YESHU BEN PANTERA

pantera

(Tratto dal sito Antikitera.net)
"Lavorare su un´ipotesi non ha mai costituito una infrazione teologica" affermazione di uno dei più illuminati custodi e garanti della fede, il cardinale Bellarmino, in difesa, contro il Santo Uffizio, dell´ipotesi eliocentrica di Galileo.
Tutti i cattolici conoscono la figura di Gesù e la sua discendenza Divina, è pilastro del Cristianesimo, è dogma, nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma noi siamo poco più di un miliardo di persone, gli altri, gli altri cosa pensano?
Senza andare troppo lontano, pensiamo gli Ebrei, i nostri teologicamente fratelli maggiori; cosa dicono?
Si perchè Gesù è nato ebreo è vissuto da ebreo ed è morto da ebreo, cosa pensano loro di questo?
Secondo una storia ebrea molto diffusa, Gesù era il figlio illegittimo di un soldato romano denominato Pantera o Panthera. Ma il nome era insolito e si liquidava come frutto d´immaginazione.
È interessante notare che un filosofo greco che si chiamava Celsus (da non essere confuso con Aulus Cornelius Celsus, il medico romano che ha scritto l'enciclopedia medica De Medicina), scrive intorno al 178 (durante il regno dell'imperatore romano Marcus Aurelius), un trattato contro i cristiani denominato Alethès Lógos e sostiene che il padre di Gesù di Nazaraeth era in effetti un soldato romano chiamato Pantera. Celsus, criticava il Cristianesimo come minaccia e pericolo della società romana.
Nessuno degli scritti originali del Celsus sono sopravvissuto intatti, i seguenti passaggi da Alethès Lógos sono citati dal teologo cristiano Origene del terzo secolo nel suo lavoro del otto volume "Contra Celsum" o Katà Kélsou allo scopo di confutare le idee di Celsus. Una copia di Alethès Lógos era stata trovata da Ambrosius ed era stata trasmessa al suo amico Origene con una richiesta di confutarla.
"T'inventasti la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario da un villaggio della Giudea e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli egiziani vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l'aveva chiesta in moglie, perché convinta di adulterio e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera. Ma l'invenzione della nascita da una vergine e' simile alle favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope. Ma era forse una bella donna tua madre e, appunto perché bella, a lei si unì Dio, che pur non e' naturalmente portato ad amare un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile che Dio si fosse innamorato di lei. Ella non era donna di condizione ricca o regale, dal momento che nessuno la conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza ne' il Verbo della Persuasione. Tutto questo, dunque, non ha nulla a che vedere col regno di Dio."
Iniziamo anche ad analizziamo la genealogia ufficiale di Gesù, anzi le genealogie visto che sono due e anche diverse:
La genealogia di Matteo e quella di Luca

Genealogia Secondo Matteo
[1]Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
[2]Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli,
[3]Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram,
[4]Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmòn,
[5]Salmòn generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse,
[6]Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa,
[7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asàf,
[8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia,
[9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia,
[10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia,
[11]Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
[12]Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle,
[13]Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim generò Azor,
[14]Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd,
[15]Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe
[16]Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
[17]La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.

La genealogia di Matteo parte da Abramo ed arriva fino a Giuseppe sposo di Maria, ma in essa vi è un particolare unico a inaspettato. Tutti gli alberi genealogici del tempo erano basati unicamente sulla discendenza maschile. Era il padre a dare il nome alla casata: anche oggi non si fa diversamente, in particolare nelle famiglie reali. Ma nell´elenco di Matteo troviamo citate quattro donne, questo è un fatto del tutto nuovo, fuori dalle regole e usanze del tempo.
"Giuda generò Fares e Zara da Tamar"
"Salmòn generò Booz da Racab"
"Booz generò Obed da Rut"
"Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa"
Tamar, Racab, Rut sono nomi di donna. Della moglie adultera di Urìa, Matteo ne censura perfino il nome.
Ma il particolare ancora più sorprendente è che ognuna di queste donne era una straniera, citata nell' Antico Testamento per la sua scandalosa reputazione sessuale.
Tamar (Tamara) era una vedova che nel disperato desiderio di avere un figlio si era fatta mettere incinta ricorrendo a uno stratagemma. Aveva finto di essere una prostituta da strada e aveva sedotto il proprio suocero. Racab (o Raab) è stata indicata come taverniera o "meretrice".
Rut era una moabita, condizione assai riprovevole agli occhi degli ebrei, tanto che era loro vietato qualsiasi rapporto con donne di quella nazione per la loro fama di pericolose tentatrici. Ma Booz fu indotto a infrangere il divieto con un inganno: Rut lo ubriacò e poi si infilò nel suo letto, costringendolo a sposarla.
La moglie di Uria, il nome della quale non viene nemmeno citato da Matteo, è la scostumata Betsabea, della quale Davide si era perdutamente invaghito, vedendola dalla terrazza della reggia, mentre, tutta sola nella sua casa, si metteva in mostra denudandosi per il bagno.
David per averla in modo legale, pensò bene di spedirne il marito Uria a combattere gli Ammoniti e ordinò che fosse messo in prima fila, e naturalmente Urìa fu ucciso.
Così Davide ebbe via libera e la donna rimase incinta, mescolando il lui la gloria al disonore. Tuttavia Matteo, anche senza fame il nome, la inserisce nella venerata stirpe reale di Davide.
Anzi, è lei che la apre, dando alla luce Salomone.
Qui siamo di fronte a qualcosa di molto importante. L'evangelista ha voluto devastare il modo usuale di riportare gli alberi genealogici, che si limitava alla sola linea maschile, per infilarci un riferimento a donne e solo a quelle che gli ebrei conoscevano benissimo per la loro pessima fama, donne che la Bibbia cita per la loro attività sessuale, che suscitavano scandalo, e che non si addicono alla genealogia ufficiale di una casa reale e che soprattutto non c'era alcun bisogno che Matteo le inserisse nell' elenco.
Ma perché l´ha fatto?
Se l'ha fatto e che l'evangelista prepara il lettore a quello che verrà:
Alla fine dell'elenco dei quaranta nomi, proprio all'ultimo, il pilastro della parentela crolla "Giacobbe generò Giuseppe, sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo".
Per trentanove volte Matteo usa l'espressione "generò da": una forma attiva con soggetto maschile. Alla quarantesima, quando arriva a Giuseppe, usa lo stesso verbo, ma in forma passiva, con un agente femminile: "dalla quale è stato generato".
In questo modo una quinta donna viene introdotta nella lista: Maria stessa. E bisogna evidenziarlo bene, perchè questo è l'albero genealogico di Giuseppe, non di Maria.
Allora perchè viene inserito anche il nome di lei?
Sembra proprio che Matteo volesse mettere tacitamente in guardia i lettori, troppo bigotti o troppo pronti a sputare sentenze, dal saltare a determinate conclusioni. Nella genealogia più venerata da
quella cultura, la stirpe reale dello stesso Davide, ci sono storie di immoralità sessuale che l'evangelista vuole che siano accettate.
C'è un'altra caratteristica di questa stirpe di Giuseppe che ha una importanza decisiva: sul ramo davidico di Giuseppe, che pure aveva espresso tutti gli antichi sovrani di Giuda, pesava la maledizione del profeta Geremia. Nel periodo che precedette la distruzione di Gerusalemme da parte dei babilonesi, nel 538 a.c., Geremia aveva alzato la sua terribile voce di condanna su Ieconia, l'ultimo della stirpe di Davide a regnare: "Registrate quest'uomo come uno senza figli, un uomo che non ha successo nella sua vita, perché nessuno della sua stirpe avrà la fortuna di sedere sul trono di Davide ne di regnare ancora su Giuda» (Geremia 22, 30).
Era come se Geremia avesse dichiarato che il patto stretto da Dio con Davide era stato annullato.
Giuseppe era un discendente in linea diretta da questo disonorato Ieconia
Gesù, entrava nell'albero genealogico di Giuseppe come figlio adottivo. Non era stato generato da Giuseppe, non scorreva nelle sue vene il sangue del maledetto Ieconia.
Ma cosi cadeva la potenziale pretesa al trono davidico.
Si doveva dimostrare che egli fosse comunque stato erede biologico di un altro ramo della stirpe davidica
Ma quanti erano i rami della famiglia di Davide? La risposta ci viene dal vangelo di Luca.

Genealogia di Gesù secondo Luca

 [23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent'anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli,
24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe,
[25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài,
[26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda,
[27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri,
[28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er,
[29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi,
[30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim,
[31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide,
[32]figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naàsson,
[33]figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda,
[34]figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor,
[35]figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala,
[36]figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamech,
[37]figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret, figlio di Malleèl, figlio di Cainam,
[38]figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio.

Luca fa una ricostruzione della stirpe di Davide che ci offre la chiave mancante per capire come Gesù potesse rivendicare la discendenza anche senza legami biologici con il padre Giuseppe.

Matteo aveva cominciato con Abramo per finire con Giuseppe e, invece, Luca procede a ritroso, comincia con Gesù e finisce addirittura con Adamo. Invece dei quaranta nomi di Matteo, ne fa settantatrè.
In questo elenco, ci sono alcuni elementi che colpiscono. Il primo è la sorprendente attribuzione a Gesù di un nonno, che per Luca è il padre di Giuseppe e che invece potrebbe essere il padre di Maria. L'evangelista scrive: "Gesù, quando incominciò il suo ministero, aveva circa trerit´anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli" (Luca 3, 23). Quello che salta subito agli occhi è l'inciso "come si credeva". Luca ci sta dicendo due cose: che Giuseppe era solo il padre legale di Gesù e che Gesù aveva un nonno di nome Eli. Ma, secondo Matteo, il padre di Giuseppe si chiamava Giacobbe. Chi era dunque questo Eli? Forse era il padre legale di Giuseppe in base alla legge del levi rato, l'istituzione sociale prevista dall'antico diritto ebraico, secondo la quale la vedova senza figli veniva presa in sposa dal fratello del defunto e gli eventuali figli erano considerati figli del defunto. O forse era il padre di Maria, che si chiamava Gioacchino. Eli infatti è una forma breve del nome Eliakim, che è a sua volta una forma del nome Gioacchino. Dato che le genealogie erano importantissime sia per gli Ebrei che per i primi, è possibile che Luca abbia avuto a disposizione uno di quei documenti e, poiché era normale per lui attenersi alla consuetudine di includere solo maschi nelle genealogie, abbia trovato quel nome di Elia come nonno di Gesù e l'abbia ritenuto il padre di Giuseppe.

Si parla poco dei nonni di Gesù ma, ovviamente, Gesù aveva due nonni, uno da parte di Giuseppe e uno da parte di Maria. Due nonni significano due alberi genealogici separati. Quello che abbiamo in Luca (3, 23-28) è quasi certamente l'altro lato della famiglia di Gesù, delineato attraverso la reale discendenza dalla madre Maria. E infatti l'elenco di avi da lui registrato non corrisponde affatto a quella registrata da Matteo.

Per il semplice motivo che è un altro elenco.

Le famiglie ebree erano piuttosto attente a mantenere la memoria del loro albero genealogico: Ne erano fiere. A maggior ragione dovevano comportarsi così anche i discendenti della stirpe davidica. Giuseppe Flavio, lo storico ebreo di quel periodo, traccia la propria genealogia sacerdotale con palese orgoglio e menziona documenti d'archivio che egli stesso ha consultato. Giulio Aficano, uno scrittore giudeo-cristiano vissuto nel III secolo d.C., riferisce che, da quando Erode e i suoi successori avevano cercato di distruggere le documentazioni genealogiche pubbliche, le principali famiglie ebree avevano preso l'abitudine di custodirle gelosamente in privato.

E Giuseppe Flavio rileva, in particolare, che era proprio una caratteristica dei discendenti di Gesù conservare nella clandestinità il loro albero genealogico. Dato che la discendenza di Gesù da Davide era così importante per i primi cristiani, è probabile che Luca abbia avuto a disposizione uno di quei documenti.

La ricostruzione di Luca rivela una informazione importante. Maria apparteneva come il suo sposo Giuseppe alla stirpe di Davide, ma c'era una differenza decisiva, perché lei discendeva da Davide non attraverso la stirpe maledetta che da Salomone arrivava a Ieconia, ma attraverso la discendenza di un altro dei figli di Davide e della sua prediletta Betsabea, Natam, fratello di Salomone (Luca 3, 31).

Natam non salì mai sul trono del padre e di conseguenza la sua genealogia rimase oscura. Lui è citato nell' elenco biblico, i suoi discendenti no, a differenza di quelli di Salomone.

Così secondo Luca, Gesù avrebbe potuto rivendicare la sua discendenza da David per parte di madre. Non per adozione ma per sangue.

Sefforis la città misteriosa
Secondo la tradizione, Maria non era di Nazareth, era nata a Sefforis, primogenita di una anziana coppia, Anna e Gioacchino, intorno al 18 a.c. e solo in un secondo tempo si era trasferita a Nazareth.
Sefforis è in quel periodo la capitale amministrativa della Galilea, è a solo pochi chilometri da Nazaret, anzi è ben visibile da Nazaret essendo situata su una collina, inoltre vi era nata Maria, e lo stesso, non viene mai citata nei Vangeli.
Pertanto andiamo a vedere cosa possiamo sapere della Sefforis nel periodo romano.
Sefforis, chiamata con vari nomi a seconda del momento storico (Autocratoris, Neronia, Eirenopolis, Diocaesarea, Zippori, Saffurieh), era una grande città di epoca romana-bizantina, situata al centro della Bassa Galilea, cinque km a ovest di Nazareth. 
 Fu anche capitale amministrativa della Galilea al tempo di Erode Antipa, quindi negli anni in cui Gesù fanciullo cresceva a Nazareth. Era abitata da una comunità di ebrei già al tempo di Alessandro Janneo, verso il 100 a.C. Pochi anni dopo, nel 56-57 a.C. il proconsole di Siria, Gabinio, assegnava a Sefforis la sede di un Sinedrio, vale a dire il consiglio del governo interno alla comunità giudaica, e quindi riconosceva il carattere giudaico della città. Negli anni 3-18 d.C. il Tetrarca di Galilea Erode Antipa la eleggeva a sua capitale, prima di trasferirla alla nuova città di Tiberiade. Verso l'anno 200 d.C. Rabbi Yuda Hannassi completò la Mishnah residendo a Sefforis. Sefforis fu abitata anche in epoca bizantina (4º-7º secolo d.C.) da una fiorente comunità giudaica.
Le fonti rabbiniche ci informano che a Sefforis esistevano 18 sinagoghe in epoca bizantina o talmudica.
Ma la situazione diventa più interessate se analizziamo in dettaglio il periodo a cavallo dell´anno zero.
Nel 63 a.C. le armate romane, sotto il comando di Pompeo, conquistano la Palestina, nel 55 a.C. il governatore della Siria Gabino fa di Sefforis la capitale regionale della Galilea. Nel 37 a.C., durante una tempesta di neve, Erode si impossessa della città. Durante le rivolte che scoppiarono dopo la morte di Erode nel 4 a.C. un uomo, conosciuto con il nome di Giuda il GaliIeo, fa irruzione nel palazzo reale di Sefforis. Lui e i suoi seguaci si impadroniscono delle armi che erano accatastate lì e misero a ferro e a fuoco la Galilea. Sacche di resistenza e focolai di rivolta si estesero in tutto il Paese. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, che visse pochi decenni dopo, scrisse che quei tempi erano così turbolenti che "qualsiasi capo di una banda di ribelli poteva auto proclamarsi re".
I romani reagirono con la consueta rapidità e con la loro solita forza schiacciante: il governatore della Siria, il vanitoso Publio Quintilio Varo, quello stesso che tredici anni dopo avrebbe provocato, per la sua cieca imprudenza, la sconfitta più decisiva della storia di Roma, trovando lui stesso tragica morte nella foresta di Teutoburgo, guidò dalla Siria le sue tre legioni per soffocare brutalmente l'opposizione al dominio romano. Si riversò con ventimila soldati dal Nord del Paese, rase al suolo Sefforis, incendiandola, e costrinse alla schiavitù i superstiti suoi abitanti, come punizione esemplare per aver preso parte all'insurrezione. Varo fece una retata di ribelli in tutto il Paese e mise a morte per crocifissione duemila uomini che avevano partecipato alla sommossa. Il trauma, che segnò per sempre la Galilea, deve essere stato spaventoso: centinaia di uomini furono inchiodati alle croci poste a regolari intervalli lungo tutte le principali vie di comunicazione o sui fianchi delle colline, a monito per tutti coloro che passavano di là.
Al tempo della rivolta e della brutale repressione, Maria, doveva avere 14 o 15 anni ed era dunque già considerata una donna, tanto da venire promessa in sposa a un artigiano di Nazareth chiamato Giuseppe. Fu proprio in quel tempo che lei si trovò in difficoltà: rimase incinta e il padre non era Giuseppe.
Proviamo a immaginare lo scalpore che deve aver suscitato la gravidanza di Maria in un villaggio piccolo come Nazareth.
Dire che le male lingue abbiano spettegolato senza requie sarebbe attenuare la cosa. Entrambe le famiglie erano ben conosciute. Le abitazioni erano contigue e i figli sposati spesso vivevano in spazi annessi alla dimora principale dei genitori, con il cortile in comune. La vita del villaggio era fortemente interdipendente da un punto di vista economico e sociale, .A Nazareth non potevano esistere molti segreti.
Giuseppe aveva un problema serio, una situazione nella quale nessun uomo vorrebbe mai trovarsi: era fidanzato con Maria, le loro famiglie avevano dato il consenso al matrimonio, ma questa futura sposa «si trovò incinta» prima del matrimonio.
Era stato Giuseppe a scoprire che Maria aspettava un bambino, poiché il vangelo di Matteo ci dice che era deciso a lasciarla, ma mettendo le cose a tacere, per non esporla al pubblico ludibrio. Forse pensò di aiutarla ad allontanarsi dal villaggio per dare alla luce il bambino in segreto. Una cosa era certa: non era lui il padre del futuro bambino.
Con o senza il suo aiuto, Maria lasciò precipitosamente la cittadina e si diresse a sud, verso un altro piccolo villaggio, Ein Karim, a più di sei chilometri a ovest di Gerusalemme, nella collinosa campagna della Giudea. Maria rimase là per tre mesi insieme a dei parenti, una coppia da lungo tempo sposata, Elisabetta e Zaccaria. A quel tempo, anche Elisabetta era in attesa – al sesto mese – del bambino che conosciamo col nome di Giovanni Battista. Non sappiamo quali legami parentali esistessero fra Maria ed Elisabetta, se fossero cugine, o forse nipote e zia, ma date le circostanze, le due famiglie erano, con ogni probabilità, molto intime. E questo significa che Gesù e Giovanni Battista erano anch'essi parenti.
Dopo la nascita del figlio a Betlemme, la coppia fece un lento ritorno a Nazareth, proprio quando si era da poco compiuto il massacro e la città di Sefforis era ancora avvolta da una nube che stentava a diradarsi: le rovine fumavano e nell´aria ristagnava ancora l´odore della morte.
Giuseppe, che camminava a fianco dell' asino sul quale era seduta Maria con Gesù fra le braccia, vide da lontano le spirali di fumo che si alzavano dalle rovine e poi, sulle pendici della collina, nere contro il sole, le croci. Una lunga fila di morti appesi lungo la strada. Certamente Giuseppe disse a Maria di non guardare. Ma lei le vide e rabbrividì. Anche il bambino vide.
Se si pensa alla storia di Sefforis, se si cerca di rivederla con gli occhi di Giuseppe e Maria, allora il racconto del "Natale di Gesù" va inquadrato in una serie di nuove immagini: il mondo in cui nasce il Cristo è un tragico palcoscenico di corpi in via di putrefazione inchiodati alle croci, con la città in fiamme e migliaia di cittadini uccisi o condotti schiavi in terre lontane. Il futuro di quella famiglia, e di quel piccolo che essa portava, appariva davvero incerto e difficile.
E sopratutto il serio problema rimaneva: Gesù era figlio di padre ignoto
Ritornare in quel di Nazarethm non doveva essere il massimo per una famiglia in quella situazione.
Figlio di padre ignoto
Dire che le male lingue abbiano continuato per anni a spettegolare senza ritegno sia molto, molto vicino alla realtà.
Questo si può dedurre anche dal Vangelo di Giovanni che riporta la disputata Gesù con dei farisei; lo scontro si altera fino a che uno do loro grida: "Noi non siamo nati da prostituzione"(Giovanni, 8; 41) quasi a sottintendere "come invece sei tu". Un vero colpo basso, un manifesto tentativo di minare la reputazione di Gesù con una diceria che riguarda la sua nascita illegittima.

In un testo cristiano del IV secolo, che forse risale al II, detto Atti di Pilato, si fa il resoconto del processo. Una delle accuse mosse a Gesù è: "tu sei nato da adulterio". Nessuno se la sente di assumere il testo come documento storico del processo davanti a Pilato e tuttavia questa è una testimonianza di quanto quella vecchia maldicenza fosse dura a morire.
In un passaggio di Giovanni chiaramente preso dal vangelo di Marco, ricompare l'ombra di un'allusione a qualcosa di irregolare: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre» (Giovanni 6, 42).
Che bisogna c'era, dopo che Gesù era stato definito il figlio di Giuseppe, di aggiungere "di lui conosciamo il padre"
Tutto dunque sembra alludere su una verità che a quell'epoca dovevaessere sconcertante. L'accusa di illegittimità
Accusa non è circoscritta ai soli vangeli canonici. Un altro vangelo, il cosiddetto "Vangelo di Tommaso", scoperto nel dicembre 1945 a Nag Hammadi, lungo l'alto corso del Nilo, in Egitto, da contadini che stavano dissodando il terreno ec he è forse il documento più prezioso sulla vita dei primi cristiani, che sia stato ritrovato. Contiene 114 detti di Gesù. Nel detto 105, Gesù dice stranamente ai suoi discepoli:
"Chi conosce suo padre e sua madre sarà chiamato figlio di prostituta"
In questo detto non c'è solo un'eco della turpe nomea che Gesù dovette affrontare per tutta la vita. C'è un rifiuto dell' accusa. Si sottintende anche che Gesù sapesse chi era suo padre. Il suo modo di parlare non fa pensare che alludesse a Dio.
E allora, se il padre non era Giuseppe, chi poteva essere? Se dovessimo riempire un certificato di nascita per Gesù dovremmo scrivere "di padre ignoto". Tuttavia una voce circola piuttosto presto, e c´è anche un nome:Pantera.

Il mistero di Pantera
La prima versione della storia di Pantera ci viene dal fiosofo greco Celso, in un testo del 178 d.C. intitolato Sulla vera dottrina. È uno scritto molto polemico con i cristiani, tanto che uno dei padri della Chiesa, Origene, senti il bisogno di scrivere un poderoso trattato per confutarlo. Origene fu però molto onesto, perché riportò punto per punto le tesi di Celso. Lui stesso poi cadde in disgrazia per certe sue affermazioni sulla reincarnazione delle anime, condannate dal concilio di Costantinopoli del 553. Celso riferì una maldicenza che circolava negli ambienti ebraici: Maria «era rimasta incinta di un soldato romano chiamato Pantera ed era stata cacciata dal marito come adultera» Il nome appare anche in documenti precedenti. Il rabbino Eliezer ben Ircano, che visse alla fine del I secolo, parla di insegnamenti a lui stesso impartiti «nel nome di Gesù, figlio di Pantera» da Giacobbe di Sikhnin, della città di Sefforis. Questo Giacobbe è stato identificato come nipote di Giuda, il fratello minore di Gesù. C´è anche una disputa, in quel tempo, fra rabbini, che coinvolge Giacobbe, se ciò sia lecito o no guarire dai morsi di serpente «nel nome di Gesù, figlio di Pantera». Queste antiche fonti non ci dicono niente sui motivi per i quali Cristo veniva designato cosi e nemmeno identificano Pantera come un soldato romano. Però dimostrano come questo nome circolasse in Galilea piuttosto presto e venisse usato allo scopo di identificare Gesù, non di calunniarlo. Nel mondo ebraico, quando si vuole identificare una persona, se ne cita il nome, seguito da quello del padre.
Non ci sono dubbi su questa designazione di Gesù, perché studiosi tardo-cristiani si sono sentiti in dovere di asserire che Pantera era un termine ingiurioso, derivato da un gioco di parole sul sostantivo greco portbenos che significa "vergine"; altri ancora hanno suggerito che Gesù venisse diffamato come "figlio di una pantera" in riferimento alla natura selvaggia e lasciva del presunto padre. Sembrano argomentazioni piuttosto stravaganti, essendo evidente che quanto riferito dai rabbini in precedenza non era ispirato da alcuna polemica. Anche Epifanio, un cristiano ortodosso del IV secolo, attribuisce un certo grado di veridicità alla tradizione di "Gesù figlio di Pantera" e la spiega col fatto, riferito solo da lui, che Giuseppe era conosciuto come Giacomo Pantera.
Ancora nell'VIII secolo saltano fuori, in modo insolito, tentativi simili: Giovanni di Damasco, padre della Chiesa greca e santo, asserisce che era il bisnonno di Maria a chiamarsi Pantera. È evidente che quel nome continuava a turbare le coscienze cristiane e questo dimostra, come minimo, che la voce aveva una certa consistenza, non poteva essere semplicemente accantonata come un artificio malizioso degli oppositori giudei. I solerti difensori della legittimità di Cristo non potevano certo immaginare che dopo più di mille anni le ricerche storiche avrebbero bollato le loro rivelazioni come pietose bugie escogitate a fin di bene.
Ora gli archeologi hanno scoperto che Pantera è un nome greco presente in numerose iscrizioni latine dell´epoca, specialmente come soprannome di giovani arruolati nelle legioni. Furono i soldati romani a portare quel nome in Palestina. Prima non c´era. Di una cosa possiamo essere sicuri: non è un termine inventato per calunniare.
Ma di Pantera cosa si sapeva, cosa si aveva?.
Praticamente -nulla-
Per una sorte capricciosa che guida i passi della storia, in una località lontana e che aveva nulla a che vedere con la Palestina, in Germania nel 1906, lo storico tedesco Adolf Deissmann pubblicò un breve articolo intitolato Der Name Pantera ed espose dettagliatamente le varie iscrizioni nelle quali quel nome era apparso nel I secolo d.C.
Egli dimostrò una volta per tutte che quell´epiteto aveva una certa diffusione nell´esercito. Era un´abitudine del tempo, ma bisogna dire che prendere un nome di battaglia, in particolare di felini e di rapaci, è ancora una costante nei reparti speciali di combattenti.
Risaltava, in particolare, un esempio da lui citato. Nel cimitero romano di Bingerbriick, a venti chilometri circa a nord di Bad Kreuznach, una cittadina a un´ora di treno da Francoforte, dove il fiume Nahe confluisce, da sinistra, nel Reno, era stata trovata una pietra tombale con inciso il nome di un certo Tiberius Jiulius Abdes Pantera
Deissmann allegava al suo testo anche una foto, che mostra la figura scolpita di un legionario romano con la testa e il collo fratturati e una iscrizione latina ben conservata ai suoi piedi. La traduzione letterale è questa:
Tiberio Giulio Abdes Pantera di Sidone, anni 62 soldato con 40 anni di servizio nella prima coorte di arcieri giace qui.
Deissmann notò che Abdes Pantera era nato nell´ antica Sidone, l´attuale Sayda, una città costiera del Libano meridionale, a nord di Tiro, lontana meno di settanta chilometri da Sefforis.

Su quella pietra tombale si trovano riferimenti sparsi in vari libri. Tutti gli storici si limitano a citare l'articolo di Deissmann, scritto cento anni fa. Ma nessun l´ha realmente studiata.
C´era da chiedersi se quella lapide non fosse andata perduta nelle turbinose vicende di due guerre mondiali per cui era passata. Ma per fortuna è bastato guardare su internet e quel piccolo museo di Bad Kreuznach, menzionato da Deissmann nel 1906, esiste ancora.
A Bad Kreuznach, vi è effettivamente un museo di antichità romane, chiamato Römerhalle.
Che la tomba di Tiberio Giulio Abdes Pantera fosse fra quelle?
Si, infatti, c'è. Non soltanto quella lapide, ma altre nove, e tutte di legionari romani, erano in mostra, esposte al pubblico.
Le avevano scoperte nella stessa località, durante gli scavi per la costruzione della stazione ferroviaria di Bingerbriick, tra il 1859 e il 1861. Erano state diligentemente collezionate dalla associazione storica locale con le note relative al ritrovamento di ciascuna e poi esposte nel vecchio museo civico. Ora erano nella Römerhalle. Non solo; ma si ha informazioni che nascosta fra dozzine di vecchie tele, in un ripostiglio, c'è una copia ben conservata dell´originale dipinto a olio eseguito nel 1860 durante i lavori di recupero, a disposizione dei futuri ricercatori.
E´ qualcosa di sconvolgente, e non occorre essere un archeologo per capirlo; c´è la una possibilità, per quantoremota, di trovarsi di fronte a un´ autentica reliquia della famiglia di Cristo. Un´ipotesi del tutto inverosimile, ma nell'archeologia accadono le cose più strane e inaspettate.
Tiberio Giulio Abdes Pantera aveva o no a che fare con quanto era tramandato su Gesù "figlio di Pantera".
Ai tempi dell´impero di Roma, Bad Kreuznach era un campo fortificato di frontiera. In tutta la campagna circostante affiorano antiche rovine. Quello era per i romani il Vietnam o Iraq di oggi. Un numero impressionante di legionari furono trasferiti dai Paesi caldi sparsi intorno al Mediterraneo alle terre fredde del Nord, nei remoti avamposti intorno al corso del Reno, fra immense foreste immerse nella nebbia. Quelli che sopravvissero alle battaglie e alla guerriglia vissero qui, anche quando l'età avanzata gli permetteva di prestare un servizio ridotto. Qui morirono e qui furono sepolti.
La possibile associazione di questo soldato romano con la tradizione collegata al padre di Gesù non poteva essere sommariamente respinta in nome della pietà e della fede. Qualsiasi fosse il loro significato, tutti i fatti di una qualche rilevanza dovevano essere esposti ed esaminati con cura.
Tre lapidi, compresa quella di Pantera, furono scoperte tra il 19 e il 20 ottobre 1859 a poco più di duecento metri dall´attuale corso del Nahe, e portate alla luce in un secondo tempo.
Nella lapide si legge il soprannome – Pantera -, i nomi acquisiti – Tiberio Giulio – e il nome di origine – Abdes. I nomi acquisiti indicano che Pantera non era romano di nascita. Gli erano stati dati evidentemente in onore dei due imperatori che aveva servito. All´ epoca di Tiberio era possibile ottenere la cittadinanza romana anche a un provinciale, dopo un certo periodo trascorso nell´esercito. La ferma durava venticinque anni. Ma Pantera vi, restò per quaranta, dall´arruolamento, avvenuto a 22 anni, fino alla morte a 62. Poiché Tiberio diventò imperatore nel 14 d.C. e morì nel 37, è probabile che Pantera sia morto poco dopo, presumibilmente per cause naturali.

Il nome Abdes è molto interessante. È una versione latinizzata dell´aramaico ebed che significa "servo di Dio" e indica che le origini di Pantera erano semitiche, o perfino giudaiche, per nascita o per conversione, oppure perché membro di una famiglia cosi collaterale al giudaismo da dargli quel nome. Il soprannome Pantera è greco, anche se qui appare in una iscrizione latina.
Nel 1891, l´archeologo francese Clermont Ganneau ha scoperto che in una tomba ebraica del I secolo d.C., sulla strada di Nablus, a nord della Città Vecchia di Gerusalemme, c´era un ossario con il nome Pentheros in greco e accanto quello del figlio, Josepos. Le sepolture indicano senza possibilità di equivoci che i due erano giudei e questo ci dà la prova definitiva che al tempo di Gesù, il soprannome di Pantera poteva essere usato anche dai giudei.
Abdes Pantera era di Sidone, oggi Sayda, che non è lontana da Sefforis. Sappiamo che la prima coorte di arcieri, nella quale militava, proveniva dalla Palestina, era giunta dalla Dalmazia nel 6 d.C., ed era stata trasferita alla confluenza del Reno e del Nahe nel 9 d.C., l´anno del disastro di Teutoburgo nel quale furono distrutte le legioni di Publio Quintilio Varo, già governatore della Siria. Da allora, i romani mantennero avamposti permanenti in Germania e il cimitero di Bingerbriick ci fornisce la prova che i veterani trascorrevano gli ultimi anni in servizio ridotto sulla frontiera. Non c´è dunque da stupirsi che Abdes Pantera sia stato sepolto lì. Le altre nove lapidi funerarie sembrano risalire dalla metà al tardo I secolo. Lo testimoniano le monete ritrovate accanto, lo stile delle lapidi, il contenuto delle iscrizioni il dipinto del 1860 sulla scoperta mostra chiaramente che furono riportate alla luce anche le urne con le ceneri e le ossa dei defunti, ma i documenti dicono che gran parte furono distrutte durante gli scavi e una sola rimase intatta. Non è stato ancora possibile ritrovarla. Sarebbe veramente miracoloso se il destino avesse voluto salvare proprio i resti di Abdes Pantera. Forse il tempo ce lo dirà.
Che cosa concludere? Abdes Pantera era di Sidone. Forse era ebreo. Si arruolò nell' esercito romano. Rimase in Palestina fino al 6 d.C. Aveva pressappoco l´età di Maria, la madre di Gesù. Abbiamo il nome, la professione, il luogo e il tempo esatti.
Forse tutto è frutto del caso. Non c'è modo di provare alcuna connessione con la paternità del Cristo.
Le possibilità, che il tarlo del dubbio solleva, sono dunque infinitesimali, ma l´evidenza dei particolari, e delle straordinarie coincidenze che convergono in tutta la vicenda, si impone in modo tale che non è possibile ignorarla.
Non sarebbe corretto pensare che, per un ebreo dell'epoca, l'essere figlio di un soldato romano comportasse necessariamente qualcosa di negativo. Nei vangeli non c'è una sola parola contro l'esercito d´occupazione, anche perchè all'epoca in cui vennero scritti non era certamente consigliabile. Comunque, Giovanni Battista aveva seguaci fra i soldati (Luca 3, 14) e alcuni di loro furono tra i primi fedeli di Gesù. Di un centurione romano a Cafarnao, Cristo dice: «lo vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande» (Luca 7, 9). Ed è un centurione romano che alla sua morte esclama: «Davvero quest´uomo era figlio di Dio» (Marco 15, 39). Alcuni studiosi che attribuiscono un valore storico alla tradizione di un Gesù "figlio di Pantera" hanno suggerito che, forse, Maria fu violentata da un soldato dell´esercito romano. Se si considerano i tempi oscuri e le circostanze turbolente, una possibilità del genere esiste. Ma per quanto una simile ipotesi possa suonare sconvolgente, alcuni trovano in questo scenario drammatico qualcosa che impone un profondo rispetto, un´ accettazione totale e un amore incondizionato, non solo da parte della madre, Maria, ma anche da parte del padre adottivo, Giuseppe. Qualcosa che alla nostra sensibilità moderna parla forse di più di una nascita sovrannaturale.

Un´altra ipotesi potrebbe essere quella che Maria sia rimasta incinta in una relazione da lei scelta. Poiché non sappiamo niente della gravidanza di Maria, ne della sua relazione con il padre vero di Gesù, fosse o no questi un legionario, non c'è alcuna ragione di supporre qualcosa di sinistro. Non conosciamo alcun dettaglio delle circostanze che portarono al fidanzamento di Maria con Giuseppe. Lei era consenziente a un matrimonio combinato con un uomo anziano? Aveva avuto una relazione precedente? Abbiamo visto che Abdes Pantera, il militare sepolto in Germania, è stato coetaneo di Maria all' epoca della nascita.

Non dovremmo irrigidirci in supposizioni negative appena sentiamo parlare di "soldato romano". I nemici di Gesù fecero di tutto per infangarlo e usarono senza scrupolo termini ingiuriosi come "adulterio" e "prostituta". Non c'è motivo di appoggiare le loro presunzioni di colpa.Quando si tratta di scandali familiari, ragazze madri, fidanzamenti infranti, il pettegolezzo di strada di un villaggio di campagna in Galilea è l'ultimo posto in cui cercare informazioni oggettive.

La casa del mistero
C'è un ultimo tassello. È uno degli episodi più strani riferiti da Marco nel suo vangelo, che è stato scritto, prima degli altri. E che chiama sempre Gesù "figlio di Maria" e non menziona mai Giuseppe, ne le circostanze della nascita.
Marco riferisce bruscamente di un misterioso viaggio-parallelo compiuto da Gesù durante la sua predicazione nelle terre circostanti Genezaret.
"Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non potè restare nascosto." (Marco 7, 24)
Ci viene detto anche che quando da Tiro fece ritorno in Galilea, Gesù passò per Sidone (Marco 7, 31), percorrendo dunque un giro vizioso, una strada che non è certo la più diretta. Nessuno ha mai spiegato questo strano viaggio.
Luca non ha alcuna idea di che cosa fame, quando attinge al vangelo di Marco, e nel suo racconto lo lascia cadere.
Matteo lo riporta, ma cancella la parte in cui Gesù entra in una casa di nascosto e elimina i dettagli del ritorno attraverso Sidone (Matteo 15, 21-29).
Forse quelle notizie erano per lui irrilevanti o forse voleva evitare che i lettori si chiedessero per quale motivo Gesù avesse lasciato improvvisamente la Galilea e si fosse diretto verso Sidone (che è la città di Abdes Pantera). E di chi è la casa del mistero?
È anche degno di nota il fatto che Gesù elogi costantemente Tiro e Sidone, che non sono città ebraiche, perchè potenzialmente più aperte alla sua parola (Luca 10, 14). È possibile o verosimile che questi fatti siano connessi? Sembra che il modo brusco col quale viene trattato l'episodio lasci intendere qualcosa di più. Sono convinto che la stele funeraria in Germania gettino nuova luce sulla intera vicenda della famiglia di Gesù. a scoprire. Quelli citati nei vangeli erano esseri umani concreti. Vissero e morirono in un passato che fino a poco tempo fa era immerso nella luce della leggenda. Apparivano lontani e sovrannaturali, ma ora ci sono sempre più vicini e accessibili nella loro realtà fisica. Non sopra di noi, ma fra noi, come noi.

IL PIU' SORDO TRA I SORDI

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Moennikes e io andammo direttamente alle fosse. Nessuno pensò di impedircelo. A questo punto udii provenire da dietro una collinetta di terra vari colpi di fucile in rapida successione. Le persone, scese dai camion, uomini donne e bambini di ogni età, su comando di un SS, che impugnava una frusta o uno scudiscio, dovettero spogliarsi e deporre i propri effetti in luoghi prestabiliti, le scarpe divise dagli abiti e dalla biancheria intima. Il mucchio delle calzature comprendeva, da quel che ho visto, da ottocento a mille paia, e c’erano grandi mucchi di biancheria e di abiti. I deportati si spogliavano senza pianti né grida, se ne stavano raccolti in gruppi per famiglia, baciandosi e dicendosi addio a vicenda, in attesa del cenno di un altro SS che era sceso nella fossa e impugnava del pari una frusta. Durante il quarto d’ora in cui sono rimasto accanto alle fosse, non ho udito nessun lamento o implorazione. C’era per esempio una famiglia di forse otto persone… Un’anziana con i capelli candidi reggeva in braccio un bambino di forse un anno, canticchiandogli qualcosa e facendogli il solletico, e il bambino lanciava gridolini di piacere. Il padre e la madre guardavano la scena con gli occhi imperlati di lacrime; l’uomo teneva la mano di un ragazzino sui dodici anni, parlandogli a voce bassa, e il ragazzo faceva del suo meglio per inghiottire le lacrime. Il padre indicava con il dito il cielo, accarezzava la testa del figlio, sembrava spiegargli qualcosa. A questo punto, lo SS che si era calato nella fossa gridò qualcosa al suo camerata: questi isolò dal resto una ventina di persone e ingiunse loro di recarsi dietro la collinetta di terra. Tra queste si trovava la famiglia di cui ho testé parlato. Mi ricordo perfettamente di una ragazza sottile e coi capelli neri che, passandomi accanto, indicò con un cenno se stessa e disse: ‘Ventitré anni!’. Mi recai a mia volta dietro la collinetta di terra e mi trovai di fronte a un’enorme fossa; in questa le vittime giacevano fittamente ammucchiate l’una sull’altra, tanto che se ne vedevano soltanto le teste, e da tutte il sangue scorreva sulle spalle. Alcuni dei fucilati si muovevano ancora, certuni alzando le braccia e agitando il capo, per mostrare che erano ancora vivi… Volsi lo sguardo all’uomo che provvedeva alle esecuzioni, un SS che se ne stava seduto per terra, sul lato minore della fossa, con le gambe penzoloni in questa, un mitra di traverso sulle ginocchia, intento a fumare una sigaretta. I fucilandi, completamente nudi, scesero nella fossa per una rampa scavata nella parete di fango e, inciampando nelle teste dei caduti, raggiunsero il punto indicato loro dalle SS. Si disposero davanti ai morti o feriti, alcuni di loro facendo una carezza a quelli che erano ancora vivi e dicendo sottovoce qualcosa. A questo punto risuonò una scarica di mitra. Guardai nella fossa e vidi che alcuni dei corpi erano ancora agitati dalle contrazioni agoniche oppure erano già immobili. Dalle nuche ruscellava il sangue”.[*]

Dov'era il tuo dio, Joseph Ratzinger, mentre tutto questo succedeva?

[*]Testimonianza dell'ingegner Hermann Friedrich Grabe su una fucilazione in massa di circa cinquemila ebrei avvenuta il 5 ottobre 1942 a Dubno, in Ucraina, ad opera di SS e membri della milizia fascista ucraina

DAVID DONNINI: ISTRUTTIVO COME SEMPRE

 LA REDAZIONE DEI QUATTRO
VANGELI CANONICI

1 – La datazione

Sebbene la tradizione neotestamentaria ci presenti i vangeli sinottici sempre nell'ordine Matteo – Marco – Luca, è innegabile che, dei tre, il primo a vedere la luce è stato quello secondo Marco. A questo risultato possiamo giungere attraverso una semplice constatazione strutturale:

Lo schema ci fa comprendere che i redattori di Matteo e di Luca hanno utilizzato Marco come fonte e che ad esso hanno aggiunto nuovo materiale, sia comune ai due, sia esclusivo. Essi, in particolare, hanno aggiunto due natività e due genealogie che, però, sono completamente discordanti, e questo dimostra che hanno operato indipendentemente l'uno dell'altro. Il Gesù della natività di Matteo ha la dignità di un re, figlio di una dinastia di re, perseguitato in quanto aspirante re da Erode il Grande. Il Gesù della natività lucana ha la dignità di un sacerdote, figlio di una dinastia di sacerdoti, e non subisce alcuna persecuzione da parte di Erode.
Affrontiamo dunque il problema tecnico della datazione del vangelo di Marco. Le argomentazioni che svilupperemo sono fondate sulla constatazione che i vangeli di Marco, Matteo e Luca, contengono una precisa descrizione dei gravi eventi storici che riguardano l'assedio e la distruzione di Gerusalemme, da parte delle legioni di Tito, nell'estate dell'anno 70. Inconseguenza di questo fatto noi siamo obbligati ad ammettere che la redazione dei nostri vangeli canonici non può essere fatta risalire ad un periodo precedente a tale data. L'evento non poteva essere descritto così dettagliatamente prima ancora che si verificasse.
Per i lettori non bene informati sulle vicende storiche della Palestina, nel primo secolo, è necessario fare una premessa. Essa riguarda la spaventosa guerra che vide ebrei e romani gli uni contro gli altri armati dal 66 al 70. La guerra era nata da una lunga serie di questioni, fra cui il fatto che una parte consistente della società ebraica, quella sensibile alle istanze dei messianisti, credeva che fosse giunto il momento di riscattare Israele dalla sua lunga condizione di sottomissione alle potenze straniere e pagane. I messianisti, in particolare, erano spinti a ciò dalla convinzione che lo stesso dio di Israele avrebbe guidato le sorti di questo scontro, facendolo concludere con la vittoria degli ebrei, la liberazione della nazione, la purificazione della società giudaica da tutti coloro che si erano compromessi col mondo pagano, la ricostruzione del regno di dio (Malkut YHWH), inteso in senso politico-religioso, la restaurazione della dinastia davidica sul trono, nella persona di un Messia annunciato dalle profezie, la restaurazione di una degna casta sacerdotale.
Le cose non andarono come speravano i messianisti [chrestianoi in greco]. Né avrebbero potuto andare diversamente, non ostante l'ardore degli ebrei, perché Israele di fronte a Roma era come una formica armata di fanatismo religioso di fronte ad un elefante armato di proboscide e di zampe da tre quintali l'una. Gerusalemme subì un tremendo assedio da parte delle legioni di Tito, allora figlio dell'imperatore Vespasiano. Fu una delle pagine più atroci della storia del genere umano. I cittadini morivano di fame. La gente si dava ad episodi di cannibalismo. Alcuni fuggivano in cerca di cibo, ma venivano catturati dai romani e crocifissi seduta stante di fronte alle mura della città. Lo spettacolo era quello di un mattatoio trasformato in teatro degli orrori. Infine i romani ruppero le difese e penetrarono nella capitale. Innumerevoli folle furono passate a fil di spada. Alcuni storici stimano in un milione le vittime del conflitto. Tutto venne distrutto e bruciato. Anche il tempio, il quale venne preventivamente profanato dallo stesso Tito. Egli violò il sancta sanctorum dove solo il sommo sacerdote poteva entrare, prelevò il candelabro a sette braccia e il tesoro intero, poi lasciò che tutto fosse consumato dal fuoco. I superstiti ebrei furono condotti in catene, come una genia sfortunata a cui rimaneva solo un destino di schiavitù o di penosa discriminazione nelle terre straniere. Giuseppe Flavio ci ha raccontato di quei terribili mesi con drammatico realismo.
Ora, ai fini del problema della datazione dei quattro vangeli canonici, e in particolare di quello di Marco, noi dobbiamo leggere attentamente i seguenti brani dai medesimi, fra cui la cosiddetta celebre "Piccola Apocalisse di Marco":
(Mc XIII 1-4) Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta» Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo…».
(Mc XIII 14-19) Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d'inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà.
(Mt XXIV 1-3) Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata».
(Mt XXIV 15-22) Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda – allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe.
(Lc XIX 41-44) Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
(Lc XXI 5-6) Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta».
(Lc XXI 20-24) Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti.
Di cosa stanno parlando i vangeli? Ci verrebbe da pensare che non esista una persona al mondo che avrebbe il coraggio di negare che si stia parlando dell'assedio di Gerusalemme da parte delle legioni di Tito, nonché del successivo saccheggio del tempio e della distruzione della città col massacro dei suoi cittadini. Ma la storia del mondo è storia dei paradossi e delle più clamorose assurdità. E allora non ci meraviglieremo scoprendo che alcuni propongono tutt'altra risposta a questa domanda. Essi interpretano le seguenti parole del vangelo di Marco…
"lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo» … «Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca…"
con riferimento ad un altro episodio, che non è la distruzione del tempio da parte di Tito. Per comprendere ciò è necessaria purtroppo un'altra parentesi. Bisogna sapere che l'espressione abominio della desolazione non è affatto una originalità evangelica. Viene dal Vecchio Testamento (2 Mac VI, 2; Dn XI, 32) e si riferisce alla profanazione del tempio che fu effettuata nel dicembre del 176 a.C., quando Antioco, a Gerusalemme, fece innalzare un altare a Giove Olimpo al posto dell'altare dei profumi, nel cuore dell'area sacra. E' questo l'abominio, che diverrà espressione simbolica di tutte le profanazioni così gravi delle aree sacre al culto dei giudei. Naturalmente quale profanazione può essere più clamorosa di quella effetuata da Tito? Non solo egli profanò il tempio saccheggiando il tesoro e gli arredi sacri, ma fece briciole di tutto. I brani che abbiamo letto sono piuttosto espliciti: "…quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina…", "…Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani…". Coloro ai quali preme sostenere la tesi che i vangeli canonici abbiano avuto una redazione precedente al 70 d.C., sono imbarazzati da queste affermazioni e si sono dati da fare per trovare un possibile riferimento che sia compatibile con una datazione dei vangeli agli anni 50 o, addirittura, agli anni 40. Ed ecco quello che hanno escogitato: l'imperatore Caligola (37-41 d.C.), secondo quanto ci racconta Giuseppe Flavio nella sua opera Guerra Giudaica…
"…inviò Petronio con un esercito a Gerusalemme per collocarvi le sue statue nel tempio, dandogli ordine, se i giudei non le avessero volute introdurre, di uccidere chi avesse voluto opporre resistenza…".
In effetti, poiché gli ebrei consideravano empia la rappresentazione della figura umana, tanto più in aree sacre, né avrebbero mai accettato la presenza di codeste insegne pagane nel tempio, si trattò proprio di una minaccia molto seria di abominio della desolazione, col pericolo incombente di una inevitabile rivolta e grandi fatti di sangue. Ma, ed è questo che conta, tutto ciò non è mai avvenuto. Caligola, non solo non intendeva compiere alcuna distruzione del tempio, ma non fece nemmeno a tempo a mettere in atto il suo piano oltraggioso nei confronti degli israeliti; semplicemente egli morì prima che l'ordine potesse giungere a compimento e tutti, tanto i giudei quanto i romani, furono estremamente lieti di non dover affrontare l'incombenza di questa idea poco geniale dell'imperatore, che avrebbe procurato senz'altro sofferenze e vittime ad entrambe le parti. Addirittura lo stesso Petronio aveva insistito perché l'imperatore rinunciasse al suo intento, immaginiamoci dunque quanto fu felice di non doverlo mettere in atto.
Se rileggiamo i brani evangelici che abbiamo precedentemente citato possiamo renderci conto che hanno una pesante carica drammatica, testimoniano un tormento che non appartiene semplicemente al rischio, ma a qualcosa che è stato visto con occhi ai quali non sono rimaste più lacrime per piangere. Essi parlano
1 – dell'abbattimento delle mura,
2 – delle sfortunate madri che allattavano in quel periodo,
3 – della città circondata da ogni parte da trincee nemiche,
4 – di coloro che erano nel campo e che non sono tornati in città,
5 – del popolo passato a fil di spada,
6 – di quelli che furono condotti prigionieri fra popoli stranieri,
7 – di una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo…

Questa non è altro che una descrizione dettagliata del terribile assedio dell'anno 70, che possiamo trovare anche nelle opere di Giuseppe Flavio, e di tutte le sue orribili conseguenze per gli ebrei. Ed è proprio perché i vangeli canonici ne parlano con immagini così pulsanti e drammatiche, primo fra tutti il vangelo di Marco, che noi possiamo essere certi che la loro redazione è un evento che segue nel tempo la tremenda disfatta subita dagli ebrei nel 70.
E non solo la segue nel tempo, ma ne è un corollario ideologico, perché questa vicenda fondamentale nella storia degli ebrei e del movimento messianico fondamentalista, che voleva ricostruire il Regno di Dio dopo avere ripulito la casa di Israele dentro e fuori (ovverosia dagli stranieri pagani e dagli ebrei corrotti), convinse ancor più i revisionisti della corrente di Paolo che il messianismo tradizionale era un fallimento sancito dalla storia e che la via da seguire era quella della salvezza spirituale, non quella della salvezza nazional religiosa di Israele, di cui, invece, l'aspirante Messia giustiziato da Pilato era stato l'eroe e il martire.
Forse era già tragicamente concluso anche l'episodio della resistenza degli esseno-zeloti asserragliati a Masada (nel 73), quando Marco mise mano alla penna e tradusse in narrazione scritta l'ideale di un salvatore assai più simile al Soter dei greci, al Saoshyant dei persiani, al Buddha e al Krishna degli indiani, che non al Mashiah degli ebrei. Anzi, gli ebrei, e non i romani, erano i "cattivi" della situazione e questo salvatore, invece che un carismatico rabbi giudeo sembrava piuttosto uno ierofante dei culti iniziatici ellenici, che resuscitava come Attis e come Mitra, dopo tre giorni passati agli inferi, e offriva ai fedeli, come pasto sacrificale, il sangue e la carne del dio incarnato.
 
2 – Gli autori e le caratteristiche del loro impegno redazionale

L'immagine qui accanto mostra l'evangelista Giovanni intento all'opera di redazione del suo vangelo. E' un vecchio con la barba, anche perché molti sono d'accordo sul fatto che il quarto vangelo avrebbe visto la luce verso la fine del primo secolo, o l'immediato inizio del secondo.
Pensiamoci bene: il presunto apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo, pescatore del lago di Tiberiade, secondo l'immagine trasmessaci dal vangelo, era un semplice popolano. A quel tempo le classi colte di Israele, farisei e sadducei, definivano quelli come lui ame ha aretz, ovverosia contadini e manovali ignoranti e analfabeti, il cui rispetto delle regole ebraiche di purità religiosa, spesso, lasciava a desiderare.

Ebbene, secondo quanto leggiamo nel vangelo, egli avrebbe fatto molte cose che contrastavano palesemente col suo stato di ame ha aretz. Doveva essere un individuo introdotto nell'ambiente del tempio di Gerusalemme, cioè conosciuto e fidato ai sinedriti e alle guardie, al punto che, durante l'episodio dell'arresto di Gesù, si sarebbe potuto permettere di lasciar entrare nel cortile lo stesso Pietro. In realtà, Giovanni era giovanissimo, era un cittadino della Palestina settentrionale, era un pescatore analfabeta; come avrebbe potuto essere un personaggio introdotto e conosciuto nell'ambiente strettamente elitario del tempio?
Giovanni avrebbe dovuto scrivere il quarto vangelo da vecchio, anzi vecchissimo, sicuramente oltre gli ottant'anni, ma anche novanta. Nel frattempo avrebbe dovuto emanciparsi al punto da imparare a scrivere in lingua greca letteraria, avrebbe dovuto acquisire una cultura filosofica coerente con la teoria ellenistica del Logos. E poi, soprattutto, avrebbe dovuto sopravvivere fino a quell'età, mentre varie fonti letterarie, persino una profezia in bocca a Gesù nelle narrazioni evangeliche, testimoniano che egli fu giustiziato prima di raggiungere la vecchiaia.
Insomma, ci sono veramente molte incompatibilità nella attribuzione della paternità del quarto vangelo all'apostolo Giovanni.

Considerazioni simili valgono anche per l'evangelista Matteo, il pubblicano chiamato Levi. Anche di lui dobbiamo seriamente dubitare che avrebbe potuto mettersi a scrivere quel testo greco, che oggi figura come "vangelo secondo Matteo", ed è il primo nella lista dei quattro scritti canonici. A dir la verità, se l'argomento non fosse complicato dal fatto di riguardare delle questioni così delicate, come i presupposti di una dottrina religiosa, qualunque studente del ginnasio, dopo avere dato un'occhiata ai testi evangelici, escluderebbe a priori che i loro autori possano essere degli ebrei, con le caratteristiche umane e culturali degli apostoli Matteo e Giovanni.
I nostri quattro vangeli canonici sono stati scritti
1 – in lingua greca,
2 – da persone che non hanno assistito ai fatti narrati,
3 – da gentili, ovverosia non ebrei,
4 – da conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche,
5 – e, soprattutto, per un pubblico non ebreo.
Il punto 2 è testimoniato dalle innumerevoli e grossolane incongruenze fra le diverse narrazioni o, addirittura, all'interno della medesima narrazione, il che mostra come l'autore, ogni tanto, non avesse la più pallida conoscenza dei fatti e delle circostanze su cui stava scrivendo.
Il punto 3 è testimoniato dallo stile, dalla lingua, e dai contenuti fra i quali compaiono anche pregiudizi fortemente antisemitici. Infatti secondo la narrazione attribuita al Matteo, i romani sarebbero stati del tutto innocenti della morte di Gesù. L'autore, invece, ha chiaramente voluto enfatizzare con grande incisività l'infamia degli ebrei: egli ha dichiarato che la colpa gravissima di avere assassinato il figlio di dio è da addebitare completamente agli ebrei. Addirittura questi avrebbero deciso di assumerne coscientemente la responsabilità e di sopportarne le conseguenze:
"Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli»."
(Mt XXVII, 24-25)

In pratica l'autore ha gettato le basi del plurisecolare antisemitismo cristiano. Come potremmo, infatti, dimenticare le nefaste conseguenze di quella frase del vangelo? Essa ha trasformato la discendenza di Abramo in una genia di perfidi giudei, di marrani, di deicidi… disprezzati, discriminati, perseguitati e sterminati per secoli nell'Europa cristiana.
Il punto 4 è testimoniato da brani in cui l'autore lascia intendere di non avere molta dimestichezza con la Palestina e di non conoscere alcune caratteristiche fondamentali della condotta ebraica. Ad un certo punto compare un branco di maiali, come se nelle fattorie palestinesi questi animali fossero stati comunemente allevati. In realtà l'ambientazione del racconto non è la campagna laziale, ma quella giudea, e l'autore sembra dimenticare che gli ebrei non avrebbero mai toccato e tanto meno allevato o mangiato un maiale. Anche il racconto del processo a Gesù tradisce la più totale ignoranza delle leggi giudiziarie ebraiche. Mai si sarebbe potuta pronunciare una condanna a morte in quelle condizioni, dopo un incontro informale nel luogo non preposto, di notte, senza rispettare i tempi, senza testimoni regolari. Il luogo avrebbe dovuto essere l'area apposita denominata Beth Din. Il tempo, di giorno. Le testimonianze avrebbero dovuto essere circostanziate diversamente. La condanna doveva essere pronunciata almeno 24 ore dopo l'istruttoria.
Il punto 5, ovverosia il fatto che nelle intenzioni dell'autore lo scritto era destinato a lettori che non appartenevano alla comunità giudaica, è dimostrato dalle parole di Gesù nel corso dell'ultima cena. Tutta la circostanza è una evidente distorsione intenzionale, in senso gentile, ovverosia non ebraico, del pasto comunitario di stampo esseno. Del resto, ciò che Gesù ha annunciato ad una assemblea pasquale di giudei, ovverosia il fatto che il pane fosse la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli dovessero cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina, sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego, dal momento che queste idee configuravano una tipica concezione appartenente al mondo delle teologie e dei culti gentili, altamente disprezzati dai giudei. In particolare corrispondono a certi culti pagani teofagici (teofagia = cibarsi del dio), fra cui uno molto diffuso nell'area di provenienza di Paolo di Tarso, consistente nell'identificazione di un toro col dio che veniva sacrificato e del quale l'adepto doveva bere il sangue e mangiare la carne. Sappiamo invece che per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurezza, che non è permesso toccare il sangue senza poi eseguire pratiche purificatorie, figuriamoci bere il sangue; anzi, una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell'assicurarsi che l'animale ucciso sia stato ben dissanguato. Storicamente parlando, non possiamo considerare credibile che Gesù, volendo trasmettere una novità teologica, avrebbe cominciato col proporre una formulazione rituale apertamente offensiva nei confronti della sensibilità ebraica e che avrebbe subito suscitato il ribrezzo dei suoi discepoli. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico, cui Roma non era estranea, contemplavano questo rito teofagico, e non avevano alcun genere di pregiudiziale nei suoi confronti.
Ora dobbiamo notare che spesso si trascura completamente il fatto che la letteratura evangelica è, in realtà, una costellazione molto ampia di scritture, nello spazio e nel tempo, e che i nostri quattro vangeli canonici non sono certo i primi, in ordine cronologico, ad avere visto la luce. E' assolutamente obbligatorio non dimenticare che i vangeli detti giudeo-cristiani, ovverosia il vangelo degli Ebrei, il vangelo degli Ebioniti, il vangelo dei Nazareni, di cui hanno parlato con ostilità i padri della chiesa Ireneo, Epifanio, Eusebio di Cesarea, Teodoreto, esistevano in lingua ebraica o aramaica, prima che fossero composti in greco i nostri quattro testi canonici, e che essi sono stati eliminati dalla faccia della terra. Così come sono stati eliminati i vangeli gnostici, molti dei quali, però, ci hanno fatto la sorpresa di ricomparire dalle sabbie assolate dell'Egitto centrale.
Ovviamente, se alcuni apostoli diretti di Gesù fossero stati autori dei testi evangelici, li avrebbero redatti in ebraico o aramaico, e noi dobbiamo pensare che solo gli scomparsi testi giudeo-cristiani potrebbero eventualmente ambire ad una tale autorevole paternità. I suddetti padri della chiesa ci hanno informato, nei loro scritti apologetici, che…
"…nel vangelo che essi (gli Ebioniti)usano, detto "secondo Matteo", ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano "ebraico"… hanno tolto la genealogia di Matteo…". (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6).
Sembra, pertanto, che i vangeli giudeo-cristiani non contenessero i racconti della natività, che invece sono presenti nel canone neotestamentario, nei testi detti secondo Matteo e secondo Luca. Ora noi vedremo, in uno dei capitoli di questa ricerca, che l'analisi delle incongruenze tra i due racconti, nonché l'analisi storica dei medesimi, svelano il carattere leggendario delle natività e questo ci aiuta a comprendere che i quattro vangeli canonici sono stati scritti da autori che hanno usato come fonte i testi giudeo-cristiani, ma che hanno operato arbitrariamente tagli, aggiunte e modifiche, affinché da questo lavoro scaturisse la catechesi che a loro interessava. Essi hanno creato in tal modo una base scritturale per la teologia neo-cristiana, nata da una profonda revisione del pensiero messianico originale, di stampo esseno-zelota, che aveva caratterizzato l'ideologia di Gesù e dei suoi seguaci. Questa dottrina era stata rinnegata inizialmente da Shaul-Paolo e da alcuni suoi discepoli, prima della distruzione di Gerusalemme, e poi da quanti avevano abbracciato l'ideologia paolina, dopo la distruzione di Gerusalemme. Anzi, è proprio da parte dei seguaci di Shaul-Paolo che furono redatti, assolutamente non prima della distruzione di Gerusalemme, i vangeli della tradizione sinottica, cioè quelli che noi conosciamo come secondo Matteo, secondo Marco, e secondo Luca.
Il redattore del vangelo di Marco era, probabilmente, una persona che aveva conosciuto bene Paolo. Egli ha scritto in lingua greca, a Roma, per i neo-adepti non ebrei di una giovane disciplina religiosa, che Paolo aveva elaborato attraverso una profonda revisione degli ideali del messianismo ebraico, e che non esisteva in Palestina. Egli ha scritto questo testo greco, per le inequivocabili ragioni che abbiamo già illustrato sopra, dopo la importante sconfitta degli ebrei che, nel 70 d.C., vide la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio saccheggiato da Tito, nonché l'inizio di una penosa e lunga diaspora.
La pretesa di certi studiosi di datare la redazione di questo documento agli anni 50-60 o, dopo la scoperta del celebre frammento 7Q5 nella biblioteca di Qumran, addirittura agli anni 40, è totalmente priva di fondamento. Anzi, se analizzata in tutti i suoi aspetti, solleva problematiche che finiscono per smentire ciò che i suddetti studiosi si ostinano a sostenere. Io mi auguro che quel frammento con poche sillabe, in cui qualcuno vede le tracce di una frase del vangelo di Marco, nasconda veramente quella frase, perché questo ci obbligherà a porre due domande fondamentali:
– che ci faceva una frase del vangelo di Marco nella biblioteca di quella setta, rigidamente ebrea e rappresentante di un estremo fondamentalismo messianico, della quale il mondo cattolico si è sempre affrettato a dire che non aveva niente a che fare coi cristiani primitivi?
– siamo sicuri che quello è proprio il vangelo di Marco, tale e quale allo scritto che oggi figura nel canone neotestamentario, o non si tratta piuttosto di un documento anteriore, per esempio una delle fonti a cui hanno fatto riferimento i redattori dei nostri vangeli canonici?
Le cose stanno così: non si può dire che…
il vangelo di Marco è entrato a far parte, per qualche strana ragione, della biblioteca qumraniana;
bensì, al contrario…
una frase di un documento qumraniano, o comunque di un documento accettabile nell'ambiente quamraniano, è entrata nel vangelo di Marco.
Ragioniamo sulla verosimiglianza della prima ipotesi. Se essa fosse vera significa che Marco, un seguace del movimento cristiano primitivo, mentre si trovava a Roma, verso gli anni 40-50, decise di redigere il suo Vangelo in greco, dopodiché, con molta rapidità, il documento giunse in Palestina e i Qumraniani decisero che quel documento era un buon pezzo da collezione e lo inclusero nella loro biblioteca. Ciò in contrasto con la loro abitudine di conservare gelosamente solo i documenti settari coerenti con la loro ideologia strettamente ebraica e fondamentalista, non certo quelli delle religioni scismatiche. Ed anche in aperto contrasto col fatto che i cristiani, subito dopo la scoperta archeologica dei resti di Qumran, si sono sempre affrettati a sostenere che gli esseni non avevano proprio niente a che fare coi primi cristiani. Come vediamo l'interpretazione si confuta praticamente da sola, in modo pressoché automatico, non ha alcuna logica verosimiglianza. Se invece riflettiamo sulla seconda ipotesi, troveremo ragionevole che Marco abbia usato un documento anteriore come fonte per redigere il suo vangelo e che, per questo motivo, alcune parole di un documento giudeo-cristiano si possano leggere, oggi, nel vangelo di Marco.
C'è anche un'altra incongruenza da sottolineare. Se il frammento 7Q5 fosse un brano del nostro vangelo di Marco, esso avrebbe potuto essere depositato nella biblioteca Qumraniana solo prima della devastazione del sito e del massacro dei suoi abitanti, al massimo nel corso della guerra giudaica, non oltre il 67/68 d.C, per la semplice ragione che oltre quella data i romani trasformarono i resti del sito in un loro avamposto militare. Dunque, prima del 67/68 questo documento avrebbe già contenuto la descrizione anticipata dell'assedio di Gerusalemme, del saccheggio e della distruzione del tempio, avvenuta nel 70. Infatti noi abbiamo visto sopra che la cosiddetta "Piccola Apocalisse di Marco" contiene un riferimento inequivocabile a quella grande tragedia e questo ci fa ulteriormente capire che il documento posto nella biblioteca essena non poteva essere il vangelo di Marco che noi leggiamo oggi. Poteva essere, tutt'al più, un vangelo primitivo, che in seguito avrebbe potuto costituire una fonte per Marco.
E' inutile il tentativo di mostrare i quattro vangeli canonici come il frutto di una redazione molto primitiva, nei primissimi anni successivi alla morte di Gesù, da parte dei suoi diretti seguaci ebrei o dei discepoli dei discepoli. E di individuare in tale redazione un'opera di fedele trasmissione degli ideali autentici della comunità originale dei suoi apostoli.
I vangeli sono cronologicamente successivi alla distruzione di Gerusalemme, i suoi autori non ebrei sono pienamente aderenti ad una visione gentile del concetto di salvezza e i destinatari del loro insegnamento sono del tutto estranei ad una spiritualità ebraica. Il neocristianesimo dei quattro vangeli, è nato lontano dalla Palestina come reazione ideologica e religiosa al messianismo ebraico, in ambiente gentile, da parte dei gentili e per i gentili. L'uomo storico crocifisso da Pilato non lo avrebbe mai condiviso. 

 

I.N.R.I. – INDISPENSABILE NON RACCONTARE IDIOZIE

Grande Fratello Giudaico
Negli ultimi tre o quattro post, particolarmente in quelli che riportavano un paio di articoli di David Donnini sulla figura storica di Gesù, s’è acceso un lungo dibattito in merito alla correttezza e attendibilità delle fonti e dei riferimenti utilizzati dai detrattori dei vangeli, per dimostrarne tutta l’inattendibilità storica.

I cristiani, infatti, sogliono sostenere che il loro Gesù Cristo, al di là della controversa questione della sua natura più o meno divina, fu vero e proprio personaggio storico, che predicò nella Palestina del I secolo e.v., diffondendo tra le masse di derelitti  un messaggio nuovo ed originale che, per la sua originalità e forza  rivoluzionaria, ne causò direttamente la morte mediante crocifissione.
Secondo i cristiani, fu il contenuto d’amore del messaggio di Gesù a provocare le ire dell’establishment ebraico del tempo, poiché egli andava proponendo una nuova religione basata sul riscatto sociale e sull’uguaglianza degli uomini di fronte a dio e ai sovrani.
Le osservazioni che si possono fare a una simile versione sono molteplici e non mi dilungherò a riassumere le migliaia e migliaia di pagine  che dimostrano, con estrema ragionevolezza e con puntigliosa analisi degli stessi testi canonici più antichi, l’insensatezza d’una tale impostazione, del tutto priva di riscontro qualora si eliminino gradualmente le interpolazioni stratificatesi nel corso dei secoli, al mero fine d’avvalorare una tesi che strideva visibilmente col puro resoconto dei fatti.
Riassumo solo le conclusioni a cui sono giunti i vari studiosi che si sono cimentati negli anni in questa sfida, una volta che l’accesso ai testi venne reso disponibile a chiunque e che la critica storica poté sottrarsi al giogo della vigilanza teologica.

  • Gesù (o chiunque si celi sotto tale nome) era un ebreo di stretta osservanza, con molta probabilità appartenente a una setta  di derivazione esseno-zelota detta dei nazorei;
  • egli rivendicava per sé una discendenza di stirpe davidica e, dunque, la legittimazione al trono d’Israele;
  • egli non si dichiarò mai Figlio di dio, se non nella maniera in cui qualsiasi ebreo definiva tale se stesso e il proprio popolo;
  • il testo o la versione narrata originale contenente le vicende di Gesù, molto probabilmente inizia con il battesimo da parte di Giovanni , nel fiume Giordano, vera e propria investitura simbolica al trono che fu di David e Salomone, e termina con la sua morte per crocefissione. La natività e la resurrezione furono  aggiunte tarde;
  • l’entrata in Gerusalemme nella domenica delle palme a cavallo d’un asino, acclamato dai propri accoliti con l’ostensione di foglie di palma, fu un vero e proprio gesto di sfida nei confronti dell’occupante romano, perché rappresentava l’ingresso del futuro re, secondo i dettami della tradizione biblica;
  • i dodici apostoli sono solo un simbolo che rappresenta le dodici tribù d’Israele, tutte protese a legittimare il loro futuro re. Giuda stesso rappresenta simbolicamente Gerusalemme e la Giudea, che tradirono Gesù non sostenendolo nel proprio moto insurrezionale, iniziato con i disordini del Tempio;
  • i seguaci di Gesù erano armati e ciò significa che il movimento non aveva carattere pacifico; il ferimento d’una guardia da parte di Pietro,  indica chiaramente resistenza armata e cruenta nel momento dell’arresto;
  • Sinedrio ed Erode erano collaborazionisti verso l’invasore, perché a lui dovevano il proprio potere; pur non potendo sostituirsi ad esso nella pronuncia delle sentenze per fatti sediziosi, agirono attivamente per assicurare alla giustizia degli occupanti quello che per loro era un usurpatore;
  • Gesù non predicò mai l’uguaglianza degli uomini in termini sociali, ma solo in termini religiosi e detta uguaglianza era riservata esclusivamente agli ebrei; si tratta sostanzialmente di discorsi tipici di qualsiasi aspirante re, che desideri rovesciare un governo costituito, quando si rivolge al proprio futuro popolo per dimostrare che egli sarà un governante migliore;
  • ai Romani non sarebbe importato nulla delle prediche d’un povero profeta che nient'altro voleva se non la pacifica convivenza tra gli tutti gli uomini di buona volontà, come sostengono i cristiani; anzi, detto presunto pacifismo sarebbe stato più che ben accetto da parte d’una autorità che non riusciva a controllare quella che risultò essere la più turbolenta  tra tutte le province dell’impero;
  • chiaramente, non fu il Sinedrio a condannare Gesù, né mai vi fu la richiesta al popolo, da parte di Pilato, d’una scelta tra Gesù e Barabba. E’ molto probabile che Gesù e Barabba fossero la medesima persona  e che la suddetta  storiella venne inventata in epoca tarda per gettare fumo negli occhi di chi fosse venuto a conoscenza di tale identità;
  • Gesù  venne condannato per tradimento (forse perduellio, ammesso che di detto crimine potessero imputarsi i non-cittadini) e messo a morte mediante crocefissione – come stabiliva il loro diritto – dall’autorità romana, che indicò chiaramente l’accusa a motivo della condanna nel cartiglio descritto dai vangeli (I.N.R.I);
  • Gesù non inventò nessuna nuova religione; altri utilizzarono il suo nome a questo scopo.

Letto in questa maniera, il vangelo (il proto-vangelo o fonte Q: prevalentemente una mera descrizione dei fatti) acquista un senso compiuto e coerente. Le incoerenze sono in gran parte dovute alle manipolazioni di epoca successiva, dettate dalla necessità di separare le comunità ebraiche della diaspora,  che avevano trovato in Shaul detto Paolo di Tarso il loro protettore e mentore, da quelle legate all’ebraismo ortodosso d’ispirazione messianica, che risultavano ancora  in odore di sospetta sedizione agli occhi dei padroni romani.

SHAUL DETTO PAOLO DI TARSO: GENIO O FURFANTE?

palestina
Fu indubbiamente colui che inventò il cristianesimo, almeno nella forma giunta sino a noi. I suoi maggiori avversari furono il fratello di Gesù, Giacomo detto il Giusto, Simone detto Pietro e Maria di Magdala, moglie e seguace del Nazireo. Dell'impostazione nettamente ebraica del gruppo di Gerusalemme, v'erano tracce evidenti nella sopravvissuta setta degli Ebioniti, che conosciamo solo attraverso gli scritti di Ireneo ed altri.
Il disastro politico che colpì la Palestina verso gli anni 70 dell'era volgare, permise il prevalere su tutte le altre sette giudaico-cristiane, sterminate dai dominatori,  della corrente di Paolo, a cui forse ed infine si piegò anche il vecchio Simone detto Pietro, travolto dalle circostanze.
Paolo, probabilmente, salvò gli ebrei della diaspora, succeduta alla distruzione di Gerusalemme e Masada, dallo sterminio e dalla schiavitù a cui li volevano sottoposti i padroni romani, oramai esausti dall'indisciplina e dalle continue ribellioni di quella provincia indomita.
Quello di Paolo fu forse un atto di suprema astuzia, per sottrarre i propri connazionali dalla vendetta dei dominatori?  Diede egli loro qualcosa di nuovo in cui credere, affinché si rassegnassero alla dominazione, evitando così agli ebrei quello che pensava potesse essere il completo annientamento del proprio popolo? Se ciò dovesse corrispondere al vero, alla luce dei risultati raggiunti dalla sua predicazione, avremmo di fronte uno dei maggiori geni della politica che il mondo abbia mai conosciuto. 

DAVID DONNINI: IL PROBLEMA DEL TITOLO NAZARENO


gamalaPosto un altro bellissimo articolo preso a pie'  pari dal sito di David Donnini, che consiglio a tutti di visitare, anche perché corredato con ottime fotografie, cartine esplicative e collegamenti ipertestuali, che rendono molto più agevole e completa la lettura del testo che propongo:

Quasi nessuno è al corrente dell'esistenza di un grosso problema storico relativo alla città di Nazareth, basato sostanzialmente su due punti fondamentali:
a – il fatto che la celebre espressione evangelica "Gesù il Nazareno", che noi trasformiamo del tutto arbitrariamente in "Gesù di Nazareth", deriva dal greco IhsouV o NazoraioV(Iesous o Nazoraios), cioè dall'aramaico Nazorai e dall'ebraico Nozri, e che nessuna di queste espressioni ha relazione alcuna con una città di nome Nazareth, ma è un titolo religioso o settario,
b – il fatto che l'analisi archeologica, storica, letteraria e geografica, dà adito a seri dubbi sulla esistenza della città di Nazareth al tempo di Gesù.
Si osservi come si sono espresse in proposito numerose voci autorevoli:
1 – "Gli apostoli che sono stati prima di noi l'hanno chiamato così: Gesù Nazareno Cristo… "Nazara" è la "Verità". Perciò "Nazareno" è "Quello della verità"…"
(Vangelo di Filippo, capoverso 47 – testo gnostico del II secolo dopo Cristo);
2 – "Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato cominciava ad essere dimenticata"
(Elia Benamozegh [Italia, 1823/1900, filosofo ebreo membro del collegio rabbinico di Livorno], Gli Esseni e la Cabbala, 1979);
3 – "La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazoreo, originariamente unito al nome di Gesù e che rimase il nome dei cristiani nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazoreo è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth"
(Alfred Loisy [Francia, 1857/1940, sacerdote cattolico, professore di ebraico e di sacra scrittura dell'Istituto Cattolico di Parigi, successivamente rimosso dall'incarico], La Naissance du Christianisme);
4 – "-Nome? – … – Jeshua – rispose rapido l'accusato
– Hai un soprannome? –
– Hanozri –
– Di dove sei? –
Della città di Gamala – rispose l'arrestato indicando con un movimento della testa che laggiù, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata Gamala.
– Di che sangue sei? –
– Non lo so di preciso – rispose pronto l'arrestato, – non ricordo i miei genitori. Mi dicevano che mio padre era siriano –
…"

(Michail Bulgakov, [1891-1940, scrittore russo] Il Maestro e Margherita, Einaudi, 1967);
5 – "La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui pellegrini possono visitare l'officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo…"
(Charles Guignebert [Francia, 1867/1939, professore di Storia del Cristianesimo presso l'Università Sorbona di Parigi], Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme);
6 – "In realtà, per quel che riguarda Nazareth, gli storici non hanno potuto trovar traccia di una città di quel nome sino al IV secolo d.C.; secondo le fonti ebraiche, bisogna scendere addirittura sino al secolo IX. Nei vangeli non troviamo mai l'espressione Gesù di Nazareth ma soltanto Gesù il Nazoreo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno… ora, nessuno di questi appellativi, per quanto si sia cercato di forzarne l'etimologia, può farsi risalire ad un nome come Nazareth… è da questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth, e non viceversa"
(Ambrogio Donini [accademico, specializzatosi in ebraico e siriaco presso la Harvard University, USA, è stato docente universitario in Italia], Breve Storia delle religioni, 1959);
7 – "El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l'antica Nazareth, patria di Gesù. Secondo vari studiosi, tuttavia, Nazareth – meglio Natzrath o Notzereth – non è mai esistita e l'appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesù negli scritti neotestamentari non indica affatto il suo paese di origine…"
(M. Craveri, [autore di numerosi saggi sulla storia delle cristianesimo, tradotti in molte lingue e pubblicati in Italia e all'estero, e curatore di una raccolta di scritti apocrifi] La Vita di Gesù, 1974);
8 – "Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l'origine della parola ed erano ben consapevoli che non era derivata da Nazareth… Il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala… questa è la patria del Nazoreo… la montagna di Gamala è la 'montagna' dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne parlano incessantemente, senza nemmeno nominarla…"
(E.B.Szekely [teologo ungherese che ha frequentato gli studi presso il Vaticano], The Essene Origins of Christianity, USA, 1980);
9 – "…Gesù non era di Nazareth. Un'infinità di prove stanno ad indicare che Nazareth non esisteva ai tempi biblici. E' improbabile che la città sia sorta prima del III secolo. 'Gesù di Nazareth', come molti studiosi della Bibbia sarebbero oggi pronti a confermare, è una cattiva traduzione dell'originale greco Gesù il Nazareno…"
Baigent, Leigh, Lincoln [autori di alcuni libri sul cristianesimo antico e sui manoscritti del Mar Morto, fra cui il best seller internazionale "The Dead Sea Scrolls Deception"], L'Eredità Messianica, Tropea, Milano, 1996);
10 – "É stato Matteo per primo a generare l'equivoco secondo cui l'espressione 'Gesù il Nazoreo' dovesse avere qualche relazione con Nazareth, citando la profezia "sarà chiamato Nazareno (Nazoraios)" che, a conclusione del suo racconto sulla natività, egli associa col passo "ritirandosi in Galilea e andando a vivere in una città chiamata Nazareth". Questa non può essere la derivazione del termine, poiché anche in greco le ortografie di Nazareth e nazoreo differiscono sostanzialmente"
(R.H.Eisenman [professore di religioni medio orientali e di archeologia, nonché direttore dell'Istituto per lo studio delle origini giudeo-cristiane alla University of California – Los Angeles] James the Brother of Jesus, Penguin Books, 1997);
11 – "Io penso veramente che i cristiani non possano affermare che l'espressione 'Gesù Nazareno' significhi 'Gesù cittadino di Nazareth', nello stesso modo in cui l'espressione 'Leonardo da Vinci' significa 'Leonardo cittadino di Vinci'. La forma ebraica per Nazareth è NZRT, che è tarda ed è stata indicata come Nazrat o Nazeret, invece la forma greca 'Iesous o Nazoraios', mi pare, deriva dall'aramaico Nazorai… la radice NZR (senza T) capita nella traduzione aramaica di Isaia 26:2, nella quale la parola 'emunim' (=fede) deriva dalla radice 'emeth' (=verità), in questo modo risulta chiaro perché nel Vangelo di Filippo si poté dire che 'Nazareno' significa 'della verità'…"
(Daniel E. Gershenson [archeologo, docente e ricercatore presso il Dipartimento di Studi Classici della Università di Tel-Aviv] e-mail del 12/05/1998 indirizzata a David Donnini);
Come abbiamo potuto vedere, alcuni dei più autorevoli accademici di tutto il mondo sono pienamente d'accordo su un fatto: l'espressione "Gesù Nazareno", che traduce il greco "IhesouV o NaoraioV", non ha alcuna relazione con una città di nome Nazareth, ma indica un titolo religioso o settario. Persino un Vangelo apocrifo del II secolo, che abbiamo visto nella seconda citazione, attribuisce a quel termine tutt'altro significato.
E' senz'altro una constatazione clamorosa, capace da sola di scardinare tutta l'interpretazione comune del Nuovo Testamento.
Dove si trova Nazareth? La città che milioni di pellegrini visitano oggi è situata nell'alta Palestina, in Galilea, ad una trentina di Km circa dal lago Kinnereth, più noto nella tradizione evangelica come lago di Tiberiade, o lago Gennezareth.
Come possiamo approfondire meglio la questione? E perché lo scrittore russo Bulgakov si è fatto venire in mente che Gesù potesse essere di Gamala, nel Golan? E perché la stessa tesi è sostenuta anche dal teologo E.B.Szekely? Per giungere ad una risposta dobbiamo raccontare la storia della scoperta di Gamala.
In occasione della cosiddetta guerra dei sei giorni (1967), lo stato di Israele si mosse improvvisamente contro alcuni stati arabi confinanti e, oltre ad occupare il Sinai, la striscia di Gaza e la Cisgiordania, invase ed occupò buona parte della regione chiamata Golan, fino a quel momento appartenente alla Siria.
Nel corso delle operazioni militari sulle alture del Golan, qualcuno notò la presenza delle rovine di una vecchio insediamento umano su un colle circondato da scarpate ripidissime, situato a breve distanza dalla riva nord-orientale del lago Kinneret ("Lago Genezaret" o "Mare di Tiberiade" nel linguaggio evangelico). Immediatamente al termine dello stato di guerra, le autorità di Israele inviarono alcuni archeologi ad indagare nella zona segnalata, per chiarire la natura dei resti.
Il governo Israeliano, per quanto assillato dai problemi politici e non certo in rosee condizioni economiche, aveva una forte necessità, di fronte agli occhi del suo popolo e del mondo intero, di giustificare l'occupazione del Golan come un atto legittimo di riappropriazione di un territorio che apparteneva agli ebrei per un diritto naturale e storico.

Fu proprio per questo motivo che, sin dal 1968, la zona fu esaminata da un certo Itzhaki Gal, il quale fu il primo a supporre che la località segnalata potesse essere quel villaggio chiamato Gamla, o Gamala, di cui si erano completamente perse le tracce, che Giuseppe Flavio descrisse con abbondanza di particolari, narrando la storia di una tragica sconfitta subita dagli ebrei, per mano dello stesso Vespasiano, durante la guerra che insanguinò la Palestina negli anni dal 66 al 70 d.C.

Nel 1976, sotto la guida dell'archeologo Shmarya Gutman, iniziarono gli scavi sistematici che condussero a sensazionali scoperte, la prima delle quali fu, senz'altro, il riconoscimento del fatto che quei resti nascondevano proprio la città di Gamla. Ecco il modo in cui Giuseppe Flavio, circa 19 secoli fa, descrisse l'aspetto del villaggio nella sua opera Guerra Giudaica:
"…Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna…"
In questo luogo mi sono recato nel mese di luglio del 1997, al fine di verificare le ipotesi che in precedenza avevo avuto modo di sviluppare a riguardo della cittadella, e mi sono trattenuto a Gamla per due giorni, esplorando il villaggio e i suoi dintorni in ogni minimo dettaglio, per poi trascorrere un terzo giorno a Qasrim, dieci chilometri più a nord, dove sorge un piccolo museo che conserva il materiale archeologico reperito a Gamla.
Non è possibile non spendere due parole per descrivere la bellezza delle alture del Golan, e del sito di Gamla in particolare, dove i deserti delle regioni circostanti, dalla zona del Mar Morto, alla Giordania, alla Siria, lasciano il posto a colline splendenti di fiori rosa, macchie di bosco, torrenti e cascate rumorose, sotto i voli a spirale di grandi avvoltoi che si tuffano in picchiata nelle valli, per poi risalire ad ali spiegate sulla spinta delle correnti ascensionali.
Come si può arrivare mai a sospettare che Gamla, e non Nazareth, sia la città dove Cristo visse, e persino nacque?
Nazareth, che molti pellegrini cristiani conoscono bene, è situata nell'avvallamento fra alcuni dolci colli di Galilea. Il paese, che oggi si è spanto a macchia d'olio fino a raggiungere la sommità delle alture, era anticamente situato in basso, sulla fiancata di una collina, ed era circondato da tutti i lati dalle morbide ondulazioni dei rilievi. Tutta la Galilea è costituita da pianure o da colline stondate, senza picchi svettanti né ripide scarpate. La tradizione cristiana ha localizzato il villaggio di Giuseppe e Maria, e quindi di Gesù Cristo, nella parte bassa di uno di questi colli, esattamente nella posizione in cui oggi sorge la cosiddetta Basilica della Annunciazione.
Ma una quantità incredibile di obiezioni sembra opporsi a questa localizzazione, turbando quella convinzione abituale la cui serenità, più che sulla attendibilità delle prove storiche, appoggia le sue basi sulla forza della consuetudine ed anche sul fatto che gli argomenti che presento in questo studio sono sempre stati sistematicamente disertati.
In effetti, visitando Nazareth, colpisce il fatto che non esista assolutamente qualcosa che possa essere considerata una testimonianza originale del paese in cui sarebbe cresciuto Gesù. E questo in una terra come Israele, così esuberantemente ricca di ruderi che basta tirare una pedata ad un sasso per fare una scoperta archeologica. L'archeologia nazaretana è pressoché tutta posteriore all'epoca di Cristo e, a differenza di tanti altri siti galilei (Cafarnao, Corazin, Sefforis, Iotapata), in cui c'è almeno una costruzione, un muro, uno scavo, una sinagoga, che abbia riportato alla luce testimonianze dei tempi di Cristo, qui la presenza di Gesù e della sua famiglia è raccontata solo dai nomi degli alberghi, dei ristoranti, delle chiese, e dalle parole della narrazione evangelica. Non c'è traccia della sinagoga di cui parla il Vangelo di Luca, nemmeno una casa, un brandello di muretto, tracce di strade, monete, cocci di vasellame… insomma, di tutte quelle cose normali che si trovano nei pressi di antichi insediamenti e che potrebbero testimoniare del villaggio di duemila anni fa. I pellegrini che vengono frequentano Chiese moderne, tutt'al più qualche resto bizantino che può risalire all'inizio del quinto secolo, forse alla fine del quarto.
"…ci sono pochissimi resti giudei che risalgono al periodo del secondo tempio a Nazareth, soltanto qualche cripta [cavità tombale]scavata nella roccia, sebbene noi non possiamo sapere quale fosse il nome del sito a quel tempo…"
(Danny Syon, Israel Antiquities Authority; da un e-mail indirizzato a David Donnini, 19 gennaio 1998).
Ma dov'è finito il paesetto di Giuseppe e Maria, con le vie, la sinagoga e le case? Possibile che il tempo abbia potuto cancellare ogni benché minimo segno di una così autorevole presenza? Eppure esistono i resti di altri villaggi in cui Gesù è passato e ha compiuto alcune delle sue opere: a Cafarnao si vedono benissimo case, strade e sinagoga, e poi ci sono anche Korazim e Bet Zayda, a nord, sul lago di Tiberiade; Samaria, nel centro del paese; Betania, Betlemme e Gerico, in Giudea, solo per fare alcuni esempi. Come sarebbe stato possibile far sparire ogni traccia del paese di Nazareth?
Quello che è più sorprendente non è solo la completa assenza archeologica di una "Nazareth di Gesù" ma, ancor di più, la sua completa e totale assenza nelle testimonianze scritte degli storici. Con questo intendo riferirmi al fatto che nessuno storico del tempo ha mai nominato il villaggio e, al di fuori del racconto evangelico, esso compare solo negli scritti cristiani risalenti ad alcuni secoli dopo.
Le due grandi fonti storiche che testimoniano della Palestina dei tempi di Gesù sono gli scritti di Giuseppe Flavio e di Filone Alessandrino. Specialmente il primo, che fu comandante delle truppe ebraiche proprio in Galilea, nelle sue grandi opere "La Guerra Giudaica" e "Antichità Giudaiche", ha minuziosamente descritto tutto il paese nominando ogni più piccolo centro abitato. Ma di Nazareth non ha fatto cenno alcuno, sebbene a pochi passi dal villaggio sorgessero altri centri, come Sefforis e Iotapata, di cui lo storico ha parlato e di cui oggi si possono ammirare i resti. Insomma, la Nazareth dei tempi di Gesù è assolutamente latitante sia nel senso delle testimonianze archeologiche che di quelle letterarie. In pratica non c'è.
I fatti sono due: o Nazareth era solo un minuscolo borgo di due o tre case che meritava il totale oblio da parte di Giuseppe Flavio (ma così non appare nella descrizione evangelica, perché i Vangeli ci dicono che a Nazareth c'era del popolo e delle abitazioni, delle botteghe artigiane, come quella del carpentiere Giuseppe, c'era almeno una sinagoga; non poteva trattarsi di una semplice fattoria sperduta nella aperta campagna), oppure Nazareth, al tempo di Gesù, non esisteva proprio e sarebbe stata creata successivamente, con lo sviluppo della dottrina cristiana.
Per la verità gli stessi Vangeli, quando parlano della città di Gesù, preferiscono usare espressioni differite come "la sua patria" e ne citano il nome in pochissime occasioni:
1 – nel Vangelo di Marco (il più antico fra i quattro vangeli canonici, che è stato sicuramente usato come fonte per gli autori degli altri testi) il nome della città compare una volta sola, all'apertura, con le parole: "…In quei giorni Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni…" (Mc I, 9), dopo di ché il nome della città è completamente dimenticato; niente ci vieta di pensare che, come in molti altri casi, si sia trattata di una semplice interpolazione degli scribi, eseguita posteriormente;
2 – anche il Vangelo di Giovanni nomina la città in un'unica occasione, sempre all'inizio; un'altra interpolazione?
Non si lascino ingannare i lettori da una semplice apparenza: a volte il nome Nazareth compare nei vangeli, ma si tratta dei titoli dei paragrafi in cui sono suddivisi i racconti evangelici, in realtà, i testi originali non hanno alcuna suddivisione in paragrafi. E non esistono i titoli che oggi possiamo leggere come se facessero parte integrante del libro. Il fatto è che i Vangeli non hanno mai usato l'espressione Gesù di Nazareth, essi parlano sempre e solamente di Gesù il Nazareno, e usano per questo l'espressione greca IhsouV o NazoraioV(Iesous o Nazoraios). Ora, noi abbiamo visto che l'aggettivo Nazoreo, come è sostenuto a gran voce da una schiera di accademici di tutto il mondo, non può significare Nazaretano, ovverosia abitante di Nazareth. Non possiamo fare a meno di notare che esiste anche un antico testo evangelico, che la chiesa definisce apocrifo, che fu composto in lingua semitica da una setta giudeo-cristiana, contemporanea di Gesù, il cui nome è, appunto, Vangelo dei Nazareni (o Nazorei). Non significa certo Vangelo dei cittadini di Nazareth!
Possiamo avere il piacere di consultare questo testo? Purtroppo no. Lo conosciamo solamente attraverso le citazioni effettuate da alcuni Padri della Chiesa, che lo criticano aspramente. Dalle parole di Epifanio e di Teodoreto sappiamo solamente che i Nazareni possedevano il "Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico… come fu originariamente scritto", che essi rifiutano gli insegnamenti di San Paolo, che "sono Giudei che onorano il Cristo come uomo giusto…".
Credere che i Nazareni fossero gli abitanti di Nazareth sarebbe esattamente come credere che i Domenicani siano gli abitanti di una città chiamata Domenica! Infatti i Nazareni erano i componenti di una setta religiosa il cui nome originale è Nozrim in ebraico e Nazorai in aramaico, forse, ma non sicuramente, con un possibile riferimento all'espressione ebraica NZR, indicante uno stato di purezza e di santità, che ritroviamo nell'antico testamento a proposito del voto di nazireato (i nazirei sono coloro che lasciano i capelli intonsi e accettano alcuni voti di purezza). Forse, se avessimo potuto consultare il Vangelo dei Nazareni, non avremmo trovato alcun cenno ad una città chiamata Nazareth.
Del resto lo stesso autore del vangelo di Matteo, per giustificare il fatto che la famiglia, al ritorno dall'esilio egiziano, avesse scelto Nazareth come residenza, compì una gaffe grossolana dichiarando "…perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: "sarà chiamato Nazoreo"". Ma non esiste alcuna profezia biblica che, con riferimento a Gesù, sostiene che egli sarà chiamato Nazoreo! Mentre ne esistono altre, per esempio a proposito di Sansone, in cui si dice che sarà Nazireo, ovverosia che sarà consacrato ai voti del Nazireato ebraico… non certo che abiterà a Nazareth!
Adesso, se colleghiamo tutte le osservazioni, 1 – archeologiche, 2 – storiche, 3 – letterarie, che abbiamo appena fatto, con la consapevolezza che il titolo "Nazareno" non significa affatto "cittadino di Nazareth", ma è un titolo religioso o settario, allora ci accorgiamo di avere veramente parecchi motivi per credere che la narrazione evangelica nasconda qualcosa di molto interessante.
Eppure non è ancora tutto: stiamo per scoprire un altro sorprendente motivo, 4 – geografico, per essere convinti che gli evangelisti abbiano nascosto la vera identità della città di Cristo:
"…lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio…" (Lc IV, 29-30)
Esaminando le narrazioni evangeliche, che descrivono i movimenti di Gesù relativamente alla sua città, non otteniamo informazioni precise sulla posizione geografica della medesima, ma spesso ricaviamo l'impressione che Nazareth non potesse trovarsi dove essa è oggi: 36 chilometri di strada ad occidente del Lago Kinneret (il cosiddetto mare di Galilea), circa 600 metri più in alto. Per percorrere quella distanza e quel dislivello, al tempo in cui si viaggiava a piedi o a dorso di mulo, occorreva certamente più di un giorno; almeno per il ritorno, che si svolgeva in salita. Ho percorso numerose volte quel tragitto in macchina, nell'uno e nell'altro senso, e mentre lo facevo immaginavo un contadino, un pastore, o una popolana, che si sorbivano tutta quella salita, fra stradelle sassose, sotto il sole cocente, per una durata di un giorno o due (sto parlando del solo ritorno), perché si erano concessi una pausa nella loro ordinaria attività al fine di andare a sentire il predicatore che era solito scegliere come pulpito una barca nei pressi della riva del lago. Poteva la gente concedersi tre giorni o più di faticosa assenza, così lontano da Nazareth?
Ci sono brani, specialmente dal vangelo secondo Matteo, in cui sembrerebbe che egli, partito dalla regione di Genezaret (che è sulla sponda galilea del lago), compia una traversata e giunga a casa sua (cioè dall'altra parte, nel Golan) e che da qui, in compagnia dei discepoli, si ritiri alla ricerca di un luogo appartato "su una barca", mentre la folla decide di seguirlo. Ovviamente una città a più di 30 chilometri dal lago e con un dislivello di 600 metri, posta nel mezzo delle campagne di Galilea, a ovest del lago, non si concilia con un simile svolgimento dei fatti.
Segue la prima moltiplicazione dei pani e dei pesci, terminata la quale egli "ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla…", "…compiuta la traversata, approdarono a Genezaret" cioè sul lato occidentale, facendo chiaramente capire che in precedenza egli si trovava sul lato orientale. Ma la sua città, allora, dov'era? Di qua o di là?
L'evangelista Marco scrive cose di questo genere:
"…intanto si ritirò presso il mare (il lago Kinneret) con i suoi discepoli e lo seguì molta folla… salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono con lui… entrò in casa e si radunò attorno a lui molta folla, al punto che non potevano nemmeno prendere cibo… allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo… giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare… di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare (di Galilea). E si riunì intorno a lui una folla enorme…"
Naturalmente, con questo, non abbiamo raccolto prove definitive, ma dobbiamo ammettere che, da alcuni dettagli della narrazione evangelica, che la città di Cristo sembra possedere caratteristiche che non si adattano molto bene alla Nazareth che conosciamo:
1 – sembra trovarsi su un monte (infatti su questo "monte", che il Vangelo nomina con una certa insistenza, c'erano case, folla, i suoi parenti, e pertanto non poteva essere semplicemente un luogo selvatico in cui andava a ritirarsi);
2 –sembra trovarsi in prossimità del lago (altrimenti la gente non avrebbe potuto percorrere oltre 30 km, e un dislivello di 600 m, con tanta disinvoltura);
3 – sembra trovarsi sulla sponda orientale (Golan) e non su quella occidentale (Galilea);
Ora, dobbiamo riconoscere che queste sono poco più che vaghe indicazioni, non si tratta, fin qui, del presupposto geografico a cui accennavo poc'anzi. Questo è molto più consistente e importante e riguarda la conformazione della città che, secondo i vangeli, e secondo Luca in particolare, dovrebbe trovarsi su un monte a ridosso di un precipizio. Nei giorni che ho trascorso in essa ho potuto constatare, nonché fotografare, il suo aspetto generale: come abbiamo già detto Nazareth è situata fra dolci colline stondate e la parte nella quale la tradizione colloca il villaggio di Gesù è in basso, al centro di un avvallamento, fra leggeri pendii. Come ha potuto Luca scrivere le seguenti parole?
"…Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore". Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: – Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi – … All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò…"
A Nazareth non c'è alcun ciglio del monte né, tantomeno, alcun precipizio! Specialmente nella zona considerata la più antica che, come si direbbe oggi in parole povere, è addirittura… "in buca".
Di quale precipizio parla l'evangelista Luca?
E di quale sinagoga se, come abbiamo già detto, a Nazareth non ci sono i resti di alcuna sinagoga dei tempi di Gesù?
A dir la verità esiste una cittadina che:
1 – è situata proprio sulla gobba di un monte;
2 – in prossimità del lago di Tiberiade (8 km);
3 – sulla sponda orientale (Golan);
4 – ha i resti evidenti di una sinagoga dei tempi di Cristo;
5 – è situata a cinque minuti da uno spaventoso precipizio;
E' Gamala!
Fermiamoci un attimo per una riflessione critica: tutto quello che abbiamo detto finora ha senz'altro un impatto molto forte. Le argomentazioni non sono vaghe: il titolo Nazareno, il precipizio, la montagna, la latitanza archeologica e letteraria… E' tutto molto stimolante ma, se vogliamo essere onesti, sarà giusto avanzare anche l'obiezione naturale che qualunque persona intelligente, a questo punto, avrà sentito nascere nella sua mente: per quale irresistibile motivo gli evangelisti avrebbero dovuto mettersi d'accordo nello spostare la patria di Gesù da un paesello del Golan ad un altro paesello della Galilea? E poi per affrontare tutte le conseguenze di questo spostamento? Ovverosia i cambiamenti di nome, le incongruenze, i precipizi che mancano, insomma tutti i pasticci che insorgono inevitabilmente quando si decide di raccontare… una bugia. E' vero che abbiamo raccolto molti interessanti indizi, ma ci manca la cosa più importante: non c'è accusa che possa convincere un giudice se non c'è anche l'evidenza di un valido movente.
Ebbene, la risposta a queste necessarie obiezioni non solo esiste, ma finisce per diventare essa stessa un indizio, il più grosso degli indizi, che si aggiunge a quelli che abbiamo visto finora.
Altrove abbiamo visto che la letteratura evangelica del canone ecclesiastico rivela un intento permanente dei suoi autori. Essi erano spinti dalla necessità irrinunciabile di spoliticizzare il loro Messia; di "de-messianizzarlo"; di renderlo estraneo alla lotta patriottico religiosa degli ebrei; al tema della ricostruzione del Regno di Dio inteso in senso giudaico come Regno di Yahweh; di scorporarlo definitivamente dall'ambito dei movimenti esseno-zeloti che rappresentavano la dissidenza politica e spirituale al contempo, purista, integralista e fondamentalista, ostile ai romani. Può lo spostamento della città di Cristo da Gamala a Nazareth avere qualcosa a che fare con questo intento di spoliticizzazione?

Non solo può, ma è un elemento fondamentale di questa operazione finalizzata a rappresentare Gesù come il salvatore apolitico, il redentore delle anime che non intende affatto combattere i regni terreni né costruirne alcuno. Infatti Gamala era un famoso quartier generale della lotta zelota, che aveva dato filo da torcere alle legioni di Vespasiano e, se si fosse saputo che l'uomo crocifisso da Pilato in quanto aspirante re dei Giudei era nato e cresciuto in quella città, l'operazione di spoliticizzazione sarebbe stata assai meno facile. Se poi si fosse addirittura conosciuta la vera identità dei suoi genitori, allora tale operazione sarebbe stata del tutto impossibile.
Analizzando la storia di Gamala, per esempio leggendo le opere di Giuseppe Flavio, possiamo facilmente sapere che questa cittadina sulle alture del Golan era la patria del famoso ribelle Giuda "il galileo"; chiamato così come tutti gli appartenenti alla sua setta (come anche i seguaci di Gesù). Non solo, ma scopriamo che la città era la patria di origine degli zeloti, degli intransigenti messianisti, dei ribelli fondamentalisti che volevano portare a compimento, ad ogni costo, le profezie messianiche sul riscatto di Israele e sulla ricostruzione del regno di Davide.
Fra quelle rovine sono state trovate alcune monete che non esistono da nessun'altra parte e che, pertanto, sono un tipico prodotto dell'ambiente culturale della città. Esse costituiscono un manifesto ideologico del movimento messianico, dal momento che sulle due facciate recano le seguenti iscrizioni:
Lege'ulat Yerushalem Hak (Dosha)
"per la salvezza… (di) Gerusalemme la Santa"
dimostrando così che lassù, nel Golan, più di 150 km a nord di Gerusalemme, si trovava una comunità talmente impegnata nella causa messianica da coniare monete che erano autentici inni patriottico-religiosi.
Ai tempi in cui Erode il Grande era un giovane in carriera, speranzoso di arrivare alle altezze politiche che poi raggiunse, egli dovette affrontare in Galilea una "banda" di intransigenti fondamentalisti yahwisti, capeggiati da un certo Ezechia. Giuseppe Flavio ce lo descrive come un dottore (cioè un rabbi) della città di Gamala. Erode riuscì a uccidere il pericoloso capopolo.
Più tardi, alla morte di Erode, il figlio di Ezechia, Giuda, anch'egli di Gamala, erede della causa patriottico religiosa per cui era morto il padre, e animato da un odio personale nei confronti della dinastia erodiana, uscì allo scoperto con azioni antiromane, che riscossero significativi successi militari. Egli, come ci dice il solito Giuseppe Flavio, inventò la setta degli zeloti, che aveva senz'altro una grossa affinità con quella degli esseni del Mar Morto. Giuda, detto il galileo, sollevò un'altra importante rivolta durante il censimento della Palestina supervisionato da Quirino, all'epoca in cui Luca ambienta la nascita di Gesù. Questa volta Giuda ci lasciò la pelle, e con lui una gran quantità di zeloti, che furono crocifissi.
Più tardi ancora i figli di Giuda, anch'essi di Gamala, convinti di essere i depositari di un mandato messianico a carattere familiare, e quindi dinastico, continuarono la lotta del padre e del nonno. Fra costoro Giacomo e Simone, arrestati e giustiziati esattamente quando, secondo la tradizione evangelica, furono arrestati gli apostoli… Giacomo e Simone, con l'accusa di attività sovversive.
E poi Menahem, ultimo figlio di Giuda, che, durante i giorni terrificanti della guerra giudaica, riuscì, unico fra tutti i membri di questa dinastia con ambizioni messianiche, ad indossare la veste rossa del Re dei Giudei (la stessa ambizione che procurò a Gesù Cristo i chiodi nelle mani e nei piedi), sebbene per un breve periodo, prima che le fazioni avverse lo liquidassero.

Ad un certo punto i romani si resero conto che Gamala non poteva continuare ad esistere. Essa, nella storia del dominio romano sulla Palestina, costituisce un perfetto parallelo di quello che, pochi anni dopo, sarà il destino di Masada. E così, come abbiamo già detto, risoluti ad estirpare questo pericolosissimo quartier generale zelota, mandarono Vespasiano, con le sue legioni, a farla finita. In effetti Vespasiano, dopo lungo e doloroso assedio, ce la fece, Gamala fu trasformata in una catasta di macerie e Vespasiano ne ricavò la gloria sufficiente a diventare imperatore.
Poteva il Gesù Cristo dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo essere riconosciuto come un cittadino di Gamala? Anzi, come un membro della dinastia del vecchio Ezechia? Come il depositario di una eredità messianica per cui si erano sparsi fiumi di sangue ebreo e romano? Si poteva riconoscere che i suoi fratelli, Giacomo, Simone, Giuda il gemello (Toma in ebraico, Thomas in greco, Tommaso in italiano), elencati come apostoli negli elenchi sinottici, erano i figli di Giuda il galileo?
Si poteva riconoscere suo padre come il terribile capo zelota Giuda, della città di Gamala? Si noti, a questo proposito, un fatto curioso e significativo: il vangelo di Marco, capostipite degli altri, certamente utilizzato come base dai redattori dei testi attribuiti a Matteo e a Luca, non conosce Giuseppe il falegname. Il buon uomo non c'é nella narrazione marciana, perché, probabilmente, non era ancora stato inventatato come controfigura di Giuda.
Ecco dunque come si siano potuti ottenere ben… tre piccioni con una sola fava. Spostando la patria di Gesù Cristo da Gamala ad una ipotetica Nazareth di Galilea i redattori dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo hanno ottenuto ben tre risultati simultanei:
1 – hanno allontanato Gesù da quella città infame che si portava addosso tutta l'eredità della causa messianica,
2 – hanno mascherato il significato settario del titolo Nozri (ebr.), Nazorai (aram.), Nazoraios (gr.),
3 – hanno purgato l'aggettivo galileo, che stava appiccicato addosso ai membri della dinastia del vecchio Ezechia, come indicativo di una militanza rivoluzionaria, poiché le azioni di questo movimento erano iniziate in Galilea e si erano poi svolte in quella regione (a Sefforis per esempio, dove gli arsenali militari erano stati saccheggiati dai ribelli).

Questo è il movente che spiega tutto e che diventa una prova, ancor più di quanto non lo siano tutte quelle cose che abbiamo già detto sopra su Nazareth, sulla montagna, sul precipizio, sulla sinagoga, sul lago, ecc…
Adesso cominciamo veramente a capire anche il motivo dello straordinario accanimento persecutorio degli imperatori romani, nel primo secolo, contro i pericolosi seguaci del Messia giudeo. Non si trattava affatto dell'avversione nei confronti del concetto monoteistico, o della teologia della resurrezione e via dicendo. Se i romani avessero avuto questi pregiudizi religiosi avrebbero passato a fil di spada tutti gli ebrei, perché non ce n'era uno fra loro, nemmeno fra i moderati antimessianisti, nemmeno fra i conniventi sadducei, che avrebbe accettato di adorare gli dei romani, o lo stesso imperatore come dio. Questa è solo la scusa, storicamente scorretta, con cui i cristiani moderni cercano di giustificare una persecuzione che, se fosse stata condotta contro di loro per quei motivi, avrebbe dovuto essere condotta anche contro molti altri. In realtà c'erano alcuni ebrei particolari, i messianisti (=chrestianoi in greco; christiani in latino), indottrinati dalle scritture essene o dalle teorie di Giuda il galileo, che non avrebbero mai dichiarato pubblicamente che il loro padrone era Cesare (kaisar despotes). Ed era per questo, e solo per questo, che essi venivano condannati a morte.
Vediamo ora i punti di contatto fra Gesù il galileo e Giuda il galileo.

  Caratteristiche di
Giuda il galileo
Caratteristiche di
Gesù il galileo
La politica di obiezione fiscale Giuda invitava gli ebrei a non pagare le tasse ai romani, poiché ciò sarebbe stato sacrilego, come riconoscimento all'imperatore romano di una sovranità su Israele che spettava esclusivamente a Yahweh; Gesù è stato accusato per questioni relative all'obiezione fiscale ("Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" Lc XXIII, 2). Si noti la perfetta coincidenza delle tre accuse coi temi del movimento di Giuda;
La denominazione I componenti della sua setta erano definiti "galilei"; il movimento di Gesù era conosciuto col nome "i galilei" ("In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo" Lc XXII, 59; "Una serva gli si avvicinò e disse: Anche tu eri con Gesù, il Galileo!" Mc XXVI, 69);
Gli obiettivi L'ambizione messianica (che fu coronata da uno dei figli di Giuda, Menahem, il quale, durante la terribile guerra del 66-70 d.C., riuscì, seppure per breve tempo, ad indossare la veste messianica in Gerusalemme); Gesù vantava una ambizione messianica, ovverosia il diritto al trono di Israele, al punto da essere definito "figlio di Davide" per numerose volte nella narrazione evangelica. Inoltre tutta la sua famiglia, anche molto dopo la sua morte, continuava a vantare un diritto dinastico ("Quando lo stesso Domiziano ordinò di sopprimere i discendenti di Davide, un'antica tradizione riferisce che alcuni eretici denunciarono anche quelli di Giuda (che era fratello carnale del salvatore) come appartenenti alla stirpe di Davide e alla parentela del Cristo stesso. Egesippo riporta queste notizie, dicendo testualmente: "Della famiglia del Signore rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detto fratello suo secondo la carne, i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide"". Questo passo di Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica) mostra in modo fin troppo chiaro due cose: che Gesù aveva dei fratelli carnali, e che costoro e i loro discendenti, dopo la morte di Gesù, continuarono a perseguire la medesima causa dinastica, per la quale furono perseguitati dai romani);
Le azioni L'incitazione del popolo alla rivolta e l'avere acceso, più volte, focolai di ribellione; Gesù è stato accusato per azioni sovversive ("Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, … e affermava di essere il Cristo re" Lc XXIII, 2);
Le conseguenze Praticamente tutti i suoi figli sono stati condannati a morte per la loro attività messianica; Gesù è stato giustiziato dai romani per attività messianica ("Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei" Mc XV, 25);
La provenienza Gamla. La città di Gesù, secondo la descrizione lucana, deve trovarsi nelle strette vicinanze di un precipizio, caratteristica questa che manca del tutto a Nazareth mentre calza a perfezione su Gamla.

 

Gli elementi di collegamento fra Gesù e Giuda il galileo sono sorprendenti. Ed è proprio questo fatto che ha determinato un atteggiamento severamente censorio da parte dei redattori dei Vangeli coerenti con l'insegnamento riformista di Paolo. Costoro, nel trasmettere l'immagine di un Salvatore che non avesse relazioni col messianismo classico degli ebrei (esseni e zeloti), erano obbligati a "purgare" completamente l'immagine del loro Messia da ogni connotazione che potesse ricollegarlo con la sua città di origine, col suo movimento, con la sua famiglia.
In effetti la relazione fra Giuda e Gesù può essere immaginata ancora più stretta che non la semplice condivisione di una causa politico religiosa. Se notiamo che i fratelli di Gesù hanno nomi uguali a quelli dei figli di Giuda il galileo; non solo, ma che due fratelli di Gesù (gli apostoli Giacomo e Simone) sono stati arrestati e probabilmente giustiziati nello stesso momento in cui sono stati arrestati e giustiziati due figli di Giuda il galileo, di nome, appunto, Giacomo e Simone, allora possiamo avanzare l'ipotesi che Gesù avesse derivato la sua ambizione messianica proprio dal fatto di essere il figlio primogenito del celebre Giuda il galileo.

Del resto, se leggiamo con atteggiamento storico critico i racconti evangelici sulla nascita di Gesù, possiamo giungere ad una inequivocabile conclusione: che i redattori erano intenzionati a collocare il loro Salvatore in una cornice del tutto leggendaria e, soprattutto, a sradicarlo completamente da quelle che erano state le origini dell'uomo che era stato giustiziato da Ponzio Pilato.
Scrive a questo proposito lo studioso E. B. Szekely:

"Il padre di Cristo non era l'oscuro e inconsistente Giuseppe dei Vangeli, che è stato rimpiazzato dall'angelo Gabriele e dallo Spirito Santo nel compimento della funzione maritale, ma un uomo austero, di bell'aspetto, che apparteneva ad una nobile famiglia, che era il fondatore del "Messianismo" come setta, da cui, più tardi, sono derivati i "Cristiani"… Il suo vero nome era Giuda il golanita e veniva da Gamala…" (The essene origins of Christianity, IBS, USA, 1980).
Anche G. Jossa in un suo saggio di ispirazione cattolica, finalizzato a distinguere il movimento di Gesù dai movimenti di liberazione della Palestina, è costretto ad ammettere quanto segue:
"Giuda è un profeta, un nabi, che riprende con assoluta urgenza l'attesa messianica nazionale di Israele. Al centro della sua predicazione è l'annuncio della venuta del Regno di Dio e la richiesta di collaborazione del popolo alla sua realizzazione … Vari elementi sembrano avvicinare le due figure di Giuda di Gamala e Gesù di Nazareth. Innanzitutto l'origine galilaica e laica, intesa non puramente come elemento geografico e sociologico, ma come espressione di una religiosità diversa da quella dell'ambiente sacerdotale di Gerusalemme … Giuda e Gesù sono stati chiamati entrambi 'galilei'; fatto che rende talvolta difficile l'identificazione sicura del gruppo religioso indicato nelle fonti con questo nome…" (G. Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, Brescia, 1980).

Gli insediamenti umani, a Gamla, risalgono alla prima età del bronzo. Per quanto riguarda gli ebrei sembra che essi abbiano cominciato ad occuparla non prima del ritorno dall'esilio babilonese, nel sesto secolo a.C. Lo stesso Giuseppe Flavio ci dice che, all'epoca di Erode, viveva in questa città il celebre Giuda detto il galileo: "C'era un certo Giuda, un gaulonita, di una città il cui nome era Gamala…" (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae, XVIII, I). A quel tempo la città doveva essere ricca perché gli scavi archeologici hanno svelato alcuni interessanti aspetti della sua vita economica. La coltivazione delle olive e la produzione di olio era una industria molto importante a Gamla, e la sua esportazione aveva fatto la fortuna della città. Ancora oggi è possibile visitare il grande frantoio al centro del quale si trova la base circolare, in pietra, sulla quale girava la pressa rotante. Il paesaggio intorno doveva essere costellato di uliveti, mentre oggi non se ne vede uno. All'interno dell'area urbana è stata trovata gioielleria, anelli d'oro, oggetti in vetro, osso e avorio, profumi, monete d'argento.

La città era strettamente giudaica, lo provano la totale assenza di decorazioni che non siano semplicemente geometriche (la religione ebraica vieta la rappresentazione della figura umana), nonché la presenza di una bellissima sinagoga e di numerose miqweh simili a quelle che si possono trovare a Qumran e a Masada.

Un'ala del movimento messianico ebbe origine proprio in questo luogo; fu fondata da Giuda detto il galileo, ed era fortemente impegnata su temi di cui abbiamo già parlato, per esempio l'obiezione fiscale. I componenti della famiglia di Giuda rivendicavano un autentico diritto dinastico al trono di Israele, considerandosi "figli di Davide", al punto che Menahem, figlio del famoso Giuda, riuscì addirittura a indossare la veste del messia in Gerusalemme e a farsi re dei Giudei, sebbene per breve tempo.
Oltre sessanta anni dopo la distruzione del tempio, ovverosia intorno al 135 d.C., un altro discendente di Giuda il galileo si propose ancora come "figlio di Davide" e avanzò pretese messianiche, si tratta di un certo Simon bar Kokhba (Simone, figlio della stella) che accese una seconda rivolta antiromana, destinata anche questa al fallimento.

Giuseppe Flavio ci racconta la storia della tragica finedi questa città, che fu presa di mira dallo stesso Vespasiano (prima che costui diventasse imperatore), in quanto roccaforte del più intransigente movimento messianista, ed espugnata dopo un lungo assedio. Il suicidio in massa degli abitanti di Gamala ricorda in maniera inequivocabile lo stesso gesto compiuto anche dagli zeloti asserragliati a Masada, e crea un ulteriore collegamento della città di Gamala coi movimenti messianici.

Ecco dunque l'anello mancante che cerchiamo, affinché tutta la lunga serie di indizi possa essere avvalorata dall'esistenza di un valido motivo per cui gli evangelisti avrebbero effettuato la loro censura storica.
In seguito alla riforma teologica operata da San Paolo, che aveva creato la figura di un salvatore de-messianizzato, ovverosia reso estraneo alla lotta politico-religiosa dei messianisti e coerente con le immagini teologiche dei salvatori greco-orientali (il Soter, il Saoshyant, e il Buddha), i redattori del Vangelo neo-cristiano (uso il prefisso neo per distinguere questo cristianesimo de-messianizzato da quello strettamente giudaico dei seguaci di Cristo) erano fortemente motivati a scindere la figura del loro salvatore da quella dell'aspirante Messia dei Giudei che proveniva da Gamala, probabilmente dalla stessa famiglia di Giuda il galileo, e che era ben noto ai romani per la sua inequivocabile connotazione esseno-zelotica. Guai a ricordare che il Cristo era nato e cresciuto a Gamala, dopo che questa città riottosa aveva dato tanto filo da torcere ai romani, e aveva impegnato lo stesso Vespasiano in un difficile assedio, per alcuni mesi, prima di cadere finalmente sotto il ferro e il fuoco dei legionari.

A questo punto non possiamo fare a meno di ricordare la famosa frase in cui Gesù dice: "…non può restare nascosta una città collocata sopra un monte…" (Mt V, 14) facendo venire in mente, per un'altra volta, Gamala.
Su questo fatto mi è stato segnalato, dal dr. Pietro Le Mura, della Stanford University (California – USA), un particolare molto importante: infatti lo studioso mi ha inviato un e-mail in cui si fa notare che il Vangelo di Tomaso (uno scritto gnostico, considerato apocrifo dalla Chiesa e fatto scomparire fin dai primi secoli, finché il caso non ha voluto farlo tornare alla luce in questo secolo a Nag Hammadi, in Egitto) ai versi 31 e 32 recita quanto segue:
"…Gesù disse, "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti… una città costruita su un'alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta"…".
Parole di questo genere sono presenti già nei Vangeli di Matteo e Marco; è il famoso brano "…nemo profeta in patria…", che tutti conoscono, nel quale si parla della città di residenza di Gesù.
Ora, è estremamente significativo il fatto che, in associazione a quel brano, il Vangelo di Tomaso aggiunga la frase relativa alla "città costruita su un'alta collina e fortificata". Anche nei Vangeli canonici è presente una frase simile: "…non può restare nascosta una città collocata sopra un monte…" ma, coerentemente con l'intento censorio di cui abbiamo parlato, sono state operate due modifiche dagli autori del testo:
1 – questa frase è stata allontanata dal brano che parla della città di Gesù, affinché non ci sia alcun riferimento;
2 – è stato tolto l'aggettivo "fortificata", dal momento che parlare di una città fortificata e costruita su un'alta collina avrebbe costituito un richiamo fin troppo esplicito alla famosa Gamla che era stata espugnata da Vespasiano durante la tremenda guerra degli anni 66/70.
Aggiunge il dr. Le Mura, dalla California: "…Interessante, no? La mia ipotesi e' che [il Vangelo di Tomaso] stia appunto parlando di Gamla…".
 – David Donnini –

DAVID DONNINI: IL MISTERO DI BARABBA

Un sito, quello di David Donnini, che consiglio a tutti di visitare per la serietà e la competenza dell'autore, per l'accuratezza delle sue ricerche nonché per l'originalità delle sue scoperte storiche, archeologiche, filologiche, ermeneutiche.
 

Il mistero di Barabba

Novum Testamentum Graece et Latine pagina 101

Si osservi attentamente il documento riportato qui sopra. Si tratta di alcuni passi tratti dalla pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933). Nella parte superiore, evidenziato in rosso, troviamo il verso 16 del capitolo 27 del vangelo secondo Matteo. Nella parte inferiore, sotto la riga orizzontale abbiamo la relativa nota a piè di pagina.

La versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (1976) del vangelo secondo Matteo traduce quel verso nel seguente modo:

"Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba"

Mentre la Sacra Bibbia (Traduzione dai Testi Originali), edita dalle Edizioni Paoline nel 1964, traduce così:

"Egli aveva allora in carcere un detenuto famoso, detto Barabba"

Ancora, il Nuovo Testamento – Parola del Signore, pubblicato nel 1976 dalla Elle Di Ci (Leumann, Torino), traduce così:

"A quel tempo era in prigione un certo Barabba, un carcerato famoso"

E, infine, il Nuovo Testamento, Nuova Revisione 1992 sul Testo Greco, della Società Biblica di Ginevra, traduce così:

"Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba"

Innanzitutto notiamo che le traduzioni sono abbastanza diverse e che tali variazioni possono produrre importanti discordanze nei significati. Questo prigioniero famoso era "detto Barabba", "un certo Barabba" o "di nome Barabba"?
E' sicuro che "detto", da una parte, e "di nome" o "un certo", dall'altra parte, lasciano intendere due cose molto differenti. Nel primo caso Barabba sembra un soprannome, mentre nel secondo e nel terzo caso sembra trattarsi di un nome proprio: quel prigioniero si sarebbe chiamato proprio Barabba.
Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che ci stiamo ponendo una questione abbasta irrilevante, ma non è affatto così. Infatti stiamo toccando uno dei problemi più delicati di tutta l'analisi della letteratura evangelica, perché dietro al personaggio di Barabba, alla sua vera identità e al suo ruolo nella circostanza del processo che Cristo ha subito dinanzi al procuratore romano Ponzio Pilato, si nasconde probabilmente una delle più importanti chiavi di comprensione del senso storico reale di quegli eventi.
Il testo greco usa il termine legomenon Barabban (leghomenon Barabban) che si traduce con "detto Barabba", "chiamato Barabba", "soprannominato Barabba", e ciò lascia intendere che quello non fosse il nome proprio, ma un titolo o un soprannome.
Eppure tutti conosciamo Barabba come una persona che si chiamava proprio così, e sappiamo anche che era stato messo in prigione perché era un brigante, forse un ribelle. Almeno, questo è ciò che la tradizione ci ha sempre fatto pensare di lui.
Ma torniamo al Novum Testamentum e osserviamo la nota a piè di pagina che si riferisce al verso 16 del vangelo di Matteo. In essa sono riportate le varianti che si possono trovare in alcuni antichi manoscritti evangelici. Nel nostro caso la nota è duplice e le due parti sono sepatare da una breve linea verticale.
Cominciamo dalla seconda parte. Essa ci dice che dopo il termine "Barabba" alcuni antichi testi recano una frase non breve:

"eicon de tote desmion epishmon Ihsoun Barabban, ostiV hn dia stasin tina genomenhn en th polei kai jonon beblhmenoV eiV julakhn"

"il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"

In pratica, dai testi antichi è stata scartata una frase dalla quale si può capire abbastanza chiaramente che Barabba era stato arrestato nella circostanza di una sommossa, che si era verificata in città, durante la quale era stato commesso un omicidio. Chi aveva commesso l'omicidio? Barabba? Se consultiamo il vangelo secondo Marco (Mc 15, 7), in un passo parallelo, possiamo leggere:

"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio"

Il verbo "avevano commesso" è coniugato al plurale, non al singolare, e si riferisce ai ribelli, non a Barabba. La frase significa semplicemente che Barabba era rinchiuso nel carcere in cui si trovavano i ribelli, non ci obbliga a credere che egli stesso fosse un ribelle e che avesse partecipato al delitto.
In fin dei conti nemmeno il vangelo secondo Matteo lo dice; anzi, affermando che costui era stato arrestato in occasione di quel tumulto e di quell'omicidio, non dà affatto l'impressione che Barabba fosse uno degli insorti né, tantomeno, l'omicida.
Il vangelo di Luca contiene una frase (Lc 23, 19) assolutamente identica a quella omessa dal testo di Matteo, di cui abbiamo già visto sopra il testo greco, ma essa (si faccia bene attenzione) viene tradotta comunemente in modo scorretto, attribuendogli così significati che essa non può e non deve avere; per esempio una versione del Nuovo Testamento, che si definisce "traduzione interconfessionale in lingua corrente", la riporta nei seguenti termini:

"…era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città ed aveva ucciso un uomo"
[Parola del Signore, Elle Di Ci, Leumann (To), 1976]

La traduzione corretta, lo ripetiamo, è: "…si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio…", infatti le parole "dia stasin tina" possono essere tradotte con "in occasione di una sommossa", "poiché c'era stata una sommossa", "nel luogo della sommossa", "durante una sommossa", ma non si potrà mai tradurre "aveva preso parte ad una sommossa", e neanche "aveva ucciso un uomo". Questo non è assolutamente scritto nel testo originale, è una forzatura che altera molto il senso della frase, facendo diventare arbitrariamente Barabba il soggetto di una azione che, invece, è stata compiuta dagli altri ribelli.
La lettura dei vangeli sinottici, eseguita fedelmente alle versioni in lingua greca, ci dà buoni motivi per pensare che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l'omicidio, ma solo che egli sia stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili. Ci dicono, tra l'altro, che costui non era uno sconosciuto ma un personaggio famoso.

La osservazione più interessante la facciamo senz'altro nel momento in cui osserviamo la prima parte della nota 16 presente nel Novum Testamentum. Essa ci dice che in alcuni antichi manoscritti, al posto di "legomenon Barabban" (leghomenon Barabban = detto Barabba), troviamo quest'altra espressione: "Ihsoun Barabban " (Iesoun Barabban = Gesù Barabba). La nota ci conferma che il personaggio non si chiamava Barabba, ma che questo era un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù. Diciamo la verità, è quasi uno shock! Sembra che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato abbia presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi "figlio di Dio", e un certo Gesù, molto noto a tutti col titolo "Barabba". Due Gesù in un colpo solo. Forse è proprio per evitare questa eccezionale omonimia che i traduttori hanno omesso il nome del personaggio che è stato liberato, e l'hanno presentato solo come Barabba. Ma si tratta di semplice omonimia? Le nostre scoperte, e ne abbiamo già fatte tante, non sono finite. Adesso infatti si rende necessaria una domanda: qual'è il significato del soprannome Barabba?

Per giungere ad una risposta facciamo un passo indietro nel tempo, fino all'interrogatorio che Gesù, qualche ora prima, aveva subito in casa del sommo sacerdote. Costui, che aveva nome Caifa, vistosi nella difficoltà di trovare un capo d'accusa valido per emettere una sentenza di morte (così narra il vangelo), ad un certo punto avrebbe chiesto a Gesù: «sei tu il figlio di Dio?», e Gesù a lui: «tu l'hai detto». Attenzione: la vicenda del processo davanti alle autorità ebraiche, così come è descritta dalla narrazione evangelica, tradisce la presenza di gravi anomalie, anche perché l'idea di un procedimento svoltosi in quelle condizioni è del tutto inaccettabile. I tempi, i modi, il luogo e tanti altri elementi incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci mostrano che quello non poteva essere un processo regolare, come molti autori hanno validamente osservato. Al contrario, tutto lascia facilmente intuire che deve essersi trattato di un interrogatorio informale, svoltosi nel corso di azioni confusionarie e sbrigative, nell'intervallo di tempo che separava l'arresto dell'uomo sul monte degli ulivi e la sua consegna alle autorità romane, presso le quali avrebbe dovuto svolgersi il vero ed unico processo che ha condotto Gesù ad una condanna a morte e alla sua esecuzione. Un processo voluto dai romani per sedizione.

Ora, noi sappiamo che gli ebrei non potevano assolutamente pronunciare la parola tabù "Dio", e che il sommo sacerdote non si sarebbe mai azzardato a pronunciarla in quella occasione. Ma se egli ha veramente posto la domanda, in che modo ha potuto chiedere a Gesù se era «il figlio di Dio»? La risposta è semplicissima, gli ebrei usavano molti termini diversivi per riferirsi a Dio (Adonai, Eloah, il Signore, il Padre…). Anche Gesù, nei racconti evangelici, parla spesso di Dio ma, rivolgendosi ad un pubblico di ebrei ed essendo egli stesso un ebreo, usa uno di questi termini diversivi: "il Padre mio", "il Padre che è nei cieli". Nel vangelo secondo Marco (Mc 14, 36) leggiamo: "Abbà, Padre, tutto è possibile per te", in cui compare sia il termine tradotto (Padre) che quello originale usato dagli ebrei (Abbà). Ed ecco che per gli ebrei del tempo di Gesù "figlio di Dio" poteva essere reso piuttosto con "figlio del Padre". Anche nella liturgia latina troviamo comunemente "filius Patris", che è proprio la traduzione letterale dell'espressione usata dagli ebrei, nella corrente parlata aramaica, e quindi anche dal sommo sacerdote Caifa: "bar Abbà". Mentre in italiano, in mancanza del tabù ebraico, essa si è potuta trasformare senza problemi in: "figlio di Dio".
L'espressione "bar Abbà", può essere condensata, e diventa così "Barabba". La contrazione è del tutto normale: Barnaba, Bartolomeo… si tratta di termini di derivazione aramaica per "figlio di…". E' assolutamente sorprendente che, ai giorni nostri, a nessun cristiano educato e catechizzato sia mai stata fatta notare la questione, non del tutto irrilevante (!!!), che il termine Barabba corrisponda all'espressione usata dagli ebrei dei tempi di Gesù per dire figlio di Dio! Si è dunque voluta nascondere qualche evidenza?

Altro che shock! Infatti, se prima eravamo stati scioccati nello scoprire che Barabba si chiamava Gesù, ora siamo totalmente sconvolti nello scoprire il contrario, e cioè che… Gesù era definito Barabba! Ma quale razza di mistero si nasconde dietro questo intreccio straordinario di nomi e di titoli? E' mai possibile che durante il processo Pilato abbia presentato al popolo queste due persone:


1 – Gesù, che era detto figlio di Dio, cioè Barabba, che fu condannato e giustiziato,

2 – e Barabba, che però si chiamava Gesù, che fu graziato e rilasciato.

Non ci credo nemmeno io che sto scrivendo queste cose. Non ci può credere nessuno. Ma soprattutto, non è possibile crederci perché non è affatto così che sono andate le cose:


1 – non c'è mai stato un autentico processo davanti al sinedrio, Cristo è stato arrestato per volontà di Pilato che ha inviato per questo una coorte romana sul monte degli ulivi, un corpo di 600 soldati con un tribuno al comando;

2 – gli ebrei non hanno consegnato al procuratore l'accusato con la scusa di essere impossibilitati ad eseguire la sentenza di morte; ne hanno eseguite innumerevoli e ce le testimonia lo stesso Nuovo Testamento (Giovanni Battista, l'adultera che stava per essere lapidata dagli ebrei, lo stesso Gesù che ha rischiato più volte la lapidazione da parte degli ebrei, Stefano lapidato dagli ebrei all'indomani della morte di Gesù, Giacomo lapidato dagli ebrei sotto le mura del tempio…);

3 – i romani non hanno mai avuto l'abitudine di applicare le amnistie in occasione delle festività di altri popoli non latini, ma solo delle festività romane, e tantomeno liberavano in Palestina i condannati per reati gravi di sedizione, i condannati a morte;

4 – Pilato non è rimasto lì imbambolato ad aspettare che il popolo decidesse quale dei due doveva essere rilasciato, per poi lavarsene le mani e scarcerare il ribelle giustiziando un maestro spirituale; questa è una immagine assolutamente non veritiera e ridicola del praefectus Iudaeae; si legga Giuseppe Flavio per sapere chi e come era Ponzio Pilato;

5 – e il popolo degli ebrei non ha mai gridato "il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli" (Mt 27, 25), preannunciando la persecuzione perpetrata dai cristiani contro i cosiddetti perfidi giudei nell'arco di lunghi secoli.

Tutte queste sono scuse palesi per spostare la responsabilità della condanna dai romani agli ebrei. Questo infatti è uno dei presupposti della catechesi neo-cristiana, che ebbe origine nella mente di Paolo, il nemico di Simone e Giacomo, in aperta e stridente opposizione con la catechesi giudeo-cristiana, al prezzo di un grave pregiudizio antisemitico. Ci troviamo di fronte ad una presentazione finalizzata ad alterare il significato storico dell'evento. Si tratta di una presentazione funzionale alla dottrina antiessena e antimessianica elaborata da Paolo e successivamente sviluppata dai suoi seguaci ed eredi spirituali. I quali hanno progressivamente aumentato le distanze dall'ebraismo e hanno trasformato l'aspirante messia degli ebrei in un salvatore medio orientale, e il regno di YHWH dei giudei nel regno dei cieli dei cristiani.

Dal rebus di Gesù e Barabba scaturisce una ennesima conferma del fatto che i redattori dei vangeli neocristiani erano non ebrei, che scrivevano per un pubblico non ebreo, e che erano interessati a de-giudaizzare l'aspirante messia degli ebrei, scorporando dalla sua figura tutto ciò che apparteneva ad una personalità messianica, ovverosia ad un ribelle esseno-zelotico che aveva commesso gravi reati di sedizione contro l'autorità romana.
La dinamica dell'arresto, del processo, della condanna e della esecuzione, così come queste fasi sono descritte nelle narrazioni evangeliche, le quali mostrano fra loro grandi contraddizioni, è tale da rivelare una precisa intenzione di mascherare chi fosse realmente l'uomo che venne crocifisso, perché fu arrestato, da chi fu arrestato, perché fu giustiziato, facendo credere, alla fin fine, la tesi storicamente insostenibile che i romani siano stati vittime di un raggiro e che la volontà e la regia della condanna di Gesù siano del tutto ebraiche.

Dal rebus di Gesù e Barabba non scaturisce invece una soluzione su chi siano state queste due persone. Erano veramente due? Si tratta di una persona sola che ha subito uno sdoppiamento, come tanti altri personaggi della narrazione evangelica? Si tratta di due persone i cui nomi, titoli, ruoli e responsabilità sono stati intrecciati e confusi negli interessi della contraffazione storica? Sono forse i due aspiranti messia degli esseno-zeloti, quello di Israele (il capo politico) e quello di Aronne (il capo spirituale)? Se Gesù Barabba è il prigioniero che fu liberato, dobbiamo credere che Gesù non è mai stato crocifisso, coerentemente con quanto sostenuto dalla tradizione coranica e da altre tradizioni?

Abbiamo una lunga serie di domande, ma non abbiamo le risposte. E il mistero di Barabba, che pure ha portato alla luce alcuni importantissimi aspetti della questione, troppo spesso ignorati, diventa sempre più misterioso.

David Donnini

LA GRANDE BUFALA, ATTO SECONDO

verginitàO Imene imeneo …

Ma vi pensate quante tragedie familiari, quanti ripudi, quante umiliazioni della donna, quanti delitti d'onore, quante messe al bando dalla comunità, quante faide e vendette potevano essere evitate se uno stronzo d'evangelista ignorante non avesse confuso una parola con un'altra e una massa d'imbecilli invasati non gli fosse andata dietro? 

LA GRANDE BUFALA

Donne ebree al tempo di Gesù

Tale profezia nel testo ebraico non annuncia esplicitamente la nascita verginale dell’Emmanuele: il vocabolo usato (almah), infatti, significa semplicemente «una giovane donna», non necessariamente una vergine. Inoltre, è noto che la tradizione giudaica non proponeva l’ideale della verginità perpetua, né aveva mai espresso l’idea di una maternità verginale.
Nella traduzione greca, invece, il vocabolo ebraico fu reso col termine «parthenos», «vergine».

No, non è Odifreddi, ma Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi Mariane.

Altre interessanti spigolature

il sacrificio d

Sempre dal sito di CIVILTA' LAICA (anche questo, troppo divertente per non copiarlo)

Una satira trovata in rete e liberamente adattata.
Le citazioni sono però autentiche, e non sono da
prendersi troppo alla leggera perché, sia pure
non più letteralmente, ispirano a tutt'oggi (e forse
in parte spiegano) l'intolleranza ed il fanatismo insiti
nel pensiero cattolico.

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cara Radio Vaticana,
leggendo la Bibbia mi sono venute molte idee che attendono un Vostro illuminato chiarimento:

  • Vorrei vendere mia figlia come schiava, come sancisce Esodo 21:7.
    Quale pensate sarebbe un buon prezzo di vendita?
  • Quando sull'altare sacrificale accendo un fuoco e vi ardo un toro, so dalle scritture che cio' produce un piacevole profumo per il Signore (Lev.1:9). Il problema e' con i miei vicini: loro, che sono degli increduli laicisti, sostengono che l'odore non e' piacevole. Che fare?  
  • Il Levitico ai versi 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere.
    Un mio amico afferma che questo si puo' fare con i filippini, ma non con i francesi. Potete farmi capire meglio? Perche' non posso possedere schiavi francesi?
  • Un mio vicino insiste per lavorare di sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo personalmente?
  • Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei e' considerato un abominio (Lev. 11:10), lo sia meno dell'omosessualita'.
    Perché mai essere omosessuali è più grave che mangiare crostacei?
  • Sempre il Levitico ai versi 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all'altare di Dio se ho difetti di vista. Va bene lo stesso se uso un paio di occhiali?
  • Mio zio possiede una fattoria. E' andato contro Lev. 19:19, poiche' ha piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha violato lo stesso passo, perche' usa indossare vesti di due tipi diversi di tessuto (cotone/acrilico). E' proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della citta' per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, piu' semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come consiglia Lev. 20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?

     Luigi M. Nicolai