PERCHE’ I TEDESCHI SONO PIU’ AVANTI DI NOI. IN TUTTO.

In Germania, solo un tedesco su tre crede in una vita dopo la morte (fonte UAAR)

“La risurrezione di Cristo – e lo stesso Cristo risorto – è principio e sorgente della nostra risurrezione futura”, recita il Catechismo della Chiesa cattolica. E tuttavia, in Germania, solo un cittadino su tre crede che la morte non sia la fine di tutto.

Leggiamo del risultato sul sito di Repubblica, che lo riprende dal quotidiano tedesco Bild. Solo il 36 per cento degli interpellati nel corso di un sondaggio si sono detti convinti che la morte biologica non sia la fine di tutto: al contrario, un 28% pensa che dopo la morte fisica non vi sia altro, mentre la stessa percentuale è dell’idea che si continua a vivere “unicamente nel ricordo di chi è rimasto”.

Ancora più sorprendentemente, risulta che la credenza in una vita dopo la morte non è più maggioritaria nemmeno tra gli stessi cattolici. E questo nel paese dell’attuale papa. Se si pensa che, ancora oggi, quasi due terzi della popolazione tedesca appartiene formalmente a una confessione religiosa, pagandole peraltro anche le relative tasse, ci si rende conto di quanto l’autoidentificazione religiosa non sia quasi più una questione di fede, quanto piuttosto un’identità culturale automaticamente ereditata in famiglia, trasmessa inerzialmente ‘per tradizione’ dai genitori ai propri figli.

(Se siete frequentatori d’una qualche parrocchia e vi vengono richieste  delle offerte, dite al prete che gliele farete sicuramente dall’aldilà e che porti solo un po’ di pazienza. Vi accorgerete allora di quanto ci creda lui nella vita dopo la morte.)

PRONTO, C'E' DIO? NO, MI SPIACE, DIO NON C'E'.

L’insostenibile esistenza di Dio

Stefano Marullo*
Fotina Marullo 2

La più woodyalleniana tra le massime di Woody Allen ovvero “Se Dio esiste spero abbia una scusa valida” è molto più sottile di quanto non si pensi. Non foss’altro perché ha il merito di “invertire” i termini del problema. Difatti uno dei pilastri della teologia neotestamentaria, segnatamente paolina, riguarda la dottrina della cosiddetta giustificazione, laddove a “giustificarsi” non è Dio bensì l’uomo. O meglio ancora, l’uomo è giustificato da Dio. Il termine greco è dikaiosýne che etimologicamente rimanda a Diké, giustizia, nome anche di una famosa divinità pagana. Anche qui ci si deve appellare al credo quia absurdum, laddove il giudice si cala e addirittura prende il posto dell’imputato per placare l’esigenza di giustizia. Non molto diverso, a conti fatti, dell’idraulico che viene a riparare un rubinetto rotto e prende il proprio portafoglio per saldarsi anziché quello del cliente! Un Dio davvero bislacco quello che solo una mente contorta come quella di Paolo di Tarso poteva concepire, finanche più capriccioso e umorale del Jahvè biblico. La teologia dell’incarnazione che tanta fortuna ha avuto fino al Medioevo ha nei tempi moderni segnato il passo verso nuovi indirizzi che concepiscono la “salvezza” sganciata dalla redenzione e vedono in Cristo il termine ultimo a cui tende tutta la creazione, con o senza peccato. Un bel passo in avanti rispetto alla logica “sacrificale” di stampo paolina e agostiniana. Ma non spiega sufficientemente il mysterium iniquitatis, le doglie del parto di questa creazione imperfetta, il male in tutte le sue forme  ed espressioni, che sarà pure una “deficienza di bene” ma è realmente efficiente nel dispiegare le  sue terribili manifestazioni. Persino il “vicario di Cristo” in terra, in una sua visita ad Auschwitz per un attimo ha lanciato il suo j’accuse verso il cielo di fronte a tanto orrore prorompendo in un drammatico “Dov’eri?”, che ricorda il più tragico “Eli, Eli, lema sabactani” di evangelica memoria.
Abbiamo ripetuto spesso che ci sono molti ateismi. Penso che l’argomento etico rimanga quello che più depone per l’inesistenza di Dio altrimenti distratto, sadico, impotente seguendo le mai tramontate riflessioni epicuree riprese dal filosofo Hans Jonas nel suo celebre libro “Il concetto di Dio dopo Auschwitz”. Ma il razionalismo ateo non è masochistico e non si compiace della constatazione del cielo vuoto. Fa però di necessità virtù: con Sartre diciamo “non c’è anzi dottrina più ottimista, perché il destino dell’uomo è nell’uomo stesso” mentre Camus ci ricorda che “morto Dio restano gli uomini, cioè la storia che bisogna comprendere e costruire”, la fatica insomma di fondare i valori senza il valore fondante. A dispetto delle molte menzogne che vengono rivolte all’umanismo laico e ateo, non vogliamo sostituirci a Dio. Conosciamo i nostri limiti e la problematicità della condizione umana. Non guarderemo alla Ragione come Dea ma a tenue lumino che ci guida nel buio labirinto dell’esistenza. Se la speranza in Dio era la caparra per chi ha rinunciato a realizzare la giustizia in questo mondo, il “consegnarsi a Lui”, l’ultimo atto, come vuole Karl Jaspers, di chi accetta il naufragio e lo scacco dell’esistenza, siamo ora consapevoli che la nostra sorte ce la costruiremo da soli. Capaci anche di invertire l’onere della prova. Lungi da dare al lettore l’idea che ci si vuole avviluppare in una arcadica retorica sui massimi sistemi, andiamo allora al sodo della questione: non siamo contro la religione ma possiamo dimostrare che è la religione ad essere contro l’uomo e a crocifiggerlo sull’altare di imperativi che rendono la sua vita sempre più miserabile e per candidarlo all’infelicità. Gli esempi si sprecano: l’embrione affetto da gravissime patologie che non si può sopprimere, il matrimonio divenuto per uno dei coniugi insopportabile che non si può sciogliere, il condom che in tempi di AIDS non si può usare, il controllo delle nascite definito immorale in tempi di boom demografico, il malato terminale costretto a soffrire pene indicibili in nome di un’astratta sacralità della vita, il proprio orientamento sessuale che non si può vivere liberamente e così via. Per quanto ancora la religione si occuperà dei princìpi dimenticando le persone? A noi, l’arduo compito di inventare princìpi a misura delle persone, per il massimo comune denominatore di autentico benessere per tutti, anche di chi in uno stato di perenne infanzia dello spirito ha bisogno di vivere sotto la tutela di una divinità. La dipartita di Dio dal nostro orizzonte non ci rende affatto degli orchi, ci dà solo qualche responsabilità in più. Non ci esime dal commuoverci per il cielo stellato, di trepidare alle note di La fille aux cheveux de lin o, che so io, di I don’t want to miss a thing degli Aerosmith, di sperare che domattina il mondo sia un po’ più bello, civile, degno delle nostre aspirazioni.
Quanto a Dio, noi ci bastano più i funambolismi sofistici della teologia dialettica – che coglie Dio per “differenza” o “totalmente Altro” – ma neanche le suggestioni del pensiero “debole” vattimiano e ci spingiamo a dire che l’elaborazione della sua Assenza non è frutto di tortuose elucubrazioni ma è un’esperienza quotidiana che si afferra nella sua cruda ed acre verità. Torna l’argomento etico. Ricordo quella volta in vacanza durante la quale facendo la coda in un ufficio postale ho visto entrare una donna che accompagnava un bambino con evidenti segni di squilibrio mentale che sbavava e stentava a stare in piedi sempre più incontenibile. Le abbiamo dato precedenza e uscendo di lì non riuscivo a togliermi dalla mente il volto scavato di quella mamma e gli occhi assenti di quel bambino. Per istinto mi sono rivolto al cielo, in un giorno più  pallido del solito: “Perché?”. Mi è sembrato per un attimo di avere colto nel sole lo sguardo di qualche Entità. Ma si nascondeva tra le nubi. Se era Dio, forse era arrossito per la vergogna.

* Laureato in Storia, ha compiuti studi di filosofia e teologia. E’ membro dell’Attivo del Circolo UAAR di Padova. 

ANCORA SUL FISCO ITALIANO

UN EDITORIALE DEL SEMPRE OTTIMO ENRICO ZANETTI:

Il Fisco di Dottor Jekyll e Mister Hide

Possibilità per i Comuni di disporre la pubblicazione, sul proprio sito, dei dati delle dichiarazioni dei redditi dei cittadini e di incassare il 100% dell’evasione recuperata con il loro fattivo contributo; inasprimento della tassazione sulle cooperative; aumento di 10,5 punti percentuali della tassazione sul reddito minimo delle società di comodo; parificazione alle società di comodo (con conseguente tassazione al 38% del reddito minimo) per le società che superano il “test di operatività” (e quindi non sarebbero di comodo), ma che per tre anni di fila dichiarano perdite fiscali o comunque redditi inferiori a quello minimo; abbassamento a 30.000 euro della soglia oltre la quale scatta la rilevanza penale dell’illecito di evasione; esclusione della sospensione condizionale della pena per chi viene condannato a seguito di evasioni per oltre 3 milioni di euro.

Questo il pacchetto di misure che il Governo ha varato in sostituzione di quelle sui riscatti ai fini pensionistici degli anni di laurea e di leva militare, le quali a loro volta erano state pensate in sostituzione del contributo di solidarietà.
Ed è stato proprio il Ministro Giulio Tremonti, in sede di presentazione alla stampa, a sottolineare come il contributo di solidarietà viene in questo modo sostituito da un contributo a carico degli evasori.
Per Vincenzo Visco deve essere stato un colpo al cuore sentirgli dire, come se non bastasse, che si tratta di scelte di assoluta novità nel panorama italiano: lui che nel 2000 ha varato il DLgs. 74 sui reati tributari che questi emendamenti si limitano a ritoccare nelle soglie; lui che nel 2006 ha inasprito la disciplina delle società di comodo in modo già allora ritenuto sproporzionato; lui che nel 2007 le dichiarazioni dei redditi su Internet le aveva già fatte pubblicare.

Proprio Visco e Tremonti sono le due persone che hanno gestito in questi ultimi quindici anni il Fisco italiano, sostenuti da maggioranze politiche intimamente convinte, rispettivamente, che il cittadino, di fronte allo Stato, deve ringraziare già solo per il fatto che gli viene lasciato qualcosa; e che lo Stato, di fronte al cittadino, deve ringraziare già solo per il fatto che qualcosa gli versa.
Questa alternanza ha prodotto effetti nefasti non solo sul nostro Fisco, ma anche sulla nostra coesione sociale.
Questa alternanza è però nulla a confronto con il brivido della “contemporaneità” che stiamo gustando in quest’ultimo anno e mezzo.

È come se avessimo al Governo, a settimane alterne, quando non a giorni alterni, Giulio Tremonti e Vincenzo Visco, la Lega Nord e Rifondazione Comunista, il popolo delle partite IVA e il popolo degli “anche i ricchi piangano”.
Prima si introducono norme a senso unico pro Fisco su riscossione e accertamento (e dal prossimo primo ottobre via con gli accertamenti esecutivi), poi si interviene per biasimare il rischio di una deriva di oppressione fiscale (ma va?), quindi si usano parole d’ordine e toni da guerra santa con gogne mediatiche varie.

È il fisco di Dottor Jekyll e Mister Hide, bellezza.
Dire quando si è in presenza dell’amabile Dottor Jekyll e quando del ripugnante Mr. Hide, è esercizio che va lasciato al libero arbitrio individuale, sulla base delle inclinazioni di ciascuno.

Sistema fiscale già duramente provato dagli errori degli uni e degli altri

È però certo che, se il sistema fiscale del Paese si dimostra già duramente provato dalla successione temporale degli errori degli uni degli altri, difficilmente potrà superare questa sorta di esperimento politico-psicanalitico, per effetto del quale ci sono contemporaneamente sia gli errori degli uni che quelli degli altri.

In attesa di tempi migliori, per chi vive il Fisco non solo da cittadino, ma anche da professionista, subendo così due volte sulla sua pelle questo scempio culturale, prima ancora che tecnico, non resta che armarsi di santa pazienza e darsi alla meditazione zen.
Servirà, eccome.
Per il giorno in cui dovrà pagare imposte sempre più salate, certo.
Più ancora, però, per il giorno in cui, con i dati delle dichiarazioni dei redditi di tutti pubblicati on line, in studio si presenterà comunque qualche funzionario per verificare il rispetto della normativa sulla privacy in relazione agli invii telematici effettuati.
Vogliamo scommettere?

E DOPO LE COSE BELLE, QUELLE BRUTTE. PARLIAMO DI FISCO.

La morte e le tasse

Tratto dal Sole 24 Ore

«Se calcolata sul PIL depurato della componente stimata di economia sommersa, la pressione fiscale nel nostro Paese per il 2008 schizza da un già elevato 42,8% a un insostenibile 50,6%. Un cifra che pone l'Italia al primo posto della classifica europea dei Paesi più esosi con i cittadini, facendole superare anche Paesi come la Danimarca (49,2%), la Svezia (47,6%) ed il Belgio (45,9%), i quali tuttavia garantiscono a quei medesimi cittadini ben altri standard di servizi e di welfare, rispetto a quelli su cui possono contare i cittadini italiani». Sono i dati di un calcolo effettuato dall'Istituto di ricerca dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili, illustrati oggi dal presidente nazionale della categoria, Claudio Siciliotti, nel corso della sua relazione alla seconda Assemblea nazionale dei commercialisti.

Il dato italiano di pressione fiscale, pari nel 2008 al 42,8%, è calcolato sulla base del Pil che comprende anche la quota di economia sommersa stimata dall'Istat, ma è evidente che il prelievo fiscale si concentra sulla parte emersa dell'economia del Paese e quindi, sul Pil depurato da tale dato, essa risulta sensibilmente superiore a quello degli altri Paese europei. Anche depurando il Pil di quei Paesi delle stime del sommerso, i numeri cambierebbero di poco, dal momento che la loro economia sommersa ha un'incidenza sui rispettivi Pil assai più contenuta di quella che si verifica in Italia.

«Con una pressione fiscale di questo tipo e un debito pubblico al 115% sul PIL – ha affermato Siciliotti – questo Paese può soltanto vivere alla giornata. È tempo di un fisco leggero con sanzioni pesanti. Da una dozzina di anni a questa parte, la politica fiscale italiana è stata invece sostanzialmente orientata verso un fisco sempre più pesante con sanzioni sempre più leggere. Con gli effetti che oggi constatiamo in termini di sommerso ed evasione».

19 novembre 2009 

SCHIAVITU': UNA VERITA' CHE DISTURBA MOLTO LA CHIESA

schiavitù e società nel mondo antico

Dal sito "CIVILTA' LAICA":

Chiesa e schiavitù

Secondo un luogo comune molto diffuso, il cristianesimo avrebbe “abolito” la schiavitù.  A riprova si cita Paolo «Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Lettera ai Galati, 3,28). In realtà Paolo afferma sì l’uguaglianza, ma solo su un piano spirituale, davanti a Dio e nell’altra vita. E tuttavia ancora nel 1888 Leone XIII nell’In plurimis ripeteva: «Non si attribuiranno mai abbastanza elogi né si sarà mai abbastanza grati alla Chiesa cattolica, che per somma grazia di Cristo Redentore abolì la schiavitù, introdusse tra gli uomini la vera libertà, la fratellanza, l’uguaglianza, e perciò si rese benemerita della prosperità dei popoli». Ma ciò è contraddetto dalla storia.

La schiavitù dall’Antico al Nuovo Testamento

Già nei testi che, secondo la Chiesa, sono ispirati da Dio, si legittima la schiavitù. Il Decalogo ordina di «non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino» con ciò riconoscendole “proprietà” legittime e anzi da rispettare. La Bibbia vietava agli ebrei di avere schiavi ebrei, ma consentiva loro di fare schiavi i pagani. Paolo nella Lettera agli Efesini dice «Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo» (6,5) e nella Prima lettera a Timoteo: «Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio» (6, 2). E in effetti i nobili romani, benché convertiti, continuarono ad avere schiavi.

Nel Medioevo cristiano

Nel Medioevo cristiano la pratica della schiavitù era prevista e codificata. Nel V secolo Agostino afferma che Cristo «non ha preso i servi e ne ha fatto dei liberi, ma ha preso dei servi cattivi e ne ha fatto dei buoni». E aggiunge con involontario umorismo: «Quale debito hanno i ricchi verso Cristo per il modo come ha loro sistemato la casa!» (Esposizione sui salmi, 124, 7).  Agostino sostiene poi, come ripeteranno Tommaso d’Aquino e Leone XIII, che «a buon diritto la condizione servile è stata imposta all’uomo» come castigo del peccato.

Le Istituzioni (VI sec.) del cattolicissimo imperatore Giustiniano stabilivano «che i padroni abbiano diritto di vita e di morte sugli schiavi» e vari concili locali vietavano a vescovi e frati di vendere «case, schiavi e gli arnesi» della Chiesa. Il concilio di Toledo del VII sec. decretava: «chi dal vescovo giù giù fino al suddiacono abbia generato dei figli da nozze esecrande, sia con una donna libera sia con una schiava, dev’essere punito secondo la legge canonica; i figli generati da tale incesto devono appartenere per sempre come schiavi alla Chiesa». I frati della Casa della Santa Trinità (XII secolo) avevano come regola di riscattare i cristiani fatti schiavi da pagani dando in cambio denaro o schiavi pagani di loro proprietà.

I papi e  il commercio di schiavi

I papi, pur episodicamente vietando di trarre in schiavitù questa o quella categoria (i cristiani, gli indi, i catecumeni ecc.), non condannarono la schiavitù in generale, anzi la giustificarono e la ordinarono. Qualche esempio: il canone 27 del Concilio Lateranense III (1179) autorizza a ridurre in schiavitù le bande anticristiane della Brabanza, Aragona e Navarra; Niccolò V “concede” al re del Portogallo di «ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo…e di gettarli in schiavitù perpetua» (Romanus pontifex, 1454). Paolo III mente intima agli spagnoli di non trarre in schiavitù gli indii, autorizza le ricche famiglie romane a servirsi di schiavi (1549).

Il traffico di schiavi fu poi pratica costante dello Stato della Chiesa in età moderna, come attestano il fitto scambio epistolare di vari papi con funzionari vaticani per la compra-vendita di esseri umani, soprattutto turchi: a titolo di esempio citiamo la lettera con cui Innocenzo X informa nel 1645 mons. Raggi di aver ordinato «al Principe Nicolò Ludovisio generale delle nostre galere che le provegga di 100 schiavi Turchi». E ancora nel 1794 tal Colelli ricopriva la carica di «intendente pontificio per gli schiavi».

Finalmente, la Chiesa “condanna”

Solo nel 1839, con l’enciclica In supremo, Gregorio XVI condannò come “delitto” la schiavitù in quanto tale, ormai bandita dai maggiori paesi europei. E tuttavia pochi anni dopo un’Istruzione del Santo Ufficio approvata da Pio IX, dichiarava “Non contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato” (1866). La condanna di ogni forma di schiavitù fu invece ripetuta dal Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 1965).

In conclusione la Chiesa non ha abolito fin da principio la schiavitù anzi l’ha praticata per secoli, ha giustificato la sua conservazione e ha speso la sua influenza per perpetuarla. E quando si è decisa a condannarla non ha ammesso di aver predicato l’errore per quasi due millenni. Né potrebbe, senza doversi riconoscere umanamente fallibile anziché divinamente ispirata…

Una spia di tale contraddizione, e del tentativo di tenere insieme, occultandole sotto una apparenza di “continuità”, dottrine contrastanti fra loro, può vedersi anche nel Catechismo attuale (1992) che riporta a fronte il decimo comandamento odierno, molto sobrio («Non desiderare la roba d’altri») e il testo assai più inquietante, anche per l’attuale asserita parità uomo-donna, del decalogo biblico da cui deriva: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».


Walter Peruzzi – Cronache Laiche

YESHU BEN PANTERA

pantera

(Tratto dal sito Antikitera.net)
"Lavorare su un´ipotesi non ha mai costituito una infrazione teologica" affermazione di uno dei più illuminati custodi e garanti della fede, il cardinale Bellarmino, in difesa, contro il Santo Uffizio, dell´ipotesi eliocentrica di Galileo.
Tutti i cattolici conoscono la figura di Gesù e la sua discendenza Divina, è pilastro del Cristianesimo, è dogma, nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma noi siamo poco più di un miliardo di persone, gli altri, gli altri cosa pensano?
Senza andare troppo lontano, pensiamo gli Ebrei, i nostri teologicamente fratelli maggiori; cosa dicono?
Si perchè Gesù è nato ebreo è vissuto da ebreo ed è morto da ebreo, cosa pensano loro di questo?
Secondo una storia ebrea molto diffusa, Gesù era il figlio illegittimo di un soldato romano denominato Pantera o Panthera. Ma il nome era insolito e si liquidava come frutto d´immaginazione.
È interessante notare che un filosofo greco che si chiamava Celsus (da non essere confuso con Aulus Cornelius Celsus, il medico romano che ha scritto l'enciclopedia medica De Medicina), scrive intorno al 178 (durante il regno dell'imperatore romano Marcus Aurelius), un trattato contro i cristiani denominato Alethès Lógos e sostiene che il padre di Gesù di Nazaraeth era in effetti un soldato romano chiamato Pantera. Celsus, criticava il Cristianesimo come minaccia e pericolo della società romana.
Nessuno degli scritti originali del Celsus sono sopravvissuto intatti, i seguenti passaggi da Alethès Lógos sono citati dal teologo cristiano Origene del terzo secolo nel suo lavoro del otto volume "Contra Celsum" o Katà Kélsou allo scopo di confutare le idee di Celsus. Una copia di Alethès Lógos era stata trovata da Ambrosius ed era stata trasmessa al suo amico Origene con una richiesta di confutarla.
"T'inventasti la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario da un villaggio della Giudea e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli egiziani vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l'aveva chiesta in moglie, perché convinta di adulterio e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera. Ma l'invenzione della nascita da una vergine e' simile alle favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope. Ma era forse una bella donna tua madre e, appunto perché bella, a lei si unì Dio, che pur non e' naturalmente portato ad amare un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile che Dio si fosse innamorato di lei. Ella non era donna di condizione ricca o regale, dal momento che nessuno la conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza ne' il Verbo della Persuasione. Tutto questo, dunque, non ha nulla a che vedere col regno di Dio."
Iniziamo anche ad analizziamo la genealogia ufficiale di Gesù, anzi le genealogie visto che sono due e anche diverse:
La genealogia di Matteo e quella di Luca

Genealogia Secondo Matteo
[1]Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
[2]Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli,
[3]Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram,
[4]Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn,
[5]Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse,
[6]Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa,
[7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf,
[8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia,
[9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia,
[10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia,
[11]Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
[12]Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle,
[13]Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor,
[14]Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd,
[15]Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe
[16]Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
[17]La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.

La genealogia di Matteo parte da Abramo ed arriva fino a Giuseppe sposo di Maria, ma in essa vi è un particolare unico a inaspettato. Tutti gli alberi genealogici del tempo erano basati unicamente sulla discendenza maschile. Era il padre a dare il nome alla casata: anche oggi non si fa diversamente, in particolare nelle famiglie reali. Ma nell´elenco di Matteo troviamo citate quattro donne, questo è un fatto del tutto nuovo, fuori dalle regole e usanze del tempo.
"Giuda generò Fares e Zara da Tamar"
"Salmòn generò Booz da Racab"
"Booz generò Obed da Rut"
"Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa"
Tamar, Racab, Rut sono nomi di donna. Della moglie adultera di Urìa, Matteo ne censura perfino il nome.
Ma il particolare ancora più sorprendente è che ognuna di queste donne era una straniera, citata nell' Antico Testamento per la sua scandalosa reputazione sessuale.
Tamar (Tamara) era una vedova che nel disperato desiderio di avere un figlio si era fatta mettere incinta ricorrendo a uno stratagemma. Aveva finto di essere una prostituta da strada e aveva sedotto il proprio suocero. Racab (o Raab) è stata indicata come taverniera o "meretrice".
Rut era una moabita, condizione assai riprovevole agli occhi degli ebrei, tanto che era loro vietato qualsiasi rapporto con donne di quella nazione per la loro fama di pericolose tentatrici. Ma Booz fu indotto a infrangere il divieto con un inganno: Rut lo ubriacò e poi si infilò nel suo letto, costringendolo a sposarla.
La moglie di Uria, il nome della quale non viene nemmeno citato da Matteo, è la scostumata Betsabea, della quale Davide si era perdutamente invaghito, vedendola dalla terrazza della reggia, mentre, tutta sola nella sua casa, si metteva in mostra denudandosi per il bagno.
David per averla in modo legale, pensò bene di spedirne il marito Uria a combattere gli Ammoniti e ordinò che fosse messo in prima fila, e naturalmente Urìa fu ucciso.
Così Davide ebbe via libera e la donna rimase incinta, mescolando il lui la gloria al disonore. Tuttavia Matteo, anche senza fame il nome, la inserisce nella venerata stirpe reale di Davide.
Anzi, è lei che la apre, dando alla luce Salomone.
Qui siamo di fronte a qualcosa di molto importante. L'evangelista ha voluto devastare il modo usuale di riportare gli alberi genealogici, che si limitava alla sola linea maschile, per infilarci un riferimento a donne e solo a quelle che gli ebrei conoscevano benissimo per la loro pessima fama, donne che la Bibbia cita per la loro attività sessuale, che suscitavano scandalo, e che non si addicono alla genealogia ufficiale di una casa reale e che soprattutto non c'era alcun bisogno che Matteo le inserisse nell' elenco.
Ma perché l´ha fatto?
Se l'ha fatto e che l'evangelista prepara il lettore a quello che verrà:
Alla fine dell'elenco dei quaranta nomi, proprio all'ultimo, il pilastro della parentela crolla "Giacobbe generò Giuseppe, sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo".
Per trentanove volte Matteo usa l'espressione "generò da": una forma attiva con soggetto maschile. Alla quarantesima, quando arriva a Giuseppe, usa lo stesso verbo, ma in forma passiva, con un agente femminile: "dalla quale è stato generato".
In questo modo una quinta donna viene introdotta nella lista: Maria stessa. E bisogna evidenziarlo bene, perchè questo è l'albero genealogico di Giuseppe, non di Maria.
Allora perchè viene inserito anche il nome di lei?
Sembra proprio che Matteo volesse mettere tacitamente in guardia i lettori, troppo bigotti o troppo pronti a sputare sentenze, dal saltare a determinate conclusioni. Nella genealogia più venerata da
quella cultura, la stirpe reale dello stesso Davide, ci sono storie di immoralità sessuale che l'evangelista vuole che siano accettate.
C'è un'altra caratteristica di questa stirpe di Giuseppe che ha una importanza decisiva: sul ramo davidico di Giuseppe, che pure aveva espresso tutti gli antichi sovrani di Giuda, pesava la maledizione del profeta Geremia. Nel periodo che precedette la distruzione di Gerusalemme da parte dei babilonesi, nel 538 a.c., Geremia aveva alzato la sua terribile voce di condanna su Ieconia, l'ultimo della stirpe di Davide a regnare: "Registrate quest'uomo come uno senza figli, un uomo che non ha successo nella sua vita, perché nessuno della sua stirpe avrà la fortuna di sedere sul trono di Davide ne di regnare ancora su Giuda» (Geremia 22, 30).
Era come se Geremia avesse dichiarato che il patto stretto da Dio con Davide era stato annullato.
Giuseppe era un discendente in linea diretta da questo disonorato Ieconia
Gesù, entrava nell'albero genealogico di Giuseppe come figlio adottivo. Non era stato generato da Giuseppe, non scorreva nelle sue vene il sangue del maledetto Ieconia.
Ma cosi cadeva la potenziale pretesa al trono davidico.
Si doveva dimostrare che egli fosse comunque stato erede biologico di un altro ramo della stirpe davidica
Ma quanti erano i rami della famiglia di Davide? La risposta ci viene dal vangelo di Luca.

Genealogia di Gesù secondo Luca

 [23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent'anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli,
24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe,
[25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài,
[26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda,
[27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri,
[28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er,
[29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi,
[30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim,
[31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide,
[32]figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naàsson,
[33]figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda,
[34]figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor,
[35]figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala,
[36]figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamech,
[37]figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret, figlio di Malleèl, figlio di Cainam,
[38]figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio.

Luca fa una ricostruzione della stirpe di Davide che ci offre la chiave mancante per capire come Gesù potesse rivendicare la discendenza anche senza legami biologici con il padre Giuseppe.

Matteo aveva cominciato con Abramo per finire con Giuseppe e, invece, Luca procede a ritroso, comincia con Gesù e finisce addirittura con Adamo. Invece dei quaranta nomi di Matteo, ne fa settantatrè.
In questo elenco, ci sono alcuni elementi che colpiscono. Il primo è la sorprendente attribuzione a Gesù di un nonno, che per Luca è il padre di Giuseppe e che invece potrebbe essere il padre di Maria. L'evangelista scrive: "Gesù, quando incominciò il suo ministero, aveva circa trerit´anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli" (Luca 3, 23). Quello che salta subito agli occhi è l'inciso "come si credeva". Luca ci sta dicendo due cose: che Giuseppe era solo il padre legale di Gesù e che Gesù aveva un nonno di nome Eli. Ma, secondo Matteo, il padre di Giuseppe si chiamava Giacobbe. Chi era dunque questo Eli? Forse era il padre legale di Giuseppe in base alla legge del levi rato, l'istituzione sociale prevista dall'antico diritto ebraico, secondo la quale la vedova senza figli veniva presa in sposa dal fratello del defunto e gli eventuali figli erano considerati figli del defunto. O forse era il padre di Maria, che si chiamava Gioacchino. Eli infatti è una forma breve del nome Eliakim, che è a sua volta una forma del nome Gioacchino. Dato che le genealogie erano importantissime sia per gli Ebrei che per i primi, è possibile che Luca abbia avuto a disposizione uno di quei documenti e, poiché era normale per lui attenersi alla consuetudine di includere solo maschi nelle genealogie, abbia trovato quel nome di Elia come nonno di Gesù e l'abbia ritenuto il padre di Giuseppe.

Si parla poco dei nonni di Gesù ma, ovviamente, Gesù aveva due nonni, uno da parte di Giuseppe e uno da parte di Maria. Due nonni significano due alberi genealogici separati. Quello che abbiamo in Luca (3, 23-28) è quasi certamente l'altro lato della famiglia di Gesù, delineato attraverso la reale discendenza dalla madre Maria. E infatti l'elenco di avi da lui registrato non corrisponde affatto a quella registrata da Matteo.

Per il semplice motivo che è un altro elenco.

Le famiglie ebree erano piuttosto attente a mantenere la memoria del loro albero genealogico: Ne erano fiere. A maggior ragione dovevano comportarsi così anche i discendenti della stirpe davidica. Giuseppe Flavio, lo storico ebreo di quel periodo, traccia la propria genealogia sacerdotale con palese orgoglio e menziona documenti d'archivio che egli stesso ha consultato. Giulio Aficano, uno scrittore giudeo-cristiano vissuto nel III secolo d.C., riferisce che, da quando Erode e i suoi successori avevano cercato di distruggere le documentazioni genealogiche pubbliche, le principali famiglie ebree avevano preso l'abitudine di custodirle gelosamente in privato.

E Giuseppe Flavio rileva, in particolare, che era proprio una caratteristica dei discendenti di Gesù conservare nella clandestinità il loro albero genealogico. Dato che la discendenza di Gesù da Davide era così importante per i primi cristiani, è probabile che Luca abbia avuto a disposizione uno di quei documenti.

La ricostruzione di Luca rivela una informazione importante. Maria apparteneva come il suo sposo Giuseppe alla stirpe di Davide, ma c'era una differenza decisiva, perché lei discendeva da Davide non attraverso la stirpe maledetta che da Salomone arrivava a Ieconia, ma attraverso la discendenza di un altro dei figli di Davide e della sua prediletta Betsabea, Natam, fratello di Salomone (Luca 3, 31).

Natam non salì mai sul trono del padre e di conseguenza la sua genealogia rimase oscura. Lui è citato nell' elenco biblico, i suoi discendenti no, a differenza di quelli di Salomone.

Così secondo Luca, Gesù avrebbe potuto rivendicare la sua discendenza da David per parte di madre. Non per adozione ma per sangue.

Sefforis la città misteriosa
Secondo la tradizione, Maria non era di Nazareth, era nata a Sefforis, primogenita di una anziana coppia, Anna e Gioacchino, intorno al 18 a.c. e solo in un secondo tempo si era trasferita a Nazareth.
Sefforis è in quel periodo la capitale amministrativa della Galilea, è a solo pochi chilometri da Nazaret, anzi è ben visibile da Nazaret essendo situata su una collina, inoltre vi era nata Maria, e lo stesso, non viene mai citata nei Vangeli.
Pertanto andiamo a vedere cosa possiamo sapere della Sefforis nel periodo romano.
Sefforis, chiamata con vari nomi a seconda del momento storico (Autocratoris, Neronia, Eirenopolis, Diocaesarea, Zippori, Saffurieh), era una grande città di epoca romana-bizantina, situata al centro della Bassa Galilea, cinque km a ovest di Nazareth. 
 Fu anche capitale amministrativa della Galilea al tempo di Erode Antipa, quindi negli anni in cui Gesù fanciullo cresceva a Nazareth. Era abitata da una comunità di ebrei già al tempo di Alessandro Janneo, verso il 100 a.C. Pochi anni dopo, nel 56-57 a.C. il proconsole di Siria, Gabinio, assegnava a Sefforis la sede di un Sinedrio, vale a dire il consiglio del governo interno alla comunità giudaica, e quindi riconosceva il carattere giudaico della città. Negli anni 3-18 d.C. il Tetrarca di Galilea Erode Antipa la eleggeva a sua capitale, prima di trasferirla alla nuova città di Tiberiade. Verso l'anno 200 d.C. Rabbi Yuda Hannassi completò la Mishnah residendo a Sefforis. Sefforis fu abitata anche in epoca bizantina (4º-7º secolo d.C.) da una fiorente comunità giudaica.
Le fonti rabbiniche ci informano che a Sefforis esistevano 18 sinagoghe in epoca bizantina o talmudica.
Ma la situazione diventa più interessate se analizziamo in dettaglio il periodo a cavallo dell´anno zero.
Nel 63 a.C. le armate romane, sotto il comando di Pompeo, conquistano la Palestina, nel 55 a.C. il governatore della Siria Gabino fa di Sefforis la capitale regionale della Galilea. Nel 37 a.C., durante una tempesta di neve, Erode si impossessa della città. Durante le rivolte che scoppiarono dopo la morte di Erode nel 4 a.C. un uomo, conosciuto con il nome di Giuda il GaliIeo, fa irruzione nel palazzo reale di Sefforis. Lui e i suoi seguaci si impadroniscono delle armi che erano accatastate lì e misero a ferro e a fuoco la Galilea. Sacche di resistenza e focolai di rivolta si estesero in tutto il Paese. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, che visse pochi decenni dopo, scrisse che quei tempi erano così turbolenti che "qualsiasi capo di una banda di ribelli poteva auto proclamarsi re".
I romani reagirono con la consueta rapidità e con la loro solita forza schiacciante: il governatore della Siria, il vanitoso Publio Quintilio Varo, quello stesso che tredici anni dopo avrebbe provocato, per la sua cieca imprudenza, la sconfitta più decisiva della storia di Roma, trovando lui stesso tragica morte nella foresta di Teutoburgo, guidò dalla Siria le sue tre legioni per soffocare brutalmente l'opposizione al dominio romano. Si riversò con ventimila soldati dal Nord del Paese, rase al suolo Sefforis, incendiandola, e costrinse alla schiavitù i superstiti suoi abitanti, come punizione esemplare per aver preso parte all'insurrezione. Varo fece una retata di ribelli in tutto il Paese e mise a morte per crocifissione duemila uomini che avevano partecipato alla sommossa. Il trauma, che segnò per sempre la Galilea, deve essere stato spaventoso: centinaia di uomini furono inchiodati alle croci poste a regolari intervalli lungo tutte le principali vie di comunicazione o sui fianchi delle colline, a monito per tutti coloro che passavano di là.
Al tempo della rivolta e della brutale repressione, Maria, doveva avere 14 o 15 anni ed era dunque già considerata una donna, tanto da venire promessa in sposa a un artigiano di Nazareth chiamato Giuseppe. Fu proprio in quel tempo che lei si trovò in difficoltà: rimase incinta e il padre non era Giuseppe.
Proviamo a immaginare lo scalpore che deve aver suscitato la gravidanza di Maria in un villaggio piccolo come Nazareth.
Dire che le male lingue abbiano spettegolato senza requie sarebbe attenuare la cosa. Entrambe le famiglie erano ben conosciute. Le abitazioni erano contigue e i figli sposati spesso vivevano in spazi annessi alla dimora principale dei genitori, con il cortile in comune. La vita del villaggio era fortemente interdipendente da un punto di vista economico e sociale, .A Nazareth non potevano esistere molti segreti.
Giuseppe aveva un problema serio, una situazione nella quale nessun uomo vorrebbe mai trovarsi: era fidanzato con Maria, le loro famiglie avevano dato il consenso al matrimonio, ma questa futura sposa «si trovò incinta» prima del matrimonio.
Era stato Giuseppe a scoprire che Maria aspettava un bambino, poiché il vangelo di Matteo ci dice che era deciso a lasciarla, ma mettendo le cose a tacere, per non esporla al pubblico ludibrio. Forse pensò di aiutarla ad allontanarsi dal villaggio per dare alla luce il bambino in segreto. Una cosa era certa: non era lui il padre del futuro bambino.
Con o senza il suo aiuto, Maria lasciò precipitosamente la cittadina e si diresse a sud, verso un altro piccolo villaggio, Ein Karim, a più di sei chilometri a ovest di Gerusalemme, nella collinosa campagna della Giudea. Maria rimase là per tre mesi insieme a dei parenti, una coppia da lungo tempo sposata, Elisabetta e Zaccaria. A quel tempo, anche Elisabetta era in attesa – al sesto mese – del bambino che conosciamo col nome di Giovanni Battista. Non sappiamo quali legami parentali esistessero fra Maria ed Elisabetta, se fossero cugine, o forse nipote e zia, ma date le circostanze, le due famiglie erano, con ogni probabilità, molto intime. E questo significa che Gesù e Giovanni Battista erano anch'essi parenti.
Dopo la nascita del figlio a Betlemme, la coppia fece un lento ritorno a Nazareth, proprio quando si era da poco compiuto il massacro e la città di Sefforis era ancora avvolta da una nube che stentava a diradarsi: le rovine fumavano e nell´aria ristagnava ancora l´odore della morte.
Giuseppe, che camminava a fianco dell' asino sul quale era seduta Maria con Gesù fra le braccia, vide da lontano le spirali di fumo che si alzavano dalle rovine e poi, sulle pendici della collina, nere contro il sole, le croci. Una lunga fila di morti appesi lungo la strada. Certamente Giuseppe disse a Maria di non guardare. Ma lei le vide e rabbrividì. Anche il bambino vide.
Se si pensa alla storia di Sefforis, se si cerca di rivederla con gli occhi di Giuseppe e Maria, allora il racconto del "Natale di Gesù" va inquadrato in una serie di nuove immagini: il mondo in cui nasce il Cristo è un tragico palcoscenico di corpi in via di putrefazione inchiodati alle croci, con la città in fiamme e migliaia di cittadini uccisi o condotti schiavi in terre lontane. Il futuro di quella famiglia, e di quel piccolo che essa portava, appariva davvero incerto e difficile.
E sopratutto il serio problema rimaneva: Gesù era figlio di padre ignoto
Ritornare in quel di Nazarethm non doveva essere il massimo per una famiglia in quella situazione.
Figlio di padre ignoto
Dire che le male lingue abbiano continuato per anni a spettegolare senza ritegno sia molto, molto vicino alla realtà.
Questo si può dedurre anche dal Vangelo di Giovanni che riporta la disputata Gesù con dei farisei; lo scontro si altera fino a che uno do loro grida: "Noi non siamo nati da prostituzione"(Giovanni, 8; 41) quasi a sottintendere "come invece sei tu". Un vero colpo basso, un manifesto tentativo di minare la reputazione di Gesù con una diceria che riguarda la sua nascita illegittima.

In un testo cristiano del IV secolo, che forse risale al II, detto Atti di Pilato, si fa il resoconto del processo. Una delle accuse mosse a Gesù è: "tu sei nato da adulterio". Nessuno se la sente di assumere il testo come documento storico del processo davanti a Pilato e tuttavia questa è una testimonianza di quanto quella vecchia maldicenza fosse dura a morire.
In un passaggio di Giovanni chiaramente preso dal vangelo di Marco, ricompare l'ombra di un'allusione a qualcosa di irregolare: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre» (Giovanni 6, 42).
Che bisogna c'era, dopo che Gesù era stato definito il figlio di Giuseppe, di aggiungere "di lui conosciamo il padre"
Tutto dunque sembra alludere su una verità che a quell'epoca dovevaessere sconcertante. L'accusa di illegittimità
Accusa non è circoscritta ai soli vangeli canonici. Un altro vangelo, il cosiddetto "Vangelo di Tommaso", scoperto nel dicembre 1945 a Nag Hammadi, lungo l'alto corso del Nilo, in Egitto, da contadini che stavano dissodando il terreno ec he è forse il documento più prezioso sulla vita dei primi cristiani, che sia stato ritrovato. Contiene 114 detti di Gesù. Nel detto 105, Gesù dice stranamente ai suoi discepoli:
"Chi conosce suo padre e sua madre sarà chiamato figlio di prostituta"
In questo detto non c'è solo un'eco della turpe nomea che Gesù dovette affrontare per tutta la vita. C'è un rifiuto dell' accusa. Si sottintende anche che Gesù sapesse chi era suo padre. Il suo modo di parlare non fa pensare che alludesse a Dio.
E allora, se il padre non era Giuseppe, chi poteva essere? Se dovessimo riempire un certificato di nascita per Gesù dovremmo scrivere "di padre ignoto". Tuttavia una voce circola piuttosto presto, e c´è anche un nome:Pantera.

Il mistero di Pantera
La prima versione della storia di Pantera ci viene dal fiosofo greco Celso, in un testo del 178 d.C. intitolato Sulla vera dottrina. È uno scritto molto polemico con i cristiani, tanto che uno dei padri della Chiesa, Origene, senti il bisogno di scrivere un poderoso trattato per confutarlo. Origene fu però molto onesto, perché riportò punto per punto le tesi di Celso. Lui stesso poi cadde in disgrazia per certe sue affermazioni sulla reincarnazione delle anime, condannate dal concilio di Costantinopoli del 553. Celso riferì una maldicenza che circolava negli ambienti ebraici: Maria «era rimasta incinta di un soldato romano chiamato Pantera ed era stata cacciata dal marito come adultera» Il nome appare anche in documenti precedenti. Il rabbino Eliezer ben Ircano, che visse alla fine del I secolo, parla di insegnamenti a lui stesso impartiti «nel nome di Gesù, figlio di Pantera» da Giacobbe di Sikhnin, della città di Sefforis. Questo Giacobbe è stato identificato come nipote di Giuda, il fratello minore di Gesù. C´è anche una disputa, in quel tempo, fra rabbini, che coinvolge Giacobbe, se ciò sia lecito o no guarire dai morsi di serpente «nel nome di Gesù, figlio di Pantera». Queste antiche fonti non ci dicono niente sui motivi per i quali Cristo veniva designato cosi e nemmeno identificano Pantera come un soldato romano. Però dimostrano come questo nome circolasse in Galilea piuttosto presto e venisse usato allo scopo di identificare Gesù, non di calunniarlo. Nel mondo ebraico, quando si vuole identificare una persona, se ne cita il nome, seguito da quello del padre.
Non ci sono dubbi su questa designazione di Gesù, perché studiosi tardo-cristiani si sono sentiti in dovere di asserire che Pantera era un termine ingiurioso, derivato da un gioco di parole sul sostantivo greco portbenos che significa "vergine"; altri ancora hanno suggerito che Gesù venisse diffamato come "figlio di una pantera" in riferimento alla natura selvaggia e lasciva del presunto padre. Sembrano argomentazioni piuttosto stravaganti, essendo evidente che quanto riferito dai rabbini in precedenza non era ispirato da alcuna polemica. Anche Epifanio, un cristiano ortodosso del IV secolo, attribuisce un certo grado di veridicità alla tradizione di "Gesù figlio di Pantera" e la spiega col fatto, riferito solo da lui, che Giuseppe era conosciuto come Giacomo Pantera.
Ancora nell'VIII secolo saltano fuori, in modo insolito, tentativi simili: Giovanni di Damasco, padre della Chiesa greca e santo, asserisce che era il bisnonno di Maria a chiamarsi Pantera. È evidente che quel nome continuava a turbare le coscienze cristiane e questo dimostra, come minimo, che la voce aveva una certa consistenza, non poteva essere semplicemente accantonata come un artificio malizioso degli oppositori giudei. I solerti difensori della legittimità di Cristo non potevano certo immaginare che dopo più di mille anni le ricerche storiche avrebbero bollato le loro rivelazioni come pietose bugie escogitate a fin di bene.
Ora gli archeologi hanno scoperto che Pantera è un nome greco presente in numerose iscrizioni latine dell´epoca, specialmente come soprannome di giovani arruolati nelle legioni. Furono i soldati romani a portare quel nome in Palestina. Prima non c´era. Di una cosa possiamo essere sicuri: non è un termine inventato per calunniare.
Ma di Pantera cosa si sapeva, cosa si aveva?.
Praticamente -nulla-
Per una sorte capricciosa che guida i passi della storia, in una località lontana e che aveva nulla a che vedere con la Palestina, in Germania nel 1906, lo storico tedesco Adolf Deissmann pubblicò un breve articolo intitolato Der Name Pantera ed espose dettagliatamente le varie iscrizioni nelle quali quel nome era apparso nel I secolo d.C.
Egli dimostrò una volta per tutte che quell´epiteto aveva una certa diffusione nell´esercito. Era un´abitudine del tempo, ma bisogna dire che prendere un nome di battaglia, in particolare di felini e di rapaci, è ancora una costante nei reparti speciali di combattenti.
Risaltava, in particolare, un esempio da lui citato. Nel cimitero romano di Bingerbriick, a venti chilometri circa a nord di Bad Kreuznach, una cittadina a un´ora di treno da Francoforte, dove il fiume Nahe confluisce, da sinistra, nel Reno, era stata trovata una pietra tombale con inciso il nome di un certo Tiberius Jiulius Abdes Pantera
Deissmann allegava al suo testo anche una foto, che mostra la figura scolpita di un legionario romano con la testa e il collo fratturati e una iscrizione latina ben conservata ai suoi piedi. La traduzione letterale è questa:
Tiberio Giulio Abdes Pantera di Sidone, anni 62 soldato con 40 anni di servizio nella prima coorte di arcieri giace qui.
Deissmann notò che Abdes Pantera era nato nell´ antica Sidone, l´attuale Sayda, una città costiera del Libano meridionale, a nord di Tiro, lontana meno di settanta chilometri da Sefforis.

Su quella pietra tombale si trovano riferimenti sparsi in vari libri. Tutti gli storici si limitano a citare l'articolo di Deissmann, scritto cento anni fa. Ma nessun l´ha realmente studiata.
C´era da chiedersi se quella lapide non fosse andata perduta nelle turbinose vicende di due guerre mondiali per cui era passata. Ma per fortuna è bastato guardare su internet e quel piccolo museo di Bad Kreuznach, menzionato da Deissmann nel 1906, esiste ancora.
A Bad Kreuznach, vi è effettivamente un museo di antichità romane, chiamato Römerhalle.
Che la tomba di Tiberio Giulio Abdes Pantera fosse fra quelle?
Si, infatti, c'è. Non soltanto quella lapide, ma altre nove, e tutte di legionari romani, erano in mostra, esposte al pubblico.
Le avevano scoperte nella stessa località, durante gli scavi per la costruzione della stazione ferroviaria di Bingerbriick, tra il 1859 e il 1861. Erano state diligentemente collezionate dalla associazione storica locale con le note relative al ritrovamento di ciascuna e poi esposte nel vecchio museo civico. Ora erano nella Römerhalle. Non solo; ma si ha informazioni che nascosta fra dozzine di vecchie tele, in un ripostiglio, c'è una copia ben conservata dell´originale dipinto a olio eseguito nel 1860 durante i lavori di recupero, a disposizione dei futuri ricercatori.
E´ qualcosa di sconvolgente, e non occorre essere un archeologo per capirlo; c´è la una possibilità, per quantoremota, di trovarsi di fronte a un´ autentica reliquia della famiglia di Cristo. Un´ipotesi del tutto inverosimile, ma nell'archeologia accadono le cose più strane e inaspettate.
Tiberio Giulio Abdes Pantera aveva o no a che fare con quanto era tramandato su Gesù "figlio di Pantera".
Ai tempi dell´impero di Roma, Bad Kreuznach era un campo fortificato di frontiera. In tutta la campagna circostante affiorano antiche rovine. Quello era per i romani il Vietnam o Iraq di oggi. Un numero impressionante di legionari furono trasferiti dai Paesi caldi sparsi intorno al Mediterraneo alle terre fredde del Nord, nei remoti avamposti intorno al corso del Reno, fra immense foreste immerse nella nebbia. Quelli che sopravvissero alle battaglie e alla guerriglia vissero qui, anche quando l'età avanzata gli permetteva di prestare un servizio ridotto. Qui morirono e qui furono sepolti.
La possibile associazione di questo soldato romano con la tradizione collegata al padre di Gesù non poteva essere sommariamente respinta in nome della pietà e della fede. Qualsiasi fosse il loro significato, tutti i fatti di una qualche rilevanza dovevano essere esposti ed esaminati con cura.
Tre lapidi, compresa quella di Pantera, furono scoperte tra il 19 e il 20 ottobre 1859 a poco più di duecento metri dall´attuale corso del Nahe, e portate alla luce in un secondo tempo.
Nella lapide si legge il soprannome – Pantera -, i nomi acquisiti – Tiberio Giulio – e il nome di origine – Abdes. I nomi acquisiti indicano che Pantera non era romano di nascita. Gli erano stati dati evidentemente in onore dei due imperatori che aveva servito. All´ epoca di Tiberio era possibile ottenere la cittadinanza romana anche a un provinciale, dopo un certo periodo trascorso nell´esercito. La ferma durava venticinque anni. Ma Pantera vi, restò per quaranta, dall´arruolamento, avvenuto a 22 anni, fino alla morte a 62. Poiché Tiberio diventò imperatore nel 14 d.C. e morì nel 37, è probabile che Pantera sia morto poco dopo, presumibilmente per cause naturali.

Il nome Abdes è molto interessante. È una versione latinizzata dell´aramaico ebed che significa "servo di Dio" e indica che le origini di Pantera erano semitiche, o perfino giudaiche, per nascita o per conversione, oppure perché membro di una famiglia cosi collaterale al giudaismo da dargli quel nome. Il soprannome Pantera è greco, anche se qui appare in una iscrizione latina.
Nel 1891, l´archeologo francese Clermont Ganneau ha scoperto che in una tomba ebraica del I secolo d.C., sulla strada di Nablus, a nord della Città Vecchia di Gerusalemme, c´era un ossario con il nome Pentheros in greco e accanto quello del figlio, Josepos. Le sepolture indicano senza possibilità di equivoci che i due erano giudei e questo ci dà la prova definitiva che al tempo di Gesù, il soprannome di Pantera poteva essere usato anche dai giudei.
Abdes Pantera era di Sidone, oggi Sayda, che non è lontana da Sefforis. Sappiamo che la prima coorte di arcieri, nella quale militava, proveniva dalla Palestina, era giunta dalla Dalmazia nel 6 d.C., ed era stata trasferita alla confluenza del Reno e del Nahe nel 9 d.C., l´anno del disastro di Teutoburgo nel quale furono distrutte le legioni di Publio Quintilio Varo, già governatore della Siria. Da allora, i romani mantennero avamposti permanenti in Germania e il cimitero di Bingerbriick ci fornisce la prova che i veterani trascorrevano gli ultimi anni in servizio ridotto sulla frontiera. Non c´è dunque da stupirsi che Abdes Pantera sia stato sepolto lì. Le altre nove lapidi funerarie sembrano risalire dalla metà al tardo I secolo. Lo testimoniano le monete ritrovate accanto, lo stile delle lapidi, il contenuto delle iscrizioni il dipinto del 1860 sulla scoperta mostra chiaramente che furono riportate alla luce anche le urne con le ceneri e le ossa dei defunti, ma i documenti dicono che gran parte furono distrutte durante gli scavi e una sola rimase intatta. Non è stato ancora possibile ritrovarla. Sarebbe veramente miracoloso se il destino avesse voluto salvare proprio i resti di Abdes Pantera. Forse il tempo ce lo dirà.
Che cosa concludere? Abdes Pantera era di Sidone. Forse era ebreo. Si arruolò nell' esercito romano. Rimase in Palestina fino al 6 d.C. Aveva pressappoco l´età di Maria, la madre di Gesù. Abbiamo il nome, la professione, il luogo e il tempo esatti.
Forse tutto è frutto del caso. Non c'è modo di provare alcuna connessione con la paternità del Cristo.
Le possibilità, che il tarlo del dubbio solleva, sono dunque infinitesimali, ma l´evidenza dei particolari, e delle straordinarie coincidenze che convergono in tutta la vicenda, si impone in modo tale che non è possibile ignorarla.
Non sarebbe corretto pensare che, per un ebreo dell'epoca, l'essere figlio di un soldato romano comportasse necessariamente qualcosa di negativo. Nei vangeli non c'è una sola parola contro l'esercito d´occupazione, anche perchè all'epoca in cui vennero scritti non era certamente consigliabile. Comunque, Giovanni Battista aveva seguaci fra i soldati (Luca 3, 14) e alcuni di loro furono tra i primi fedeli di Gesù. Di un centurione romano a Cafarnao, Cristo dice: «lo vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande» (Luca 7, 9). Ed è un centurione romano che alla sua morte esclama: «Davvero quest´uomo era figlio di Dio» (Marco 15, 39). Alcuni studiosi che attribuiscono un valore storico alla tradizione di un Gesù "figlio di Pantera" hanno suggerito che, forse, Maria fu violentata da un soldato dell´esercito romano. Se si considerano i tempi oscuri e le circostanze turbolente, una possibilità del genere esiste. Ma per quanto una simile ipotesi possa suonare sconvolgente, alcuni trovano in questo scenario drammatico qualcosa che impone un profondo rispetto, un´ accettazione totale e un amore incondizionato, non solo da parte della madre, Maria, ma anche da parte del padre adottivo, Giuseppe. Qualcosa che alla nostra sensibilità moderna parla forse di più di una nascita sovrannaturale.

Un´altra ipotesi potrebbe essere quella che Maria sia rimasta incinta in una relazione da lei scelta. Poiché non sappiamo niente della gravidanza di Maria, ne della sua relazione con il padre vero di Gesù, fosse o no questi un legionario, non c'è alcuna ragione di supporre qualcosa di sinistro. Non conosciamo alcun dettaglio delle circostanze che portarono al fidanzamento di Maria con Giuseppe. Lei era consenziente a un matrimonio combinato con un uomo anziano? Aveva avuto una relazione precedente? Abbiamo visto che Abdes Pantera, il militare sepolto in Germania, è stato coetaneo di Maria all' epoca della nascita.

Non dovremmo irrigidirci in supposizioni negative appena sentiamo parlare di "soldato romano". I nemici di Gesù fecero di tutto per infangarlo e usarono senza scrupolo termini ingiuriosi come "adulterio" e "prostituta". Non c'è motivo di appoggiare le loro presunzioni di colpa.Quando si tratta di scandali familiari, ragazze madri, fidanzamenti infranti, il pettegolezzo di strada di un villaggio di campagna in Galilea è l'ultimo posto in cui cercare informazioni oggettive.

La casa del mistero
C'è un ultimo tassello. È uno degli episodi più strani riferiti da Marco nel suo vangelo, che è stato scritto, prima degli altri. E che chiama sempre Gesù "figlio di Maria" e non menziona mai Giuseppe, ne le circostanze della nascita.
Marco riferisce bruscamente di un misterioso viaggio-parallelo compiuto da Gesù durante la sua predicazione nelle terre circostanti Genezaret.
"Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non potè restare nascosto." (Marco 7, 24)
Ci viene detto anche che quando da Tiro fece ritorno in Galilea, Gesù passò per Sidone (Marco 7, 31), percorrendo dunque un giro vizioso, una strada che non è certo la più diretta. Nessuno ha mai spiegato questo strano viaggio.
Luca non ha alcuna idea di che cosa fame, quando attinge al vangelo di Marco, e nel suo racconto lo lascia cadere.
Matteo lo riporta, ma cancella la parte in cui Gesù entra in una casa di nascosto e elimina i dettagli del ritorno attraverso Sidone (Matteo 15, 21-29).
Forse quelle notizie erano per lui irrilevanti o forse voleva evitare che i lettori si chiedessero per quale motivo Gesù avesse lasciato improvvisamente la Galilea e si fosse diretto verso Sidone (che è la città di Abdes Pantera). E di chi è la casa del mistero?
È anche degno di nota il fatto che Gesù elogi costantemente Tiro e Sidone, che non sono città ebraiche, perchè potenzialmente più aperte alla sua parola (Luca 10, 14). È possibile o verosimile che questi fatti siano connessi? Sembra che il modo brusco col quale viene trattato l'episodio lasci intendere qualcosa di più. Sono convinto che la stele funeraria in Germania gettino nuova luce sulla intera vicenda della famiglia di Gesù. a scoprire. Quelli citati nei vangeli erano esseri umani concreti. Vissero e morirono in un passato che fino a poco tempo fa era immerso nella luce della leggenda. Apparivano lontani e sovrannaturali, ma ora ci sono sempre più vicini e accessibili nella loro realtà fisica. Non sopra di noi, ma fra noi, come noi.