa l’ alibi per negare libere  elezioni, legittimare regimi autoritari e calpestare i diritti  umani. Scavando nella storia dell’ India Sen individua una  meravigliosa ricchezza nella «tradizione  argomentativa» che dà il titolo alla sua opera. E’  il costume che da tempi molto antichi lascia fiorire convinzioni  diverse, accetta l’ eterodossia e l’ eclettismo, esalta la  virtù del dialogo, perché ha in sé una  venatura di scetticismo. In un altro testo sacro dell’ induismo,  la Rigveda (1500 prima di Cristo), la stessa origine divina del  mondo viene messa in dubbio: «Chi può davvero  sapere? Chi può affermare certezze? Da dove viene il  creato? Forse si è formato da solo, o forse no. Colui che  osserva dall’ alto dei cieli, solo lui sa. O forse non sa  affatto»

(tratto da Repubblica)