DI CERERE E PROSERPINA E DEL VIZIO DEI CRISTIANI DI APPROPRIARSI ANCHE DELLE FESTE ALTRUI

ratto di proserpina

CEREALIA

 I Cerealia erano una festa religiosa dell’antica Roma, celebrata il 12 aprile e seguita da giochi che duravano fino al 19 aprile, e dedicati a Cerere.

La cerimonia prevedeva il ricordo del mito di Cerere e Proserpina: la ricerca della figlia da parte della madre era rappresentata dal vagabondare delle devote per la città, reggendo una torcia  e vestite rigorosamente di bianco.

I giorni successivi erano celebrati i Ludi Cerealici, giochi che si tenevano al Circo Massimo, e ai quali gli spettatori assistevano vestiti di bianco.

Alla spettacolare processione partecipavano persone che sfilavano in silenzio tenendo in mano tante fiaccole accese.

Una folla di fedeli osannanti, si recava in processione, ed alcune giovinette portavano ghirlande di spighe mature e operavano culti segreti e misteriosi. All’approssimarsi delle feste in onore di Cerere era prescritto a tutti l’osservanza delle più severa castità.

IL CULTO DI CERERE

Cerere era una divinità materna della terra e della fertilità, nella religione romana, nume tutelare dei raccolti, ma anche dea della nascita, poiché tutti i fiori, la frutta e le cose erano ritenuti suoi doni, tanto è che si pensava avesse insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. Veniva rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro di grano e di frutta nell’altra.

Quando l’uomo cercò di spiegare gli eventi straordinari, i misteri che accompagnavano le cose della natura e che hanno portato alla formazione del mondo, la fantasia intervenne e così Cerere e Proserpina spiegarono il mistero dell’avvicendarsi delle stagioni.

Cerere-Demetra, era dea del grano e della fertilità, era figlia di Saturno-Crono e Rea. Sorella di Giove-Zeus.

La tradizione vuole che ad introdurre per prima la coltivazione del grano, sia stata proprio Cerere in Sicilia, l’isola rappresentava infatti la sede principale del culto della dea Cerere-Demetra, in particolare le era sacra la città di Enna, dove sorgeva un tempio a lei dedicato.

Ancora giovane e spensierata Demetra-Cere generò a Zeus-Giove, suo fratello, due figli: Iacco e la bella Core-Persefone o per i latini Proserpina.

Cerere è legata anche al mondo dei morti attraverso il Caereris mundus, una fossa che veniva aperta soltanto in tre giorni particolari: 24 agosto, 5 ottobre, 8 novembre. Questi giorni sono dies religiosi, vale a dire che ogni attività pubblica veniva sospesa perché l’apertura della fossa metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti; in quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolava l’esercito e non si tenevano i comizi. L’apertura del mundus era un momento delicato e pericoloso, non tanto per paura che i morti uscissero in massa invadendo il mondo dei vivi, ma al contrario perché il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.

LA STORIA

Nella tradizione tramandata oralmente, si racconta la leggenda  che nelle vicinanze di Enna, venne Cerere a fecondare le terre  e a portare la vita con la giocondità dei suoi doni; Cerere, sorella di Giove, era venerata come la dea che aveva insegnato agli uomini a coltivare i campi e a renderli rigogliosi, Cerere era la Madre terra.

Aveva una figlia incantevole di nome Proserpina, una fanciulla spensierata e allegra, che soleva giocare con le compagne nei verdi prati alla falde dell’Etna. Biondeggiavano esuberanti le messe dei campi e tutti gli Dei discendevano dall’Olimpo per assistere alla festa della natura creata da Cerere. Un giorno, Preserpina, in compagnia delle Oceanine e sotto lo sguardo materno, era intenta a cogliere i fiori del prato. Inavvertitamente si discostò dal gruppo, per prendere un Narciso: ed ecco che all’improvviso davanti a lei si apri la terra e sbucò dalle tenebre Plutone sulla sua carrozza trainata da cavalli prorompenti. In quell’attimo di sorpresa, Plutone afferrò la giovinetta e, incurante delle sue grida pietose, la trasse di forza nella carrozza e scompare nuovamente nelle viscere della terra. Un rapimento d’amore, visto che Plutone ghermì Proserpina per farne la sua sposa, ma in realtà la fanciulla fu condannata per sempre a vivere nel regno delle tenebre. Cerere allarmata dalle grida della figlia cominciò a cercarla in ogni dove, ma invano, poiché nessuno sapeva darle notizia. Calata la notte, accese alle falde dell’Etna due ramoscelli di pino, fiaccole improvvisate per rischiararsi la via. Così fece per nove giorni e nove notti, senza mai mangiare ne riposarsi.

La verità le fu al fine palesata da Elios, Dio sole, che le rivelò il rapimento da parte di Plutone, con il consenso di Giove. Cerere, distrutta dal dolore e dal tradimento del fratello, decise di ritirarsi, appartandosi dall’Olimpo, immersa nel tormento dell’animo e risentita contro tutti gli Dei, che in questa vicenda non si erano mossi ad aiutarla, contro le decisioni di Giove

Senza le cure della Madre terra, cessò dunque la fertilità dei campi e vennero i tempi della carestia e della morte. Giove vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò in più riprese messi ad ammansire l’indignata Cerere, la quale irremovibile nel suo dolore rispondeva che sarebbe tornata alle cure della terra, solo dopo avere riottenuto in vita Proserpina. Giove, allora spedì Mercurio come messaggero da Plutone.

Ma Proserpina aveva ormai perso la sua verginità, gustando il melograno, simbolo d’amore, che Plutone le aveva donato. Era dunque a tutti gli effetti la sua sposa, e non poteva più tornare, fanciulla, definitivamente da sua madre.

Giove, mosso a compassione, decise che Proserpina sarebbe ritornata ogni anno sulla terra insieme a Cerere per il  periodo,dalla stagione primaverile fino all’epoca del raccolto, che in  Sicilia, isola dal clima mite, si protrae sino in autunno inoltrato.

La leggenda quindi vuole che Proserpina risalga alla superficie della terra, per ricoprire di fiori tutta l’isola e portarvi il soffio creatore dell’abbondanza, per poi scomparire  alla’ apparire dell’inverno.

(Ovidio: nell’episodio delle “Metamorfosi” dedicato a “Cerere e Proserpina” – Qui la fonte del post).

6 thoughts on “DI CERERE E PROSERPINA E DEL VIZIO DEI CRISTIANI DI APPROPRIARSI ANCHE DELLE FESTE ALTRUI

  1. Che poi il culto di Cerere è un mito molto più dignitoso e sensato di tutte le cazzate catto/cristiane che ci hanno propinato finora.
    E Giove, seppur talvolta stronzo come pochi, molto più umano del barbone cristo/cattolico che si dice ci “ami” così tanto, ma alla fine rompe il cazzo come pochi.

  2. @–>MadDog

    Sono perfettamente d’accordo con te. Trovo anche i culti classici assai più belli e poetici del ciarpame cristiano/cattolico. Non so perché, ma li sento più vicini e più integrati nella nostra tradizione.

  3. Fratelli in Cristo, sul tema vi consiglio un meraviglioso scritto di uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso: “Le nozze di Cadmo e Armonia” di Calasso Roberto. c’è tutta la mitologia graca scritta in prosa come se fosse poesia moderna.
    mia filia lo tiene sul comodino insieme ai suoi romanzi fantasy preferiti (sic).
    benedittanza!

  4. Venerabile fratello in Cristo Tancredi, conosco assai bene l’affascinante libro da te citato, avendolo letto più e più volte. Comunque ti ringrazio per la gradita segnalazione, che mi ha fatto venir voglia di rileggerlo ancora dopo molti anni.
    Mi sorprende che tu sia padre, poiché reputavo tu avessi fatto voto di celibato in onore e gloria di Nostro Signore, morto e resuscitato per la nostra salvezza e che ora siede alla destra del Padre.
    Penitenziagite.

    • mi fa piacere avertelo riportato alla memoria!
      la castità è errore dei cattolici, ma non dei veri cristiani! che obbodiscono al comandamento crescete e moltiplicatevi!
      d’altra parte il Signore ci ha dato gli occhi per guardare, il naso per annusare, le mani per palpare, il pene .. per le pippe? (le figlie sono giù grandicelle)
      benedittanza!

      • Difatti, mio venerabile Fratello Tancredi, io ho detto “celibato”, non “castità”.
        Distinzione sottile, ma fondamentale.
        Penitenziagite.

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