TOLLERANZA ZERO

ratzinger pensa
Grosseto: sul lastrico dopo sfratto curia, perdono figlio

Una ventitreenne di Grosseto all’ottavo mese di gravidanza ha perso il bambino per distacco della placenta, scrive Repubblica. L’evento ha avuto luogo dopo che, quindici giorni prima, un albergo di proprietà della curia ha sfrattato la donna e suo marito a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali, costringendo la coppia a vivere in macchina. La curia non avrebbe risposto alle successive richieste di aiuto, nonostante l’uomo avesse nel frattempo trovato lavoro. Ora minaccia di presentare un esposto.
(Fonte UAAR)

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SCHIAVITU': UNA VERITA' CHE DISTURBA MOLTO LA CHIESA

schiavitù e società nel mondo antico

Dal sito "CIVILTA' LAICA":

Chiesa e schiavitù

Secondo un luogo comune molto diffuso, il cristianesimo avrebbe “abolito” la schiavitù.  A riprova si cita Paolo «Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Lettera ai Galati, 3,28). In realtà Paolo afferma sì l’uguaglianza, ma solo su un piano spirituale, davanti a Dio e nell’altra vita. E tuttavia ancora nel 1888 Leone XIII nell’In plurimis ripeteva: «Non si attribuiranno mai abbastanza elogi né si sarà mai abbastanza grati alla Chiesa cattolica, che per somma grazia di Cristo Redentore abolì la schiavitù, introdusse tra gli uomini la vera libertà, la fratellanza, l’uguaglianza, e perciò si rese benemerita della prosperità dei popoli». Ma ciò è contraddetto dalla storia.

La schiavitù dall’Antico al Nuovo Testamento

Già nei testi che, secondo la Chiesa, sono ispirati da Dio, si legittima la schiavitù. Il Decalogo ordina di «non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino» con ciò riconoscendole “proprietà” legittime e anzi da rispettare. La Bibbia vietava agli ebrei di avere schiavi ebrei, ma consentiva loro di fare schiavi i pagani. Paolo nella Lettera agli Efesini dice «Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo» (6,5) e nella Prima lettera a Timoteo: «Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio» (6, 2). E in effetti i nobili romani, benché convertiti, continuarono ad avere schiavi.

Nel Medioevo cristiano

Nel Medioevo cristiano la pratica della schiavitù era prevista e codificata. Nel V secolo Agostino afferma che Cristo «non ha preso i servi e ne ha fatto dei liberi, ma ha preso dei servi cattivi e ne ha fatto dei buoni». E aggiunge con involontario umorismo: «Quale debito hanno i ricchi verso Cristo per il modo come ha loro sistemato la casa!» (Esposizione sui salmi, 124, 7).  Agostino sostiene poi, come ripeteranno Tommaso d’Aquino e Leone XIII, che «a buon diritto la condizione servile è stata imposta all’uomo» come castigo del peccato.

Le Istituzioni (VI sec.) del cattolicissimo imperatore Giustiniano stabilivano «che i padroni abbiano diritto di vita e di morte sugli schiavi» e vari concili locali vietavano a vescovi e frati di vendere «case, schiavi e gli arnesi» della Chiesa. Il concilio di Toledo del VII sec. decretava: «chi dal vescovo giù giù fino al suddiacono abbia generato dei figli da nozze esecrande, sia con una donna libera sia con una schiava, dev’essere punito secondo la legge canonica; i figli generati da tale incesto devono appartenere per sempre come schiavi alla Chiesa». I frati della Casa della Santa Trinità (XII secolo) avevano come regola di riscattare i cristiani fatti schiavi da pagani dando in cambio denaro o schiavi pagani di loro proprietà.

I papi e  il commercio di schiavi

I papi, pur episodicamente vietando di trarre in schiavitù questa o quella categoria (i cristiani, gli indi, i catecumeni ecc.), non condannarono la schiavitù in generale, anzi la giustificarono e la ordinarono. Qualche esempio: il canone 27 del Concilio Lateranense III (1179) autorizza a ridurre in schiavitù le bande anticristiane della Brabanza, Aragona e Navarra; Niccolò V “concede” al re del Portogallo di «ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo…e di gettarli in schiavitù perpetua» (Romanus pontifex, 1454). Paolo III mente intima agli spagnoli di non trarre in schiavitù gli indii, autorizza le ricche famiglie romane a servirsi di schiavi (1549).

Il traffico di schiavi fu poi pratica costante dello Stato della Chiesa in età moderna, come attestano il fitto scambio epistolare di vari papi con funzionari vaticani per la compra-vendita di esseri umani, soprattutto turchi: a titolo di esempio citiamo la lettera con cui Innocenzo X informa nel 1645 mons. Raggi di aver ordinato «al Principe Nicolò Ludovisio generale delle nostre galere che le provegga di 100 schiavi Turchi». E ancora nel 1794 tal Colelli ricopriva la carica di «intendente pontificio per gli schiavi».

Finalmente, la Chiesa “condanna”

Solo nel 1839, con l’enciclica In supremo, Gregorio XVI condannò come “delitto” la schiavitù in quanto tale, ormai bandita dai maggiori paesi europei. E tuttavia pochi anni dopo un’Istruzione del Santo Ufficio approvata da Pio IX, dichiarava “Non contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato” (1866). La condanna di ogni forma di schiavitù fu invece ripetuta dal Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 1965).

In conclusione la Chiesa non ha abolito fin da principio la schiavitù anzi l’ha praticata per secoli, ha giustificato la sua conservazione e ha speso la sua influenza per perpetuarla. E quando si è decisa a condannarla non ha ammesso di aver predicato l’errore per quasi due millenni. Né potrebbe, senza doversi riconoscere umanamente fallibile anziché divinamente ispirata…

Una spia di tale contraddizione, e del tentativo di tenere insieme, occultandole sotto una apparenza di “continuità”, dottrine contrastanti fra loro, può vedersi anche nel Catechismo attuale (1992) che riporta a fronte il decimo comandamento odierno, molto sobrio («Non desiderare la roba d’altri») e il testo assai più inquietante, anche per l’attuale asserita parità uomo-donna, del decalogo biblico da cui deriva: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».


Walter Peruzzi – Cronache Laiche

COI SOLDINI DEI POVERETTI MI FACCIO TANTI BEI VIAGGETTI

Papa e lacchè

COME CI SPIEGA LA BBC, IL VIAGGIO DEL PAPA IN GRAN BRETAGNA E' STATO PAGATO CON I FONDI PER GLI AIUTI INTERNAZIONALI AI PAESI IN VIA DI SVILUPPO ….
TANTO, DI QUALCHE MILIONE IN PIU' DI BAMBINI CHE MUOIONO DI FAME , CHE CAZZO GLIENE POTRA' MAI FREGARE A QUEST'UOMO COSI' ELEGANTE E  RICCAMENTE VESTITO? 

TOH! SE NE SONO ACCORTI.


Parole SanteIl Vaticano: “siti e blog cattolici sono troppo aggressivi”
 (notizia UAAR)

Commentando il messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali diffuso da Benedetto XVI sul tema Verità, annuncio e autenticità nell’era digitale, mons. Claudio Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali ha sottolineato la necessità di “uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale che porti a una comunicazione onesta e aperta, responsabile e rispettosa dell’altro”. Celli, scrive il portale cattolico Zenit, ha rimarcato come l’invito papale a uno stile “rispettoso e discreto” nell’annuncio del Vangelo vale anche come richiamo “per quei siti e blog cattolici aggressivi, che scomunicano e non hanno uno stile cristiano di presenza”, tanto che “bisogna vedere fino a che punto questi siti siano veramente cattolici”. Il monsignore non ha portato esempi, ma ha annunciato che il suo dicastero sta preparando “un documento programmatico con linee di azione e di presenza cristiana sul web”.

Raffaele Carcano 

ATHANASE SEROMBA. UN ALTRO CAVALIERE DI CRISTO [*]

Athanase Seromba
Athanase Seromba
(1963) è un presbitero ruandese appartenente alla Chiesa cattolica condannato da un tribunale internazionale con l'accusa di essere coinvolto nel massacro di duemila Tutsi perpetrato in Ruanda nel 1994 (nel periodo del genocidio ruandese).
In quel periodo, Seromba era sacerdotedi una parrocchia cattolica nella regione di Kibuye, nel Ruanda occidentale. Secondo quanto stabilito dalla condanna, fra il 6 aprile e il 20 aprile 1994 Seromba avrebbe fatto abbattere la propria chiesa per scacciare circa 2000 Tutsi che vi avevano cercato rifugio attirati dallo stesso sacerdote, partecipando anche attivamente al successivo massacro dei rifugiati.
Fuggito dapprima nella Repubblica Democratica del Congo e poi in Toscana, dove si era presentato sotto il falso nome di Anastasio Sumba Bura, venendo destinato alla parrocchia dell'Immacolata e S. Martino in Montughi di Firenze. Sotto la pressione di Carla Del Ponte, all'epoca incaricata delle Nazioni Unite per la persecuzione dei crimini di guerra, il 6 febbraio 2002  Seromba si consegnò al International Criminal Tribunal for Rwanda (Tribunale Criminale Internazionale per il Ruanda, ICTR) ad Arusha (Tanzania), dove fu processato per genocidio e crimini contro l'umanità. Il 13 dicembre 2006 fu giudicato colpevole e condannato a 15 anni di carcere, ricevendo anche l'estradizione dall'Italia.
Nel marzo 2008, il processo di appello ha condannato Seromba all'ergastolo, affermando che ha partecipato attivamente ai massacri e non ha dimostrato alcun segno di pentimento.
Il 27 giugno 2009  è stato trasferito nella prigione di Akpro-Missérété  a Port-Novo, in Benin

[*]  Ho accolto l'invito degli amici di Don Zauker  e sono andato a leggermi la storia di questo campione d'umanità. Sono vicende che da noi passano in totale sordina, ovviamente per non creare troppo dispiacere al sig. Joseph Ratzinger (papa piange!).

IO NUN ME SCORDO 2 – LA VENDETTA

il papa e l
Alcuni devoti figli della Chiesa Cattolica Apostolica Romana – i quali, turandosi il naso, continuano a  confortare questo blog con la loro assidua presenza – m'hanno fatto cristianamente notare, nel post precedente, l'inattendibilità della fonte della citazione riportata nella didascalia in calce alla foto del papa Leone XII. Tale fonte, ho poi scoperto, potrebbero essere [?] gli "Annali d’Italia dal 1750 al 1861" (Mariano Lombardi Editore, 1872), di Antonio Coppi, il magistrato sanitario [?] che era preposto all’inoculazione del vaccino a Roma, e che fu sollevato proprio da Leone XII, contestualmente al divieto della vaccinazione. Giustamente, un magistrato rancoroso per la propria destituzione, non costituisce un riferimento del tutto oggettivo e, da giurista sensibile, sono concorde nell'attribuire alla questione  il beneficio del dubbio.
Del resto, concordo pure sul fatto che lo scetticismo nei confronti d'una pratica medica la quale, per i tempi, era tanto innovativa come lo può essere oggi l'ingegneria genetica, trovava molti fautori anche in altre personalità illustri dell'epoca, per cui non lo si può ascrivere del tutto all'oscurantismo clericale.
Ho deciso allora di sostituire peccato e peccatore con uno di sicuramente maggiore attualità, nonché di fonte certissima: i miei occhi e le mie orecchie.
Basta riportare qui il commento del post precedente e abbiamo così rimesso ogni cosa al suo posto, con buona pace di tutti.

BEATI I POVERI DI (NELLO) SPIRITO PERCHE' LORO E' IL REGNO DEI CIELI

cane guida
Parroco scaccia di chiesa il cane-guida d'una cieca

Domenica scorsa nella chiesa di Cassone di Malcesine, in provincia di Verona, il parroco ha ordinato di fare uscire un cane presente durante la cerimonia della messa. Tuttavia il cane in questione era una guida per una donna non vedente, che senza di lui non avrebbe potuto raggiungere il luogo.

Il cane, come tutti i cani-guida, era tranquillo e accucciato tra due sedie, oltre a portare la pettorina.  Il parroco è stato però irremovibile e ha insistito fino a quando cane e padrona sono usciti. Dietro di loro diverse persone, per manifestare solidarietà alla donna e per opporsi alla decisione del prete. L’evento ha avuto risonanza sul Messaggero e su La Stampa.
Alcune ore dopo, probabilmente spinto dai superiori, il prete ha commentato “Ho capito di aver sbagliato”.
(da qui)