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"Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni"

Essere di destra ed essere di sinistra

– Quando un tipo di *destra* non è cacciatore e non gli piacciono le armi, non va a caccia e non compra armi;
– Quando un tipo di *sinistra* non è cacciatore e non gli piacciono le armi, chiede che sia proibita la caccia e la vendita di armi.

– Quando un tipo di *destra* è vegetariano, non mangia carne;
– Quando un tipo di *sinistra* è vegetariano, fa una campagna contro gli alimenti di carne e gli piacerebbe che si proibisse di mangiare carne.

– Quando un tipo di *destra* è omosessuale, fa una vita normale.
– Quando un tipo di *sinistra* è omosessuale, fa apologia dell’omosessualità, va alle manifestazioni “gay pride” e accusa di “omofobia” tutti quelli che non la pensano come lui.

– Quando un tipo di *destra* perde il lavoro, pensa a come uscire dalla situazione e fa di tutto per trovare un nuovo lavoro;
– Quando un tipo di *sinistra* perde il lavoro, va a lamentarsi col sindacato, spende fino all’ultimo giorno e va a tutte le manifestazioni e scioperi contro la *destra* e contro gli imprenditori.

– Quando a un tipo di *destra* non piace un programma televisivo, cambia canale o spegne il televisore;
– Quando a un tipo di *sinistra* non piace un programma televisivo, se ne lamenta coi giornali, lo denuncia sui quotidiani, alle radio, alle televisioni, ai partiti politici di *sinistra* e promuove un’associazione perché chiudano il canale televisivo che trasmette quel programma.

– Quando un tipo di *destra* è ateo, non va in Chiesa.
– Quando un tipo di *sinistra* è ateo, perseguita tutti quelli che credono in Dio, denuncia la scuola o l’istituzione che esponga un crocifisso, protesta contro ogni segno di identità religiosa, chiede che si esproprino i beni della Chiesa, che si proibisca la settimana Santa e ogni processione o pellegrinaggio (contro l’Islam non fa niente perché non ne ha il coraggio).

– Quando un tipo di *destra* ha problemi economici, cerca il modo di lavorare e di guadagnare di più o cerca di trovare un finanziamento per pagare i propri debiti, e, se può, risparmia.
– Quando un tipo di *sinistra* ha problemi economici ne dà la colpa alla *destra*, agli imprenditori, alla borghesia, al capitalismo, ai neoconservatori ecc. ecc., poi si mette in un sindacato sperando che lo infili in un partito politico o dove si riesca.

– Quando un tipo di *destra* legge questo scritto, ride e lo condivide con i suoi amici.
– Quando un tipo di *sinistra* legge questo scritto, si infuria e dà del fascista e del retrogrado a chi l’ha scritto e glielo ha mandato.

… io ho riso e l’ho condiviso con voi.

A OGNI AZIONE CORRISPONDE UNA REAZIONE

Con tutta probabilità, non mi sarà dato di vivere abbastanza per vedere la società italiana ripulita dai pregiudizi indotti da settant’anni di lavaggio del cervello “dessinistra” e da altrettanti di retorica della Resistenza, con le inevitabili mistificazioni storiche che ne sono derivate.
Tuttavia, mi dà già una certa soddisfazione il sentire gente che fino a ieri non avrei mai pensato, fare alcune sorprendenti affermazioni.
Così, senti l’amico, che eri certo votasse PD, dirti che Mussolini, in fondo, ha istituito la tutela sul lavoro per donne e fanciulli (R.D. 653/1923); quella per la maternità e l’ infanzia (R.D. 2277/1923); l’assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841/1923); l’assicurazione contro la disoccupazione (R.D. 3158/1923); l’assicurazione di invalidità e vecchiaia (R.D. 3184/1923).
Poi ti sottolinea che bisogna ammettere che le uniche vere grandi opere, ancor oggi mirabili, sono quelle fatte sotto il Fascismo (le grandi bonifiche, il ponte di Venezia, l’EUR, l’acquedotto Pugliese e quello di Peschiera, le case popolari, le dighe) per non parlare dell’edificazione ex-novo di Latina, Aprilia, Sabaudia, Pomezia, Guidonia, Ardea, Ostia Lido, Fregene, Palo, Ladispoli, Macerata.
Ti fa notare che l’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia) ha creato cliniche, case di riposo e di convalescenza per le madri, colonie climatiche marine e montane, scuole all’aperto, preventori e sanatori per i figli al fine di combattere la piaga della tubercolosi.
Ti spiega che, sotto il Fascismo, in fondo e a differenza delle altre dittature coeve, anche i prigionieri politici venivano trattati con una certa umanità, inviati al confino anziché nei gulag o nei lager, spesso con un minimo vitale garantito alle famiglie dei più bisognosi.
Ti ricorda che il Tribunale Speciale Fascista, che operò dal 1927 al 1943 occupandosi di reati di natura politica, comminò 65 condanne a morte in poco meno di vent’anni (di cui 53 eseguite), la maggior parte delle quali per attività spionistiche nel periodo tra il ’40 e il ’42. Manco Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, ossia quelle che sono considerate da sempre le grandi democrazie mondiali, furono così clementi.
Infine, incredibile auditu, ammette che, se Mussolini si alleò con Hitler, con tutte le conseguenze tremende che ne derivarono in termini di leggi razziali e partecipazione al conflitto, una certa responsabilità va attribuita proprio a Francia e Inghilterra, che gli voltarono le spalle nel momento del bisogno e non gli lasciarono altra scelta se voleva preservare l’integrità del nostro territorio nazionale dagli insaziabili appetiti territoriali dei nazisti.
Ecco, quando senti (e li senti sempre più di frequente) questi discorsi, capisci che in fondo persone come la Boldrina, il Grasso, il Fiano, con la loro ottusa intemperanza, hanno rimesso in moto le sinapsi di tanti italiani, costringendoli a pensare su cose che fino a ieri venivano date per scontate e a rivedere criticamente quello che per tanti anni era stato loro ripetuto sino all’esasperazione.
E’ proprio vero che dai diamanti non nasce nulla, ma dalla merda – a volte – nascono i fior.

IL GIORNO DELLA MEMORIA – arringa difensiva in favore dell’imputato Benito Mussolini

Pubblico questo scritto trovato su Internet, pregando coloro che non fossero d’accordo sul suo contenuto di non espremersi mediante insulti o sterili minacce, bensì di replicare confutandone gli assunti con riferimenti e citazioni storiche precise, come fa l’autore del pezzo (che non conosco, non so chi sia e neppure cosa faccia nella vita). 

MUSSOLINI E LE LEGGI RAZZIALI.

Per cominciare va detto che l’ebraismo italiano era “profondamente integrato nella società plasmata dal regime fascista! Gli ebrei fascisti non erano un corpo estraneo allo stato e i suoi più alti ed influenti esponenti proclamavano “l’assoluta fedeltà degli israeliti al fascismo e al suo duce”. Renzo De Felice, sul suo “Storia degli ebrei italiani”, scrive che gli ebrei furono fondatori, per esempio, dei fasci di combattimento di Milano, ebbero parte attiva nelle squadre di Italo Balbo e furono fra i protagonisti della “marcia su Roma”. I Caduti ebrei di quella epopea figurano nel “martirologio ufficiale della rivoluzione fascista”. Furono anche fra i finanziatori del partito fascista.
E’ noto che i provvedimenti a favore degli ebrei nel 1930, perfezionati nel 1931, risultarono tanto graditi alla comunità ebraica italiana che i rabbini innalzarono preghiere di ringraziamento nelle sinagoghe. E’ anche noto l’attacco lanciato dal Duce, contro le teorie nazionalsocialiste. Il 6 settembre 1934, dal palazzo del Governo di Bari Mussolini, dopo aver esaltato la civiltà mediterranea, disse: “Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine d’oltr’Alpe, sostenute da progenie di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto”. Uno spietato attacco all’antiebraismo della Germania. Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica nell’animo di Mussolini. E allora, come si giunse alle leggi razziali?

Le Sanzioni
la politica fascista cambiò repentinamente con la conquista dell’Etiopia. Con questa azione di forza, non concordata, l’Italia si mise in conflitto con le potenze che detenevano il potere e le ricchezze del mondo e non consentivano ad altri di intervenire sulla scena geopolitica mondiale. L’Italia era una nazione di serie B e tale doveva rimanere.
Bernard Show, in una intervista al Manchester Guardian (13 ottobre 1937) profetizzò: “Le cose già fatte da Mussolini lo condurranno prima o poi ad un serio conflitto con il capitalismo”. Infatti le nuove idee, che partivano dall’Italia fascista, si stavano espandendo in tutto il mondo; dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all’Australia, dall’Argentina alla Norvegia, nascevano movimenti di ispirazione fascista. Sembrava che, una volta ancora, l’Italia fosse ispiratrice di un nuovo messaggio universale di sapore rinascimentale: il Rinascimento del lavoro. Queste nuove idee, portavano in sé un difetto: mettevano in pericolo il sistema capitalistico allora vigente e padrone.
La guerra d’Etiopia provocò, dunque, un inasprimento delle relazioni con Francia e Inghilterra, le nazioni imperialiste per antonomasia, che guidavano la Società delle Nazioni. Anche per il subdolo intervento di Roosevelt, furono imposte all’Italia le “sanzioni”: cioè l’embargo economico. La Germania si dissociò e continuò ad intrattenere rapporti con l’Italia. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola; i Paesi capitalisti si schierano, con l’Unione Sovietica, contro l’Italia che collabora con Francisco Franco. Di nuovo la Germania è accanto all’Italia. In questa fase storica si formano due schieramenti: uno di carattere democratico-capitalistico, guidato principalmente da Gran Bretagna, da Francia e dagli Stati Uniti di Roosevelt; l’altro da Germania e Italia. Mussolini cercò di evitare in ogni modo questa alleanza con il Führer di cui osteggiava fortemente la politica. Il 22 giugno 1936 rilasciò una intervista all’ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria disponibilità a collaborare con la Francia e con l’Inghilterra: “Disse Mussolini: “La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna. A chi indirizzarmi se non a Hitler? Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione. Io attenderò ancora, ma se prossimamente l’atteggiamento del Governo francese nei confronti dell’Italia fascista non si modifica, se non mi si darà l’assicurazione di cui ho bisogno, l’Italia diventerà alleata della Germania”. Questa testimonianza viene riportata da E. Bonnifour nella “Histoire politique de la troisième republique”.
Furono i Paesi capitalisti a “gettare l’Italia in braccio” alla Germania per annientarle successivamente entrambe. Lo affermano anche Winston Churchill e lo storico inglese George Trevelyan. Il primo (La Seconda Guerra Mondiale”, Vol. 2°, pag. 209) scrive: “Ora che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra parte, la Germania non era più sola”. George Trevelyan nella sua “Storia d’Inghilterra”, a pag. 834, scrive: “E l’Italia che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l’Austria e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania”. Mussolini chiese ripetutamente alla Comunità israelitica italiana di intervenire, presso le Comunità israelitiche anglosassoni e francesi, per dirimere la vertenza; la risposta fu negativa. Fu allora che il Duce abbandonò la politica favorevole agli ebrei.

Le leggi razziali
La storia stava così trascinando l’Italia alla “ineluttabilità dell’alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità con la Germania” (R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, pag. 137). Mussolini era conscio che l’antisemitismo occupava uno spazio preminente nell’ideologia nazionalsocialista, di conseguenza se voleva giungere ad una reale alleanza, doveva adeguarsi alle circostanze. Fu così che si giunse al distacco di Mussolini e del fascismo dall’idillio che c’era stato con la Comunità ebraica e questo viene confermato dal maggior studioso del fascismo che osserva: “Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia della Germania di Hitler, era impensabile che anche l’Italia non avesse le sue leggi razziali”. Il Duce, tuttavia, per renderle il meno dolorose possibili, impose di discriminare non perseguire, oltre a lasciar aperte numerose scappatoie per cui si giunse a situazioni paradossali, come il caso denunciato dal giornalista Daniele Vicini su “L’Indipendente” del 20 luglio 1993: “Ebrei e comunisti sciamarono verso l’Italia attraverso il Brennero, frontiera che potevano varcare senza visto a differenza di altre (americana, sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze”. “Erano tutti pazzi a rifugiarsi in un Paese dove vigevano le leggi razziali, oppure i fuggitivi ben sapevano che quelle leggi erano poco meno che una farsa”? Fu creato un organismo ad hoc – il comitato di assistenza agli ebrei in Italia – che permise a circa diecimila profughi provenienti da Germania, Polonia, Ungheria e Romania di trovare rifugio nel nostro Paese; altri 80 mila ebrei poterono emigrare in Palestina e in altre nazioni grazie alla collaborazione delle autorità italiane. Dal porto Trieste gli ebrei emigranti viaggiavano su navi del Lloyd triestino che concedeva loro sconti fortissimi, fino al 75%!.
Dalla applicazione delle leggi discriminatorie erano escluse le famiglie di Caduti, mutilati o feriti in guerra o chi si era battuto per la “causa fascista”. In realtà nessuno fu mai colpito dalle leggi razziali fasciste. La maggioranza di ebrei, piccoli negozianti, non fu toccata; a nessuno fu imposta la stella gialla di David, molti finsero di convertirsi al cristianesimo, ecc. La eterna farsa italiana fu pari alla sua fama. Si parlò di professori universitari licenziati, ma questi erano dodici in tutto e, a seconda dei casi,vengono utilizzati come vittime delle leggi razziali o perché antifascisti o filocomunisti e così via. Ma questo è ridicolo se si pensa alla “pulizia ideologica” attuata negli Stati Uniti da Mac Carty e, in ogni caso, non furono perseguitati i professori i fascisti che non si riciclarono come antifascisti nel dopoguerra?
Ricordo le parole di Vittorio Mussolini quando disse che le leggi razziali lo colpirono in quanto sia lui che il fratello Bruno avevano amici di religione ebraica. Si indignarono con il padre minacciando di portare i loro amici ebrei a dormire a Villa Torlonia. Mussolini paternamente e bonariamente li rassicurò dicendo: “dite ai vostri amici di stare tranquilli per due o tre mesi.. poi sarà tutto finito”. E così fu in realtà. Ricordo che i grandi negozi di ebrei cambiarono ragione sociale così Cohen diventò “Prima”, Galtrucco e altri seguirono con altri nomi ma nessun commerciante fu sequestrato o messo in difficoltà. Agli ebrei fu vietato il privilegio e l’onore di servire la Patria in armi per cui furono esentati dalla leva obbligatoria; si può immaginare con quanta sofferenza per i giovani ebrei … ! Da ragazzo conobbi un tenente pilota tedesco che si chiamava Karl Reyer. Era ebreo ed aveva lasciato la Germania per arruolarsi nella aeronautica italiana con la quale aveva partecipato alla campagna in Russia meritandosi il riconoscimento della Luftwaffe e portava il nastrino all’occhiello della divisa!

Le persecuzioni
La guerra imperversava e i tedeschi rastrellavano gli ebrei nelle zone occupate ma, per ordine di Mussolini, “Ovunque penetrassero le truppe italiane, uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (…). Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito del problema ebraico (…). Appena giunte sui luoghi di loro giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni decretate contro gli ebrei (…)” (Léon Poliakov, “Il nazismo e lo sterminio degli ebrei”, pagg. 219-220). Questo schermo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia, in Grecia, in Egeo, in Tunisia, e ovunque fossero presenti le truppe italiane.
Scrive Rosa Paini (ebrea) (“Il Sentiero della Speranza”, pag. 22): “Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini ancora più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese”.
Mordechai Poldiel (israelita): “L’Amministrazione fascista e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle leggi rimanessero lettera morta”.
Israel Kalk (“Gli ebrei in Italia durante il Fascismo”): “.. Siamo stati trattati con la massima umanità” e,: “Credo di non temere smentite affermando che con voi la sorte è stata benigna e che la vostra situazione di internati in Italia è migliore di quella dei nostri fratelli che si trovano in libertà in altri paesi europei”.
Anche Salim Diamand (Internment in Italy – 1940-1945), scrive. “Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. C’era del militarismo, è ovvio, ma io non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me, ebreo, con l’idea di sterminare la mia razza (…). Anche quando apparvero le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono per nulla (…). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere gli ebrei stavano come a casa loro”.
L’autorevole docente dell’Università ebraica di Gerusalemme, George L. Mosse, nel suo libro “Il razzismo in Europa”, a pag. 245 ha scritto: “Il principale alleato della Germania, l’Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto il suo controllo (…). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso a enunciare il principio “discriminare non perseguire”. Tuttavia l’esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente con il tacito consenso di Mussolini (…). Ovunque, nell’Europa occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei in grado di chiedere la nazionalità italiana. Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l’Italia”.
Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia) vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi (era sufficiente avere un lontanissimo parente italiano, spesso inventato, per ottenere la cittadinanza italiana e sfuggire in questo modo alla deportazione).
Pochi della paludosa e mefitica giungla antifascista amano ricordare che nel 1940, quando già l’Italia era in guerra, la nave italiana Esperia, carica di profughi ebrei, salpò per l’Egitto. I bugiardi senza rimedio fanno risalire quel viaggio alla audacia del capitano, il Capitano Stagnaro, ma è fuor di dubbio che il governo fascista autorizzò tacitamente quel viaggio. In modo del tutto analogo, nel 1942, cioè in piena guerra, una altra nave carica di ebrei provenienti dalla Croazia e dai Balcani, circa 1500 persone, partì da Trieste in direzione Palestina. Il trasporto era stato organizzato dal governo italiano e concordato con i comandi inglesi. Inoltre è noto che Giorgio Perlasca, un ambasciatore italiano, fece miracoli per salvare perseguitati ebrei ma nessuno dice che Perlasca agiva per conto del governo fascista. Si è mai visto un ambasciatore agire contro le direttive del proprio governo? Perché non dare a Mussolini quantomeno il beneficio di aver deliberatamente chiuso ambedue gli occhi su queste vicende, dovendo egli costantemente affrontare la intransigenza germanica che si vedeva, ed era la verità, presa in giro?

Dopo l’8 settembre
Con la resa dell’Italia la situazione per gli ebrei peggiorò non essendoci più lo scudo alzato da Mussolini. Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando più di mille ebrei. Finalmente i tedeschi ebbero la possibilità di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito. Perché non intervennero i partigiani a difendere i deportati? I tedeschi furono ostacolati solo dal fascista Ferdinando Natoni che ospitò nella sua abitazione alcune ebree facendole passare per sue figlie. Altri nomi di fascisti meritano di essere citati accanto a quello di Natoni: Perlasca di cui si è già detto, salvò la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria; Zamboni (fascista) riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei; Palatucci (fascista) ne salvò alcune migliaia a Fiume; Calisse (fascista) operò in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei. Non dimentichiamo Farinacci, che nascose una famiglia di ebrei nella sua tipografia e il futuro segretario del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava. Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre. Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani che facevano?
Renzo De Felice osserva (op. cit. pag. 447): “…. nei mesi successivi all’emanazione dell’ordine di polizia n° 5, la politica antisemita della Rsi fu in un certo senso abbastanza moderata (…). Il concentramento degli ebrei fu condotto dalle prefetture, in relazione al periodo in questione s’intende, con metodi e discriminazioni abbastanza umani ed esso non fu affatto totale, come lascerebbe credere l’ordine del 30 novembre 1943. ……”.

Mussolini sterminatore di ebrei?
L’ infamia più mostruosa, la menzogna più vergognosa per denigrare Benito Mussolini, é quella della complicità e connivenza nello sterminio di 5 milioni di ebrei. Non Roosevelt (che inviò la sua fleet per cannoneggiare un piroscafo carico di ebrei fuggiti nel 1939 da Amburgo), non Churchill che ordinò di silurare a Salinas un’altro carico di ebrei qualora non avesse invertito la rotta, non Stalin che lo storico russo Arkaly Vaksberg, (“Stalin against Jews”), dopo accurate ricerche in archivi riservati, accusa sostenendo che “il numero degli ebrei eliminati da Stalin è stato presumibilmente 5 milioni”, .. ma solo Mussolini… diventa complice delle nefandezze di Hitler. Ma allora, se la alleanza con la Germania implica la corresponsabilità dei crimini contro gli ebrei, per qual motivo gli alleati della Unione Sovietica non devono essere corresponsabili dei cento milioni di vittime del comunismo? E per qual motivo i crimini commessi da americani e inglesi, francesi, jugoslavi e truppe di ogni razza e colore non devono essere condivise in solido dagli altri alleati? E si tratta di crimini ben più gravi e distruttivi, dai bombardamenti agli eccidi, alle deportazioni, alle persecuzioni, dagli stupri agli assassini di gente inerme. Scrive Giorgio Pisanò (“Noi fascisti e gli ebrei”, pag. 19) “Si giunse così al 1939, vale a dire allo scoppio della guerra e fu allora che, all’insaputa di tutti, Mussolini diede inizio a quella grandiosa manovra, tuttora sconosciuta o faziosamente negata anche da molti di coloro che invece ne sono perfettamente a conoscenza, tendente a salvare la vita di quegli ebrei che lo sviluppo degli avvenimenti bellici aveva portato sotto il controllo delle forze armate tedesche”.

Francesco Paolo d’Auria

MASSIMO FINI

Perché mi viene voglia di fuggire dall’Italia

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L’unico modo per restare in Italia è andarsene. Perché non c’è salvezza. Il nostro è un Paese intrinsecamente e ormai anche antropologicamente mafioso. Quando si afferma, con toni trionfalistici o di grande sollievo, che la corruzione recentemente scoperchiata a Roma e chiamata ‘mafia capitale’ non è un fenomeno mafioso perché la magistratura non ha accertato infiltrazioni della Mafia propriamente detta, non ci si rende conto che, così, la cosa è ancora più grave. Perché la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la Santa Corona Unita (in questa specializzazione deteniamo il record del mondo) sono delle organizzazioni strutturate e quindi, almeno teoricamente, individuabili, mentre la corruzione capillare e diffusa è irriconoscibile e non percepibile.

Dopo l’articolo di martedì di Marco Travaglio pubblicato dal Fatto (“La strage dei capaci”) che si può dire di più? Nulla. Nondimeno l’articolo di Travaglio non servirà a nulla. Come a nulla sono serviti gli elzeviri di Indro Montanelli o le inchieste di Giorgio Bocca. Nonostante qualche lodevole sforzo l’Italia è andata irrimediabilmente peggiorando, da ogni punto di vista: etico, culturale, umano. E nulla sembra poter fermare questa deriva. Mani Pulite poteva essere l’ultima occasione della nostra classe dirigente per emendarsi. Invece nel giro di pochissimi anni, con i testimoni del tempo ancora in vita, la situazione è stata capovolta: i giudici sono diventati i veri colpevoli e i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici. Come si poteva pensare che la nostra classe dirigente, politica, imprenditoriale, finanziaria, non ne ricavasse un senso di impunità per corrompersi e corrompere ancora di più? Impunità che è confermata dai fatti: solo lo 0,25% della popolazione carceraria è composta da ‘colletti bianchi’, mentre in Germania, dove la corruzione è infinitamente minore, la percentuale è del 15%. Come si poteva pensare che con un simile esempio la corruzione non discendesse giù per li rami arrivando a tutti i cittadini, di basso e alto ceto, per cui oggi non puoi andare nemmeno in una piscina frequentata da gente benestante senza che dagli armadietti non ti rubino anche le mutande sporche?

In Italia qualsiasi tentativo per migliorare le cose non fa che peggiorarle. In Università si è cercato di tagliare le unghie al sistema delle ‘baronie’. Cosa succedeva prima? Il ‘Barone’ cooptava pressoché automaticamente l’assistente che aveva lavorato per lui alcuni anni, sostituendolo nelle lezioni, nei colloqui con gli studenti, inventandosi format utili al Dipartimento ed escludendo così altri pretendenti che avevano eventualmente più titoli per occupare quel posto. Come ha reagito la mafia dei prof? Elementare Watson: aggirando l’ostacolo. Ora il professore Caio non coopta più direttamente il suo protetto ma quello del professor Sempronio che al primo giro utile gli restituirà il favore. Ciò comporta la complicità degli altri professori che compongono la Commissione d’esame (la composizione della Commissione è il vero momento decisionale che prescinde da ogni valutazione di merito) e degli stessi studenti che devono partecipare al raggiro, o fingere di non vederlo, altrimenti sono tagliati fuori. Così se prima il posto di assegnista, di ricercatore, di associato lo occupava un soggetto che comunque una qualche competenza ce l’aveva, ora può esservi catapultato qualcuno che, in quella materia specifica, non ha competenza alcuna. Non è escluso, naturalmente, che da questo sistema di raggiri esca un candidato scientificamente all’altezza, nelle nostre università ce ne sono, ma è più facile il contrario e che molti candidati, che non si sono adeguati al sistema, rinuncino e dopo anni spesi inutilmente si cerchino un altro lavoro. E comunque che insegnamento etico potranno dare questi nuovi prof, selezionati in tal modo, che si sono adeguati al sistema, ai loro discepoli? Un insegnamento, che di adeguamento in adeguamento, crea una classe di professori anche peggiori, dal punto di vista morale, di coloro che li hanno preceduti e scelti, in un avvitamento vizioso che non ha fine. Il sistema è talmente collaudato e la mafia dei professori, come quella dei politici, così sicura della propria impunità che nessuno ha mai osato reagire. Per la verità uno c’è stato, recentemente. Il ricercatore di 49 anni, Philip Laroma Jezzi, non a caso di origine inglese, stufo di essere preso in giro da anni e minacciato dalla congrega dei prof di essere definitivamente estromesso se si fosse permesso di presentarsi a un concorso che aveva i titoli per vincere (“smetti di fare l’inglese e fai l’italiano”) ha denunciato questo sistema mafioso in voga, nel caso, all’Università di Firenze ma in pratica in tutti gli Atenei italiani. Sette professori sono finiti abbottegati, 22 sono stati interdetti dall’insegnamento per un anno. Che fine faranno l’inchiesta e Laroma Jezzi lo vedremo, forse. Il Laroma Jezzi mi ricorda un altro italoinglese, il Pubblico ministero Henry John Woodcock, uno dei nostri magistrati più irreprensibili, che sta passando l’anima dei guai proprio perché è uno che non si adegua. Quel che è certo è che comunque vada a finire l’inchiesta, fra qualche migliaio d’anni dati i tempi della nostra giustizia, il sistema resterà ‘tel quel’. L’Università dovrebbe essere “rivoltata come un calzino” per usare un’espressione di Davigo. Invece cosa propone quel nuovo fulmine di guerra di Pietro Grasso, leader di “Liberi e uguali”, che non ha avuto nemmeno la decenza di dimettersi da presidente del Senato dopo aver lasciato il partito che lì ce lo aveva messo? Propone, demagogicamente, a soli fini elettorali, non diversamente da quanto stanno facendo Berlusconi, Renzi, Salvini e tutti gli altri, l’abolizione delle tasse universitarie come se questo servisse a qualcosa.

La Rai è l’emblema di questa “mafiosità che non osa dire il suo nome”. Anche in Rai ci sono ovviamente alcuni ottimi professionisti. Lucia Annunziata è una di questi. In una bella intervista concessa al Fatto anche l’Annunziata è però costretta ad ammettere di essersi dovuta adeguare al macrosistema mafioso vigente in Rai come in ogni altro settore pubblico e anche privato. Se non l’avesse fatto sarebbe finita fuori come Milena Gabanelli.

In Italia c’è una dittatura mascherata da democrazia. Che è ancora più insidiosa di una dittatura propriamente detta. Perché soft, impalpabile, in un certo senso collettiva, perché coinvolge quasi tutti e non sai nemmeno a chi sparare col tuo fuciletto a tappo.

E allora che cosa si può fare per rimanere italiani senza vergognarsi di esserlo? Guardare l’ex Bel Paese da lontano. Da molto lontano.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2017

IL BELPAESE

A 89 anni gli pignorano la casa ma trovano solo pane e due pomodori

Leggiamo  da Il Mattino di Padova del 07.03.2017: Ottantanove anni, 534 euro di pensione, un capolavoro di dignità, eppure la casa di cura gli chiede di pagare le rette (circa 8 mila euro) per la lunga degenza del fratello morto di cancro. Sembra un incubo, invece per un nonno dell’Arcella è l’amara realtà. Qualche giorno fa all’uscio dell’anziano hanno bussato l’ufficiale giudiziario e la polizia per un pignoramento. Dentro hanno trovato un uomo al limite della povertà che, in cucina, aveva un tozzo di pane e due pomodori e, nell’angolo soggiorno, nemmeno la tv perché costa canone ed elettricità che non può permettersi. Tutto comincia alcuni anni fa quando l’anziano acconsente a fare da garante al fratello, titolare di una piccola ditta: il ricco di casa, quello che “ha fatto i soldi”. Invece la sventura è sempre dietro l’angolo, tanto che il fratello “fortunato” si ammala di tumore, il male raggiunge uno stadio irreversibile e, nel frattempo, l’azienda, quel piccolo gioiello d’affari, accumula difficoltà su difficoltà. È a questo punto che l’imprenditore pensa di chiedere aiuto a suo fratello: «le cose vanno proprio male», gli dice, «fammi da garante per la casa di cura, vedrai che poi tutto si sistema». Invece non si sistema proprio nulla. Anzi. Avanza uno strapiombo fatto di sofferenza – per la malattia – e di sconfitte – la chemio non funziona, la ditta finisce in rovina con lo spettro del fallimento che diventa realtà – e un epilogo ancora più doloroso: la morte. È così che questo nonno alla sogna dei 90 anni archivia il funerale di suo fratello e torna alla sua vita di ristrettezze e privazioni. E, pur consapevole delle condizioni economiche di quel “garante”, continua con i suoi legali una battaglia tra aule di tribunale che si conclude con questo assurdo (e del tutto vano) pignoramento di un povero, che ha scandalizzato perfino gli agenti della polizia. (e.sci.)