ARIDAJE!

bernardo gui
Il papa all'ambasciatore tedesco: no a modelli alternativi di famiglia

Ricevendo in udienza Walter Jürgen Schmid, ambasciatore della Repubblica Federale di Germania, in occasione della presentazione delle lettere credenziali, Benedetto XVI ha espresso preoccupazione per “il crescente tentativo di eliminare il concetto cristiano di matrimonio e famiglia dalla coscienza della società”. La Chiesa, ha detto, “non può approvare delle iniziative legislative che implichino una rivalutazione di modelli alternativi della vita di coppia e della famiglia. Esse contribuiscono all’indebolimento dei principi del diritto naturale e così alla relativizzazione di tutta la legislazione e anche alla confusione circa i valori nella società”. (Fonte UAAR)

Secondo questo autentico genio del pensiero contemporaneo, una "legislazione" – ossia, un ordinamento giuridico – è assoluta in quanto si baserebbe su di un non meglio definito "diritto naturale".
Questa era la stessa gente che, cinquecento anni fa, sosteneva essere il Sole a ruotare attorno alla Terra. Si trattava d'una norma derivata dal succitato "diritto naturale" e, se qualcuno si fosse azzardato a sostenere il contrario, l'avrebbero pure bruciato vivo. Sempre in base a quel "diritto naturale", che dava loro la facoltà di farlo.
Se ancora non avete capito quali siano le reali motivazioni che ispirano questa pretesa  del clero, vi consiglio sinceramente di farvi una bella curetta di fosforo. 

LA CONFESSIONE VIOLA LA LEGGE SULLA PRIVACY

confessione
Il c.d. "sacramento" dellla confessione – così com'è gestito oggi –  viola le disposizioni del Testo unico sulla privacy (decreto legislativo 30 giungo 2003, n. 196) in materia di dati sensibili.
Il sacerdote, infatti, prima di raccogliere la confessione del fedele, dovrebbe farsi firmare una liberatoria, come previsto dall'art. 26 , comma primo, del decreto:
"1. I dati sensibili possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell'interessato e previa autorizzazione del Garante, nell'osservanza dei presupposti e dei limiti stabiliti dal presente codice, nonche' dalla legge e dai regolamenti." [1]
Personalmente, non conosco dati più "sensibili" di quelli che si confessano in segreto. Sarebbe interessante una sottoscrizione volta a informare il Garante in proposito, visto che al comune cittadino, che non si dovesse adeguare alla legge sulla privacy, sono comminate sanzioni particolarmente pesanti, anche di natura penale.
Perché le norme dello Stato non debbono valere per i preti? Che garanzie ci offrono, questi signori, per essere esautorati da obblighi che riguardano tutti? Di quale dispensa godono, per essere considerati al di sopra dell'ordinamento vigente?  

[1] Anche se il medesimo articolo stabilisce subito dopo che:
"3. Il comma 1 non si applica al trattamento:
a) dei dati relativi agli aderenti alle confessioni religiose e ai soggetti che con riferimento a finalita' di natura esclusivamente religiosa hanno contatti regolari con le medesime confessioni, effettuato dai relativi organi, ovvero da enti civilmente riconosciuti, sempre che i dati non siano diffusi o comunicati fuori delle medesime confessioni. Queste ultime determinano idonee garanzie relativamente ai trattamenti effettuati, nel rispetto dei principi indicati al riguardo con autorizzazione del Garante
;"
rimane da accertare quali siano queste "idonee garanzie" e se le medesime siano state effettivamente attuate dall'istituzione religiosa di appartenenza, nonché se si sia ottenuta la prevista specifica autorizzazione del Garante.
In mancanza di tali "idonee garanzie" e dell'autorizzazione del Garante, quanto stabilito dal precedente primo comma non trova deroga alla propria applicabilità in specie.

YOU'RE THE DEVIL IN DISGUISE

Demon in disguiseAnalizzati con attenzione, i sotto riportati articoli del codice penale italiano ci permettono di definire esattamente quali siano i reati e le rispettive pene, ascrivibili in via principale a quella grande organizzazione lucrativa denominata Chiesa Cattolica Apostolica Romana, che da duemila e più anni sottrae se stessa e i propri vertici al diritto e alla giustizia.
In ogni caso, l'articolo di Marina Corradi  sull'Avvenire di ieri, dice in un certo qual modo la verità: il cuore dell'organizzazione criminale non è Bruxelles ma Roma.
Purtroppo, finché restano in Italia, son più che sicuri che nessuno andrà mai a perquisire i loro covi.

Art. 643 Circonvenzione di persone incapaci
Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d'infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, e' punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 euro a 2065 euro.
Art. 600 Riduzione in schiavitù
Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento, è punito con la reclusione da otto a venti anni. La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi
Art. 416 Associazione per delinquere
Quando tre o piu' persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni. Per il solo fatto di partecipare all'associazione, la pena e' della reclusione da uno a cinque anni. I capi soggiacciono alla stessa pena stabilita per i promotori. Se gli associati scorrono in armi le campagne o le pubbliche vie si applica la reclusione da cinque a quindici anni. La pena e' aumentata se il numero degli associati e' di dieci o più.

J'ACCUSE ….!

papa ratzinger b&w

UN MANIFESTO DELLA LAICITA’

IL GIUDICE TOSTI DEPOSITA ISTANZA DI RICUSAZIONE NEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE, DAVANTI AL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA, CHE LO VEDE IMPUTATO DEL RIFIUTO DI PRONUNCIARE – SOTTO L’EGIDA DEL CROCIFISSO – SENTENZE IN NOME D’UNO STATO CHE SI DICHIARA COSTITUZIONALMENTE LAICO

Proseguendo nell’iter di totale trasparenza (almeno da parte mia) nei procedimenti che sono stati attivati ai miei danni, pubblico, qui di seguito, il testo dell’istanza di ricusazione che ho inoltrato ieri al Consiglio Superiore della Magistratura. Per chi ha pazienza, buona lettura.

 
Proc. riuniti nn. 12-190/2009 R.G.
SEZIONE DISCIPLINARE DEL C.S.M.
ISTANZA DI RICUSAZIONE

Io sottoscritto Luigi Tosti mi sono rifiutato, dal 9 maggio 2005 in poi, di tenere le udienze perché il Ministro di Giustizia non ha accolto la mia istanza di rimuovere dalle aule giudiziarie i crocifissi cattolici e neppure quella, subordinata, di autorizzarmi ad esporre al loro fianco la menorà ebraica. Per tale comportamento di “rifiuto” sono stato rinviato al giudizio della Sezione Disciplinare del CSM e il dibattimento è stato fissato per il prossimo 22 gennaio 2010 (proc. riuniti nn. 12-190/2009 R.G.).
Ciò premesso, avanzo istanza di ricusazione per i motivi che seguono.

PUNTO PRIMO
Per difendermi in questo procedimento dovrò esporre le seguenti ragioni che -a mio giudizio- rendono pienamente legittimo il rifiuto di tenere le udienze dal 9 maggio 2005.
1°) Ribadisco innanzitutto che l’esposizione generalizzata dei crocifissi nelle aule giudiziarie pregiudica in modo eclatante la “neutralità” dell’attività giurisdizionale dei giudici italiani e, dunque, lede il principio “SUPREMO” (cioè “massimo”) di LAICITA’ della Repubblica che si sostanzia -come affermato dalla Corte Costituzionale e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo- nell’ OBBLIGO di NEUTRALITA’, di IMPARZIALITA’ e di EQUIDISTANZA dello Stato e, conseguentemente, dei funzionari che agiscono in suo nome e per suo conto.
Dunque, il mio rifiuto di tenere le udienze sotto l’incombenza del crocifisso -che mi viene addirittura imposto dal Ministro di Giustizia fascista come “ammonimento di Verità e Giustizia”- è scaturito, in primis, dalla necessità di non calpestare la Costituzione Italiana, cioè di “brutalizzare” il mio OBBLIGO COSTITUZIONALE -non solo di essere- ma anche di APPARIRE NEUTRALE nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali e, conseguentemente, di non violare lo speculare DIRITTO dei cittadini italiani (e non italiani) di essere giudicati da giudici NEUTRALI.
2°) In secondo luogo, ribadisco che l’esposizione dei crocifissi nelle aule giudiziarie viola il diritto primario di “libertà religiosa” di tutti coloro che -o per rapporto di impiego (ed è il mio caso) o per necessità (ed è il caso dei “cittadini-utenti”)- sono costretti ad accedere e a frequentare gli uffici giudiziari per ragioni di giustizia. A tal proposito ribadisco che io non pratico l’idolatria praticata dai cattolici -i quali sono abitualmente avvezzi ad adorare pezzi di legno e pezzi di metallo forgiati a mo’ di macabri “cadaverini” inchiodati su una croce- tant’è che nella mia casa e sulla mia persona aborro esporre “idoli” di qualsiasi specie e razza.
Dunque, il mio rifiuto di tenere le udienze sotto l’incombenza del crocifisso è scaturito anche dalla necessità di sottrarmi alla violazione del mio diritto di libertà religiosa e, specularmente, dall’esigenza di non calpestare lo speculare diritto di libertà religiosa che compete ai cittadini (parti, testimoni, avvocati etc.) che sono costretti a frequentare le aule e che, dunque, hanno il “sacrosanto” diritto di non vedersi imposta la presenza di idoli o di simboli religiosi che, tra l’altro, potrebbero non essere condivisi o risultare addirittura sgraditi.
3°) In terzo luogo, ribadisco che l’esposizione dei crocifissi nelle aule giudiziarie viola il diritto primario all’eguaglianza ed alla non discriminazione di tutti coloro che -o per rapporto di impiego o per necessità- sono costretti ad accedere e a frequentare gli uffici giudiziari: il Ministro di Giustizia, infatti, non soltanto impone la presenza dell’idolo dei cattolici nella aule giudiziarie, ma vieta anche che siano esposti i simboli delle altre religioni, attuando in tal modo una patente discriminazione religiosa, che fa sostanzialmente “carne di porco” del diritto di eguaglianza e non discriminazione, che è riconosciuto sia dall’art. 3 della Costituzione che dall’art. 14 della Convenzione dei diritti dell’Uomo.
A tal ultimo proposito ricordo che io ho esposto nelle aule del Tribunale di Camerino i miei simboli, ma che essi sono stati immediatamente rimossi e “sequestrati” in cassaforte e che, inoltre, il mio rifiuto di tenere le udienze è scaturito, in sostanza, dalla circostanza che il Ministro di Giustizia mi ha vietato di esporre la menorà ebraica a fianco del crocifisso, compiendo così un’attività discriminatoria -che non ha soltanto connotazioni criminali- ma che in ogni caso calpesta il mio diritto di eguaglianza e non discriminazione. E, in effetti, se fossi stato autorizzato ad esporre la menorà a fianco al crocifisso, avrei seguitato a tenere regolarmente le udienze e, dunque, non staremmo oggi a confrontarci in questo kafkiano processo che, grottescamente, vede sul banco degli “incolpati” la vittima dei criminali atti di discriminazione religiosa, piuttosto che il “carnefice”, cioè il Ministro di Giustizia.
4°) In quarto luogo, infine, ribadisco che io sono una persona ispirata ed informata al rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo, al rispetto della Costituzione repubblicana, al rispetto dei principi fondamentali che reggono gli Stati democratici moderni, al rispetto delle norme penali e di quelle inderogabili e, non ultimo, al rispetto del mio “cervello” e delle mie capacità logiche e critiche di essere pensante: pertanto, così come non tollererei -sia come ebreo che come persona civile- che lo Stato italiano mi imponga la lercia e criminale svastica nazista -cioè il vessillo di quei criminali cristiani che si sono resi artefici della persecuzione razziale e del genocidio di sei milioni di ebrei, rom ed omosessuali- a maggior ragione non posso tollerare che il Ministro di Giustizia mi imponga, sopra la testa e nell’aula giudiziaria dove sono costretto a svolgere le mie mansioni giudiziarie, un simbolo che è infinitamente più lercio e più criminale della svastica, cioè il vessillo di quell’associazione di criminali e di falsari che si è resa artefice, in circa 1.700 anni di storia nefasta, di efferati crimini contro l’umanità, provocando lo sterminio di centinaia di milioni di esseri umani, e non di “appena” 6 milioni di innocenti.
Ribadisco -e ribadirò nella prossima pubblica udienza- che il crocifisso -ad onta dei compiacenti e grotteschi tentativi di contrabbandarlo come “il simbolo storico/culturale che identifica il popolo italiano e che esprime un sistema di valori di libertà, di eguaglianza, di dignità umana e di tolleranza religiosa, che stanno alla base del principio di laicità dello Stato”- rappresenta, nella VERA realtà storica, il “vessillo” della più grande banda di criminali e della più grande banda di falsari che sia mai esistita sul pianeta Terra, la quale si è resa artefice dei più efferati crimini contro l’umanità, che sono stati peraltro condivisi di papa in papa, senza manifestare alcun moto di resipiscenza e/o di pentimento e che, oltretutto, sono stati (e seguitano ad essere) arrogantemente apologizzati attraverso le “santificazioni” di criminali del calibro di Pio V, di San Cirillo di Alessandria (l’artefice dell’assassinio della matematica pagana Ipàzia), di San Giovanni Crisostomo, di Sant’Ambrogio, di Pio IX etc. etc.: una serie che è peraltro destinata ad essere incrementata con la santificazione di Pio XII, quel Papa razzista ed antisemita che, oltre ad aver collaborato all’ascesa al potere di Hitler e dei nazisti, ha accreditato presso la “Santa” Sede i criminali ustascia cattolici, artefici dello sterminio di circa 600.000 tra serbi, ebrei e rom, ed ha altresì collaborato alla fuga e all’espatrio di numerosi criminali di guerra nazisti, ai quali sono stati forniti falsi passaporti del Vaticano.
Ribadisco che la storia del “crocifisso” gronda di sangue, di genocidi, di assassini, di torture, di criminale inquisizione, di criminali crociate, di criminale razzismo, di criminali condanne a morte di eretici (une delle ultime condanne per “eresia” è quella inflitta, nel 1791, a Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, poi rinchiuso in un “pozzetto” della Rocca di San Leo e lasciatovi impazzire sino alla morte), di criminali torture e condanne al rogo di centinaia di migliaia di streghe, di criminale schiavizzazione -a livello planetario- delle popolazioni indigene, di superstizione, di criminale discriminazione e persecuzione razziale, di criminale shoà, di criminali rapimenti di bambini ebrei -perché “battezzati”di nascosto!- di castrazione di bambini per innalzare celesti “melodie” al vostro “buon” Dio, di criminali genocidi dei nativi americani ed australiani, di criminali confische, di congenita misoginia, di congenita ginecofobia, di congenita discriminazione delle donne e degli omosessuali (mi piace ricordare la prossima ricorrenza del suicidio dell’omosessuale Alfredo Ormando, che si è fatto ardere in piazza San Pietro, il 13 gennaio 1998, sperando che l’opinione pubblica capisse che “la Chiesa, che demonizza l’omosessualità, demonizza nel contempo la natura, perché l’omosessualità ne è figlia”), di congenita omofobia, di patologica sessuofobia, di intolleranza, di oscurantismo, di violazione e prevaricazione dei più elementari diritti politici ed umani di eguaglianza, di libertà di opinione, di libertà di pensiero, di libertà di religione e di libertà di scienza e ricerca, di omertosa e criminale copertura dei preti pedofili -che è stata praticata a livello planetario ed è stata coperta dal “regime di disinformazione pubblica” della Repubblica Pontificia italiana- di false natività di Gesù Cristo -che seguitano ad essere “tranquillamente” celebrate nella ricorrenza del dies natalis solis invicti- di false “donazioni” di Costantino per “giustificare” il potere temporale della Chiesa sul Pianeta Terra, di costanti falsificazioni e taroccamenti di scritture sacre, di false creazioni, di false reliquie, di falsi Cristi, di falsi “figli” di Dio, di falsi concepimenti divini -per di più “immacolati”- di false resurrezioni, di falsi prepuzi (ben 13!) che il buon Gesù si è dimenticato di portare con sé quando è risorto ed è volato in cielo, di ampolle contenenti falsi sangui di Gesù cristo, di false “fasce” di Gesù bambino, di false mangiatoie del bue e dell’asinello, di false culle di Gesù bambino, di falsi biberon di Gesù bambino, di falsi e truffaldini “sangui di San Gennaro”, di false piume cadute dalle ali dell’Arcangelo Gabriele, di falsi veli della Madonna, di falsi capelli della madonna, di false cinture della madonna, di falsi anelli di fidanzamento di Giuseppe e Maria, di falsi anelli nuziali di san Giuseppe, di falsi bastoni e cinture di San Giuseppe, di falsi “latti” della madonna, di false corone di spine, di false “teste” di san Giovanni Battista decollato -con relativi piatti rigorosamente falsi- di falsi danari di Giuda -con relative false borse- di calotte craniche, cervelli, vertebre, clavicole, dita, piedi, mani, femori ed altri macabri resti umani, appartenenti a chi sa chi ed attribuiti a falsi Santi, di false apparizioni della madonna -a migliaia, ma nessuna in un Paese islamico- di false madonne che lacrimano sangue, di una pletora di false ostie che si tramutano miracolosamente in fiorentine al sangue, di false case della madonna di Loreto -che volano qua e là- di falsi chiodi della croce di Gesù, di falsi legni della croce di Gesù, di false lance di Longino (Heilige Lanze) venerate dal cattolico Hitler, di false sindoni, di false veroniche, di falsi miracoli, di falsi Santi -autori di falsi miracoli- di falsi esorcisti che praticano riti sciamanici su impostori o su malati mentali, di false stigmate, di false transustanziazioni delle ostie, di Santi Padri Pii impostori, di falsi paradisi, di falsi purgatori, di falsi limbi, di falsi demoni, di falsi angeli, di falsi arcangeli, di falsi cherubini, di falsi serafini, di falsi troni, di falsi indemoniati e, persino, della falsa “cacca” dell’asino che avrebbe trasportato Gesù Cristo, di truffe, di costante abuso della credulità popolare a fini speculativi, di truffaldine messe gregoriane (390 euro di pizzo, acciocché l’anima di un caro defunto trasmigri dal “purgatorio” al “Paradiso”), di simonia, di mercimonio di indulgenze, di truffaldine commercializzazioni di “medagliette” “miracolose” della Madonna, di commercializzazione del miracoloso monossido di diidrogeno dei prestigiosi laboratori farmaceutici di Lourdes, di mafiose bolle di componenda, di illeciti finanziari, di accumulazione parassitaria di ingenti ricchezze, che rappresentano uno scandalo teologico e un insulto alla povertà, di ostentazione di sfarzi, di ori, pietre preziose, opere d’arte, di ricchezze, di costosissimi paramenti egizi liturgici e di agi che oltraggiano i veri poveri “cristi” di questo Pianeta, di Banche -come lo IOR- create e gestite -istituzionalmente- per occultare la tracciabilità delle operazioni bancarie ed agevolare, di conseguenza, il riciclaggio del danaro sporco e le evasioni fiscali, di negazione assoluta dei diritti politici dei cittadini dello Stato del Vaticano, di negazione assoluta dei diritti di eguaglianza delle donne e degli omosessuali, di negazione assoluta del diritto di libertà religiosa, di negazione assoluta del diritto inviolabile di matrimonio dei preti e delle monache, di imposizione di pratiche contro natura come la castità, di criminale istigazione alla diffusione di malattie mortali attraverso il divieto dell’uso del preservativo, di mancata adesione alle Convenzioni internazionali stipulate dagli Stati civili per la salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali degli uomini e delle donne, di mancata adesione alle Convenzioni internazionali finalizzate alla lotta contro la criminalità, contro il riciclaggio e contro l’evasione fiscale.
Alla stregua di tali circostanze di fatto, l’imposizione del crocifisso nelle aule non implica soltanto la “brutalizzazione” del principio supremo di laicità, ma implica anche che lo Stato italiano condivida tutti i crimini di cui è irrimediabilmente ammorbata la storia criminale della Chiesa cattolica, offendendo la dignità di chi -come me e come altri in Italia- crede negli opposti valori della tolleranza, dell’eguaglianza, della legalità, del rispetto dei più elementari diritti umani e del rispetto delle norme penali e dei principi fondamentali che reggono gli stati democratici moderni, nonché dei rapporti di collaborazione internazionale tra gli stati civili, oltraggiando altresì in modo vergognoso, indecente e intollerabile la memoria delle centinaia di milioni di esseri umani che, in nome di quel macabro e orrifico simbolo, sono stati assassinati, torturati, sbudellati, incarcerati, discriminati, inquisiti, ghettizzati, prevaricati, abbindolati, truffati, vilipesi ed emarginati dalla Chiesa Cattolica nella sua nefasta storia criminale.
Trovo estremamente vergognoso e intollerabile che lo Stato italiano mi imponga questo “vessillo” negli uffici dove sono costretto a lavorare, così come trovo vergognoso, indecente e intollerabile che il Papa e le gerarchie ecclesiastiche seguitino tutt’ora ad essere accreditati, sponsorizzati e spalleggiati dalle Istituzioni italiane, ad onta dei trascorsi criminali della Chiesa e ad onta del suo presente, che è tutt’altro che commendevole. Trovo vergognoso, indecente e intollerabile che le gerarchie ecclesiastiche invadano quotidianamente la politica italiana, gli spazi pubblici, la RAI e le televisioni pubbliche, con interventi intrusivi che brutalizzano il principio di laicità, dispensando ai “sudditi” italiani, pressoché giornalmente, mirabilianti “pillole di saggezza” confezionate da chi si arroga ancora il diritto di essere l’unico Legale Rappresentante di un Dio, indefinito, indefinibile e latitante, in virtù di una procura ricevuta ben 2.000 anni or sono.
Trovo vergognoso, indecente e intollerabile che gli “alti prelati” e gli “alti porporati” siano costantemente invitati dalle Istituzioni italiane a presenziare -in rigoroso regime di monopolio- agli eventi pubblici istituzionali, senza che eguale opportunità sia concessa agli islamici, agli ebrei, agli atei etc.etc. E come magistrato e come cittadino trovo vergognoso, indecente e intollerabile che questi “alti prelati” e questi “alti porporati” siano costantemente invitati a presenziare -in prima fila, in perfetta “solitudine” e senza che alcuno abbia alcunché da obiettare- all’apertura dell’anno giudiziario italiano, sia dinanzi alla Cassazione che dinanzi alle Corti di Appello italiane, quasi che i giudici italiani siano tribunali dell’Inquisizione o della Sacra Rota sottoposti, per dettato costituzionale, alla sovranità della Chiesa.
Ribadisco, infine, che detesto ed aborro il crocifisso anche sotto il profilo meramente simbolico, perché:
a) evoca in modo macabro e orrifico un messaggio altamente immorale, diseducativo e psicologicamente deleterio, ovverosia l’assassinio di un Dio-figlio perpetrato dal un Dio-Padre per “salvare” (da che?) e “redimere” (da che?) terzi “colpevoli” (di che?), cioè l’Umanità peccatrice (di che)?;
b) identifica poi un Dio biblico assassino, terrorista, genocida, intollerante, stupratore, infanticida, schiavista, misogino, ginecofobo, omofobo, razzista, sessuofobo e a tal punto borioso e criminale da pretendere di essere venerato con sacrifici umani ed animali dall’unica scimmia teomorfa che esista sul Pianeta Terra.

PUNTO SECONDO
Sulla base di quanto sopra esposto, è evidente che la mia legittima aspettativa di essere assolto dipende dalla circostanza che i giudici della Sezione disciplinare condividano le motivazioni del mio rifiuto, e cioè che affermino in sentenza che la presenza dei crocifissi, oltre ad offendere l’umanità intera per le sue connotazioni criminali, lede il principio supremo di laicità, nonché i diritti di libertà ed eguaglianza religiosa -sia miei che dei cittadini italiani- e che pertanto il mio rifiuto è da ritenere legittimo perché integra un caso di legittimo esercizio del “diritto inviolabile di libertà di coscienza”, essendo stato necessitato dall’esigenza di non “fare carne di porco” del principio supremo di laicità, di non violare i diritti di libertà ed eguaglianza religiosa dei cittadini italiani e, infine, dalla necessità di preservare i miei diritti di libertà e di eguaglianza religiosa da un’offesa diretta ed immediata.
La mia caldeggiata assoluzione implicherebbe dunque la declaratoria-ancorché in via incidentale- dell’abrogazione della circolare fascista del 1926 ex art. art. 15 disp. prel. cod. civile, sicché il Ministro di Giustizia, nolente o volente, si vedrebbe costretto a rimuovere i crocifissi dalle aule giudiziarie. Infatti, in caso di persistente inottemperanza io mi periterei di intraprendere un giudizio di ottemperanza e, in ogni caso, proseguirei a rifiutarmi di tenere le udienze sino a che il Ministro di Giustizia non avrà rimosso l’ultimo crocifisso dall’ultima aula dell’ultimo tribunale italiano.
Alla luce di queste inconfutabili considerazioni, non posso non esternare la pressoché TOTALE SFIDUCIA nell’ “imparzialità” dei giudici della Sezione disciplinare del CSM che siano di fede cattolica o, comunque, “battezzati”. In quanto “credenti cattolici”, infatti, i giudici hanno innanzitutto un indubbio interesse a mantenersi il privilegio dell’ostensione del loro idolo nelle aule giudiziarie: dunque sarebbero indotti a “privilegiare” una mia condanna, piuttosto che un’assoluzione, che determinerebbe l’ineluttabile “crollo” dei “loro” crocifissi dalle pareti.
Questo “interesse” dei giudici “cattolici” non è peraltro astruso, ma documentato da una casistica eclatante. Basta citare il caso del TAR del Veneto, che è stato investito da Lautsi Soile della questione della legittimità dei crocifissi nelle scuole. Ebbene, ricordo che nel 2004 questo TAR ha rimesso gli atti alla Consulta perché ha ritenuto che la presenza dei crocifissi nelle scuole facesse una vera e propria “strage” di principi e di norme costituzionali, e cioè che violasse il principio della laicità dello Stato e gli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione. La Consulta, però, non si è pronunciata perché le norme censurate avevano natura “regolamentare”. A questo punto è avvenuto un evento provvidenziale, e cioè che ben due dei tre giudici del TAR fossero sostituiti e che il nuovo Presidente, il dr. Umberto Zuballi, di conclamata fede cattolica, si sostituisse al relatore originario. Ebbene, a distanza di appena un anno il “rinnovato” TAR del Veneto si è tranquillamente “rimangiato” tutto quello che aveva affermato l’anno prima e, con una sentenza che è stata depositata nel tempo record di 4 giorni (un omaggio a Karol Woityla agonizzante) ha decretato -in mezzo al tripudio dei catto-talebani e degli atei devoti italiani- che il crocifisso -ad onta dell’Inquisizione, delle crociate, delle persecuzioni razziali e di altri crimini- è da considerare il miglior simbolo di civiltà, di tolleranza e di laicità che esista sul mercato.
Questa sentenza -ritenuta dai più scandalosa- è stata poi confermata dal Consiglio di Stato, relatore ed estensore il dr. Giuseppe Romeo, ex residente del centro studi Torrescalla di Milano dell’Opus Dei.
Orbene, se si considera che per queste due singolari sentenze l’Italia ha subito una sonora condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è giocoforza ritenere che in Italia -almeno nelle questioni che riguardano l’idolo del “crocifisso”- non si possa fare alcun affidamento nell’imparzialità dei giudici di fede cattolica, in quanto portatori di un concreto “interesse” personale.
Ma non è tutto. C’è anche da considerare, infatti, che il Catechismo della Chiesa cattolica dispone (nn. 1267 e 1269) che il battesimo «incorpora alla Chiesa» e che «il battezzato non appartiene più a se stesso e, perciò, è chiamato a essere «obbediente» e «sottomesso» ai capi della Chiesa». Il gregge cattolico, dunque, è obbligato ad obbedire ciecamente al suo Pastore, cioè ai dictat e ai desiderata delle gerarchie ecclesiastiche. E la Chiesa, a sua volta, si ritiene legittimata a pretenderne l’obbedienza, anche attraverso la comminatoria di sanzioni religiose estreme. Emblematica, sotto questo profilo, è la scomunica comminata dalla Chiesa a chi avesse osato votare per i “comunisti”. Un atto di ingerenza, questo, a dir poco eversivo, perché teso a condizionare l’esito democratico delle votazioni, facendo leva su di una credenza superstiziosa di una parte cospicua della popolazione: e cioè che il Papa e la Chiesa siano legittimati, in virtù di una “concessione” loro elargita da un vaniloquio chiamato Dio, a condannare alla dannazione eterna -già su questo pianeta Terra- le pecorelle che non obbediscono alla Chiesa.
Altrettanto emblematiche sono le “direttive” che vengono impartite -quotidianamente ad ogni telegiornale- a tutti i cattolici che ricoprono cariche politiche o posti di comando, affinché intervengano a favore della Chiesa su questioni che le stanno a cuore, sovente di contenuto economico (illecito finanziamento della scuola privata, 8 per mille, etc.).
La liceità di questo rapporto di sudditanza risulta addirittura legittimata e giustificata dai giudici italiani, al punto tale che la Corte di Appello di Firenze ha assolto un vescovo che aveva pubblicamente offeso una coppia che aveva avuto l”ardire” di sposarsi “solo” in Comune, sentenziando che i due sposi, in quanto “battezzati”, erano “sudditi” della Chiesa e dovevano dunque seguire il dettame di sposarsi in Chiesa, sicché il loro pubblico “sputtanamento” doveva ritenersi più che “lecito”!
In estrema sintesi, l’adesione alla setta religiosa cattolica determina, in virtù dei precetti del catechismo, un vero e proprio vincolo di sudditanza, di subordinazione e di obbedienza degli adepti, del tutto assimilabile a quello che esiste in certe logge massoniche (questo vincolo è più marcato per gli accoliti dell’Opus Dei).
Ne consegue che io non posso riporre alcuna fiducia nell’imparzialità dei membri del CSM di fede cattolica (ancor meno se accoliti dell’Opus Dei), sia perché aventi un interesse concreto in questo processo, sia perché obbligati, per vincolo di catechismo, a seguire le direttive del Papa e della Chiesa che, in subiecta materia, sono state esternate in modo chiaro e categorico: entrambi, infatti, si sono pubblicamente espressi a favore della rigorosa “marcatura” dei tribunali italiani con i SOLI idoli del Dio biblico incarnato.
Sottolineo anche che per difendermi io dovrò necessariamente affrontare ed illustrare -con ampi riferimenti storici- le connotazioni criminali che pregiudicano irreparabilmente la credibilità e l’immagine di questo simbolo/idolo e, inoltre, dovrò illustrare il comportamento di discriminazione -connotato anche di criminalità- che è stato posto in essere nei miei confronti dai Ministri di Giustizia cattolici. Sarebbe dunque un pia illusione quella di sperare in un equo e imparziale giudizio da parte di membri del CSM di fede cattolica. Sarebbe come se un ebreo, rinviato a giudizio per essersi rifiutato di soggiacere ad atti di discriminazione razziale, dovesse essere giudicato da un tribunale composto da gerarchi nazisti: quale speranza potrebbe avere?
Sulla base di queste considerazioni dichiaro, dunque, di ricusare i membri della Sezione disciplinare di fede cattolica e, primieramente, il Presidente Avv. Nicola Mancino, che è di conclamata fede e militanza cattolica. Come apprendo dall’enciclopedia mediatica Wikipedia, infatti, l’Avv. Mancino è stato attivista dell’ex Democrazia Cristiana che, oltre tutto, aveva come emblema politico la “scudo dei crociati” (un emblema che viene tutt’ora tranquillamente esibito dall’UDC), cioè un simbolo che evoca alla memoria quell’orda di criminali cristiani che, per circa trecento anni, hanno infestato e funestato, al grido di “Dio lo vuole”, l’Europa ed il Medio Oriente, assassinando, saccheggiando, stuprando, torturando, arrostendo sulle griglie i bambini, schiavizzando, perseguitando centinaia di milioni di esseri umani, e questo per assecondare assurde superstizioni religiose: e cioè perché ritenevano (e tutt’ora ritengono!) che su questo Pianeta vi sia un “pezzo di terra” “Santificato”, cioè “sciamanizzato” dalla nascita, in loco, del loro “Vero” Dio. Il quale luogo “Santo” deve dunque essere “liberato” e “disinfestato” dagli “infedeli”, cioè dai fans di un altro Dio che, ovviamente, è “falso”.
E se si considera che On.le filosofo Rocco Buttiglione, altro noto esponente cattolico, ha “giustificato” gli orrendi crimini dei Crociati in una recente trasmissione radiofonica -alla quale ho partecipato- affermando che quelli erano tempi di ferro che necessitavano, dunque, di uomini di ferro, non posso nutrire alcuna fiducia di imparzialità e di serenità in chi, essendo cattolico, propugna pubblicamente dei revisionismi storici che hanno il difetto di oltraggiare ed offendere la dignità e la memoria di centinaia di milioni di innocenti, del cui delirante sterminio paghiamo ancor oggi le conseguenze, sia a livello di pace che di pacifica convivenza.
Ma non è tutto: esiste infatti un altro motivo di ricusazione, che qui di seguito espongo.

PUNTO TERZO
Ricordo che, in seguito al mio “rifiuto di processare i cittadini italiani sotto l’incombenza di un simbolo religioso di parte” -cioè motivato dall’esigenza di non violare il principio supremo di laicità e di non violare i diritti di libertà religiosa e di eguaglianza religiosa sia miei che degli imputati- sono stato rinviato al giudizio del Tribunale penale dell’Aquila per il reato di omissione di atti d’ufficio.
Ovviamente, nella mia nuova “veste” di “imputato” ho reclamato il rispetto degli stessi principi e degli stessi diritti che avevo inteso tutelare, come magistrato, col mio “rifiuto di tenere le udienze in presenza del crocifisso”, sicché ho chiesto al Ministro di Giustizia Roberto Castelli e ai giudici aquilani di rimuoverli o, in alternativa, di esporre al loro fianco tutti i simboli religiosi e, in particolare, la menorà e il logo dell’UAAR (Unione Atei Agnostici Razionalisti), preannunciando che, in caso contrario, “mi sarei rifiutato di farmi processare per gli stessi identici motivi per i quali come magistrato, mi ero rifiutato di processare i cittadini italiani”, ovverosia che “mi sarei rifiutato di presenziare all’udienza dibattimentale” fissata per il 18 novembre 2005. E ho ribadito che questo rifiuto era necessitato dall’esigenza di non subire la lesione del mio diritto di “imputato” di essere giudicato da giudici “visibilmente imparziali”, cioè neutrali, nonché di non subire la lesione dei miei diritti inviolabili di libertà e di eguaglianza religiosa.
Non avendo il Ministro accolto nessuna delle due richieste -e non avendo i giudici accolto neppure l’invito a sollevare un conflitto di attribuzione- il 18 novembre 2005 “mi sono rifiutato di farmi processare”, cioè mi sono allontanato dall’aula dibattimentale. All’esito dell’udienza sono stato condannato a sette mesi di reclusione.
Nel settembre dell’anno successivo -approssimandosi la celebrazione di altre due altre udienze penali (dinanzi al GIP e dinanzi alla Corte di Appello)- ho reiterato all’Eccellentissimo e rimpiantissimo nuovo Ministro della Giustizia, On.le Clemente Mastella, la richiesta di rimozione dei crocifissi dalle aule o, in subordine, di esposizione di TUTTI gli altri simboli e, in particolare, del logo dell’UAAR.
Per l’esattezza gli ho inoltrato la lettera datata 5 settembre 2006 con la quale ho testualmente ribadito a questo Illustrissimo Ministro che “come magistrato mi rifiutavo di processare gli imputati sotto l’incombenza del solo crocifisso -e questo perché non intendevo violare il diritto degli imputati di essere giudicati da giudici che fossero “visibilmente imparziali”- e che, dunque, “come imputato mi rifiutavo di essere giudicato da giudici che non fossero “visibilmente imparziali”, che cioè si identificavano platealmente nei crocifissi appesi sopra la loro testa, ma non nei simboli neutrali dell’unità nazionale che, guarda caso, erano invece accuratamente estromessi dalle aule”.
Ho preannunciato che, in caso contrario, sarei stato costretto a “rifiutarmi di farmi processare”, ovverosia che non avrei “presenziato alle udienze” (come avevo già fatto il 18.11.2005).
Ebbene, interveniva a questo punto il noto ed illustre giurista On.le Francesco Storace che, irritatosi per una citazione del suo commento all’ordinanza del giudice Montanaro ("provo una fortissima indignazione per la sentenza dell’Aquila, che è la logica conseguenza di una grave tendenza che punta alla negazione di valori che fanno parte della tradizione italiana ed europea. E’ bene che si cominci a dire forte e chiaro che i cattolici non possono essere considerati ospiti (???) in Italia.") sfogava il suo livore presentando al suo Collega di partito On.le Mastella un’interpellanza con la quale gli chiedeva se non era il caso di “sanzionare disciplinarmente un imputato come me che asseriva di volersi rifiutare di presenziare alle udienze perché i giudici, a causa della presenza coatta dei crocifissi e dell’assenza degli altri simboli, gli apparivano non neutrali e, anzi, parziali e di parte”.
L’Eccellentissimo On.le Ministro di Giustizia Clemente Mastella, dopo aver “riservatamente” assicurato al suo collega amico On.le Francesco Storace che avrebbe proposto un procedimento disciplinare contro di me -notizia “riservata” che veniva “riservatamente” propalata a cani e porci dalla Stampa Nazionale su impulso dello Storace- mi invitava poi a recarmi ad Ancona, presso il Presidente della Corte Dorica, per ritirare colà un plico, ovviamente “riservato”, che conteneva la notizia, ovviamente “riservatissima”, della proposizione del procedimento disciplinare: notizia che, in via strettissimamente “riservata”, era stata propalata, sempre “riservatissimamente”, a cani e porci da più di un mese.
Ricordo che con la sua incolpazione l’Esimio Ministro della Giustizia On.le Clemente Mastella mi ha addebitato di aver manifestato il proposito di rifiutarmi di presenziare alle udienze se non fosse stata accolta la mia pretesa di essere giudicato in aule prive di simboli partigiani come i crocifissi e, dunque, da giudici che fossero “visibilmente imparziali”.
Ebbene, dopo che la Procura Generale della Cassazione aveva modificato l’imputazione per ben 4 volte -come nella favola del lupo e dell’agnello- la Sezione disciplinare del CSM, presieduta dall’Avv. Nicola Mancino e composta dai consiglieri Avv. Michele Saponara, Dott. Giuseppe Maria Berruti, dr. Giulio Romano, dott. Mario Fresa e dott.ssa Elisabetta Maria Cesqui, mi ha condannato con sentenza n. 106/2007 del 7.12.2007 alla sanzione dell’ammonimento.
Per la precisione, la Sezione disciplinare ha ritenuto che io -che nella mia veste di giudice avevo più e più volte manifestato il proposito “di rifiutarmi di giudicare gli imputati in presenza del crocifisso, per rispettare il loro diritto costituzionale di essere giudicati da giudici “visibilmente imparziali”, nonché i loro diritti inviolabili di libertà e di eguaglianza religiosa” (senza che per questo proposito alcuno si sia mai sognato di muovermi un’incolpazione disciplinare!!!)- nella mia “speculare” veste di “imputato”, invece, NON potevo manifestare quello stesso identico e speculare proposito, che cioè “mi sarei rifiutato di presenziare alle udienze penali a causa della presenza del crocifisso, e questo al fine di evitare sia la lesione del mio diritto costituzionale di essere giudicato da giudici “visibilmente imparziali” che la lesione dei miei diritti inviolabili di libertà ed eguaglianza religiosa”.
Per i sei giudici della Sezione disciplinare del CSM, infatti, la mia “aspettativa” che non venisse fatta “carne di porco” dei miei diritti costituzionali, durante lo svolgimento delle udienze, integrava -si ponga attenzione- un “RIFIUTO APRIORISTICO” di essere giudicato dai giudici aquilani!!!!! Cioè, in buona sostanza, io avrei detto ai giudici aquilani: “Voi, giudici aquilani, siete indegni di giudicarmi e, dunque, DA VOI NON MI FARO’ MAI GIUDICARE!!!”
Questo “rifiuto APRIORISTICO” -hanno sentenziato i sei giudici- è disdicevole, perché un cittadino/imputato che dichiara che si rifiuterà di presenziare (come peraltro il codice di procedura gli riconosce!) alle udienze penali per non subire la brutalizzazione dei suoi diritti costituzionali e inviolabili è “ un imputato che si difende “DAL” processo, e non “NEL” processo”!!!! Per la precisione -hanno chiosato i sei giudici- il dr. Luigi Tosti è un magistrato assimilabile ai terroristi rossi o neri o al premier Berlusconi, cioè a soggetti che hanno rifiutato “aprioristicamente” la giurisdizione dei giudici italiani, perché ne disconoscevano l’autorità.
Dunque, l’arguta e sottile tesi del giurista dr. Francesco Storace ha trovato pieno accoglimento e risulta oggi scolpita in una granitica massima giurisprudenziale, destinata ad illuminare la casistica degli illeciti disciplinari perpetrati da magistrati.

Orbene, alla luce di questi incontestabili dati di fatto appare evidente che io non possa nutrire la benché minima fiducia nell’imparzialità dei sei membri del CSM, che hanno deliberato la succitata sentenza n. 106/2007. Essi, infatti, hanno già espresso un giudizio di colpevolezza per un comportamento di “rifiuto” (di presenziare alle udienze) che è esattamente “speculare” al “rifiuto” (di tenere le udienze) per il quale io debbo essere oggi giudicato in questo procedimento disciplinare. E la specularità è TOTALE, perché riguarda anche le motivazioni e le giustificazioni che ispirano entrambi i rifiuti (cioè l’esigenza di non calpestare/o vedere calpestato il principio supremo di laicità e l’esigenza di non violare/o veder violati i diritti primari di libertà ed eguaglianza religiosa).
Dunque è a dir poco lapalissiano che i sei summenzionati giudici hanno già anticipato un giudizio di colpevolezza “anche” per questo procedimento.
E questa conclusione è aggravata anche dall’ulteriore considerazione che la condanna che mi è stata inflitta nell’altro procedimento riguardava il mero “proposito” di “rifiutarmi di presenziare alle udienze”, cioè un comportamento del tutto LEGITTIMO: anche i sassi, infatti, sanno che gli imputati non hanno alcun OBBLIGO di presenziare alle udienze ma, semmai, hanno il DIRITTO di parteciparvi!! Pertanto, è giocoforza ritenere che sia un pia illusione -o forse meglio un’ipotesi fantascientifica- che io possa nutrire una qualche speranza di essere assolto dai sei summenzionati giudici in questo processo. Infatti, in questo processo io sono chiamato a rispondere di un comportamento di “rifiuto” che -sebbene si fondi sulle stesse identiche motivazioni di quello opposto come “imputato”- integra sicuramente l’inadempimento di un OBBLIGO di SERVIZIO, e non l’esercizio di un vero e proprio diritto, come quello di decidere se presenziare o meno alle udienze.
D’altro canto, se venissi (malauguratamente) assolto in questo processo si realizzerebbe un paradosso giurisprudenziale kafkiano. Si finirebbe cioè per affermare che i magistrati che si rifiutano di presenziare alle udienze a causa della presenza dei crocifissi e dell’assenza degli altri simboli religiosi nelle aule non commettono alcun illecito disciplinare, perché il loro rifiuto è giustificato dall’esigenza di non violare il principio supremo di laicità e di non violare i diritti di libertà religiosa e di eguaglianza religiosa degli imputati; mentre, viceversa, i cittadini che si rifiutano di presenziare alle udienze a causa della presenza dei crocifissi e dell’assenza degli altri simboli religiosi commettono un illecito disciplinare (se “occasionalmente” magistrati) perché il loro “rifiuto di presenziare”, ancorché espressione di un DIRITTO ed ancorché giustificato dalla medesima esigenza di non subire la violazione del principio supremo di laicità e la violazione dei propri diritti di libertà ed eguaglianza religiosa, “offende” e “scredita”………….. i giudici chiamati a giudicarli!!!!
Si tratterebbe -com’è evidente- di una contraddizione gigantesca, per ovviare alla quale i sei giudici non avrebbero oggi altra alternativa, se non quella di “condannarmi” anche in questo processo, se non altro per non smentire la CICLOPICA, IMMENSA, GIGANTESCA ed IMMANE FALSITA’ che mi è stata appioppata per condannarmi nell’altro processo: e cioè che io abbia realmente manifestato un “rifiuto APRIORISTICO di essere processato dai giudici aquilani”.
Come ho infatti avuto modo di esporre nel mio ricorso per cassazione, infatti, anche una persona “decapitata” è in grado di capire che, avendo io manifestato, come imputato, la mia più totale disponibilità a partecipare alle udienze -purché venissero tolti i crocifissi o aggiunti tutti gli altri simboli- io non ho mai manifestato alcun cervellotico “rifiuto APRIORISTICO di essere processato da “quei” giudici” ma, semmai, ho manifestato la contraria volontà e il contrario desiderio di partecipare alle udienze e di essere processato da QUEGLI stessi giudici, pretendendo soltanto che le aule venissero derat-zingerate da qualsiasi simbolo religioso, sia per ripristinare e garantire il rispetto del principio di supremo di laicità che per preservare i miei diritti inviolabili.
In altre parole, null’altro ho fatto e null’altro ho preteso, se non quanto fece e quanto pretese un imputato handicappato che si rifiutò di farsi processare -cioè di presenziare all’udienza- perché il Tribunale si era a sua volta rifiutato di eliminare le barriere architettoniche, che gli impedivano un accesso all’aula dibattimentale, decoroso e rispettoso della sua dignità di essere umano. E mi piace rammentare che la Cassazione penale gli dette ragione, annullando la condanna che gli era stata inflitta “in contumacia”. Il che palesa, dunque, che io non mi sono difeso “DAL” processo, ma “NEL” processo, perché non ho rinnegato e/o contestato l’autorità dei giudici, ma ho soltanto preteso che il processo si svolgesse nel rispetto dei miei diritti di rango costituzionale.
Ma non è tutto.
Non posso esimermi dal ricordare che in quel processo mi è stato impedito di prospettare argomentazioni difensive -che sono state bollate e stroncate a priori come “ipotesi di terzo grado”- e, cosa ben più grave, tutte le mie attività difensive -estrinsecatesi con produzioni documentali e memorie- sono state completamente obliterate e la motivazione della sentenza di condanna è stata stesa ricopiando parola per parola l’arringa del Sostituto Procuratore Generale: il che denota totale disprezzo della mia attività di autodifesa. Il diritto di difesa, infatti, non significa soltanto concedere ad un incolpato la possibilità di parlare, di presentare memorie e documenti, ma significa soprattutto VAGLIARE le sue tesi difensive e RISPONDERE motivatamente alle sue tesi difensive. E questo è stato completamente obliterato, al punto tale che mi è stata addossata la FALSA, CICLOPICA, IMMANE, IMMENSA, INCOMMENSURABILE MENZOGNA che io avrei manifestato un rifiuto “aprioristico “ di essere giudicato dai giudici dell’Aquila “in quanto di fede cattolica”!!!!
La mia condanna, poi, è stata anche supportata dalla considerazione -da parte dei sei giudici- che essi “davvero non comprendevano come e in che modo i giudici aquilani si potessero in concreto “identificare” nel simbolo della religione cattolica”. Una motivazione, questa, che integra una palese anticipazione di giudizio in questo procedimento disciplinare: io, infatti, ho posto a fondamento principale del mio “rifiuto di tenere le udienze” proprio la circostanza che l’esposizione del crocifisso nelle aule di giustizia pregiudica ineluttabilmente la NEUTRALITA’ dell’esercizio della mia attività giurisdizionale.
E non posso esimermi dal segnalare che lo sconcerto espresso dai sei giudici della Sezione disciplinare (““davvero non si comprende come e in che modo i giudici aquilani si possano in concreto “identificare” nel simbolo della religione cattolica”) confligge con l’opposta opinione espressa dalla Sezione disciplinare della “precedente” consiliatura (composta dall’Avv. Nicola Buccico, dall’Avv. Gianfranco Schietroma, dai dott.ri Giuseppe Salmè Giovanni Mammone Carmine Stabile e Giuseppe Fici) che nel deliberare la mia “sospensione cautelare” si è espressa in senso diametralmente opposto: cioè ha affermato che la presenza dei crocifissi pregiudica la neutralità dell’esercizio delle funzioni giurisdizionali e viola i diritti di libertà e di eguaglianza religiosa.
Senza considerare che la Corte Europea, con sentenza del 3.11.2009 (Lautsi Soile c./ Italia), ha affermato -all’unanimità- che la presenza dei crocifissi nel settore pubblico fa carne di porco del principio di laicità e del diritto inviolabile di libertà religiosa dei cittadini.
“La libertà negativa -ci insegna la CEDU- non è limitata all’assenza di servizi religiosi o di insegnamenti religiosi, ma si estende….ai simboli che esprimono….una credenza, una religione o l’ateismo. Questo diritto negativo (di non avere la presenza dei crocifissi negli uffici pubblici: n.d.r.) merita una protezione particolare se è lo Stato che esprime una credenza e se la persona è messa in una situazione di cui non può liberarsi…(ed è la situazione di chi, come me, è costretto a giudicare in aule infestate da crocifissi).
Lo Stato -prosegue la CEDU. è tenuto alla NEUTRALITA’ confessionale…..La Corte ritiene che l’esposizione OBBLIGATORIA di un simbolo confessionale nell’ESERCIZIO del SETTORE PUBBLICO, relativamente a situazioni specifiche che dipendono dal controllo governativo, in particolare nelle AULE, VIOLA il diritto…..di credere o di non credere.
La corte considera che questa disposizione viola questi diritti perché le limitazioni (dei diritti di libertà religiosa: n.d.r.) sono INCOMPATIBILI con l’OBBLIGO dello STATO di RISPETTARE la NEUTRALITA’ nell’ESERCIZIO del SETTORE PUBBLICO”.
Tutti questi principi, affermati dalla CEDU, annichiliscono le motivazioni con le quali sono stato condannato dalla Sezione disciplinare per il mio “proposito di rifiutarmi di presenziare alle udienze come imputato” e supportano, per converso, la piena legittimità del mio rifiuto di tenere le udienze sotto l’incombenza dei macabri e criminali crocifissi: per dettato costituzionale, infatti, TUTTI i giudici debbono essere imparziali e neutrali (art. 111 Costituzione), sicché un giudice con la manina di Fatima, o la menorà ebraica o l’effige di Buddha sopra la testa -o appesi al collo- è un giudice che fa “carne di porco” del principio di laicità e, dunque, dell’obbligo di essere e di apparire “NEUTRALE”.
Non è un caso -ma dipende soltanto dalla circostanza che si tratta di un Paese civile e non di una colonia del Vaticano- che il ministro danese della Giustizia Lene Espersen, nel preannunciare un disegno di legge sul divieto dei simboli religiosi nelle aule, ha dichiarato: "Abbiamo deciso di vietare l’uso di simboli religiosi o politici, quando si è magistrati, perché un giudice deve essere neutrale e imparziale nel suo abbigliamento nelle aule di udienza”.
Sarebbe dunque auspicabile che gli attuali “norcini” della Repubblica Pontificia Italiana ascoltassero gli inviti della Cassazione, quelli del(la precedente Consiliatura del) CSM e quelli della Corte europea dei Diritti dell’Uomo e cessassero, dunque, di insaccare i principi “supremi” della nostra Carta Costituzionale e i diritti inviolabili dei cittadini italiani nei budelli -decisamente poco gentili e poco democratici- della Chiesa cattolica e dell’ultima Teocrazia Monarchica rimasta sulla faccia della Terra, cioè del Vaticano.

Pertanto, per i motivi che ho sopra esposto:

– avanzo istanza di ricusazione nei confronti dei membri della Sezione disciplinare del CSM di fede cattolica o, comunque, battezzati;
– avanzo istanza di ricusazione nei confronti dei consiglieri Avv. Nicola Mancino, Avv. Michele Saponara, Dott. Giuseppe Maria Berruti, dr. Giulio Romano, dott. Mario Fresa e dott.ssa Elisabetta Maria Cesqui.
In subordine, li invito ad astenersi per motivi di opportunità.
Rimini, 5 gennaio 2010.
Luigi Tosti

DIVIETO D'AFFISSIONE

crocifissoNOTIZIA BUONA:
"La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana."

NOTIZIA CATTIVA:
"Il giudice Nicola Lettieri, che difende l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo, ha reso noto che il governo italiano ricorrerà contro la sentenza.
"
 
(fonte Corriere della Sera
)

LASZLO MERO: CALCOLI MORALI

images[5]Il sottotitolo italiano di questo libro (“teoria dei giochi, logica e fragilità umana”) compendia il percorso dell’autore tra i meandri della razionalità (o irrazionalità) dei comportamenti sociali ed etologici. Con approccio di tipo matematico, nella sua ricerca egli s’avvale d’uno strumento comunque molto noto, almeno di nome, anche tra i non specialisti: la teoria dei giochi.

Sinceramente, non l’ho trovato un libro facile, soprattutto per quello che non dice piuttosto che per ciò che dice. Alcuni ragionamenti, infatti, implicherebbero strutture formali che non sono esplicitate nel libro e la cui assenza, forse, non (mi) consente di coglierne con immediatezza, sia pur sempre in maniera intuitiva, i passaggi. Potrebbe anche trattarsi della traduzione, dall’ungherese all’inglese e poi all’italiano.

Mi è piaciuto particolarmente un concetto, non so se originale o meno, ma su cui confesso di non aver mai riflettuto e che pertanto ho trovato illuminante: alla scienza spetta la valutazione quantitativa del fenomeno, alla filosofia quella qualitativa.

Il dover (o poter) ricorrere a una descrizione di tipo quantitativo per spiegare l’interrelazione tra enti, ne rivela senz’altro l’alterità reciproca quali singolarità di un loro insieme. La dicotomia nell’interesse che si frappone fra individui (ad esempio, i prigionieri), animali (gli spinarelli), a partire dai microrganismi (i geni), risiede nel rapporto di alienazione tra i differenti io. L’impossibilità di condividere omogeneamente con l’altro un’unità di esperienza, costringe a supporne le intenzioni. Interesse, rapporto, condivisione, supposizione sono da intendersi qui in senso meramente biochimico e non implicano perciò necessariamente coscienza. Da questi calcoli d’intenzioni, si deduce che i rapporti tra gli enti risultano regolati da una morale non etica, obiettiva – perché la risultante, cioè il tutto, prescinde dalla somma delle sue parti – e non necessariamente razionale, in quanto non sempre coincidente con la migliore tra le possibili.

Ho letto questo libro principalmente nel contesto di una mia ricerca personale sulla complessità della relazione tra società ed individuo. Il carattere coercitivo delle regole di una comunità nei confronti dei propri appartenenti, fino a che punto realizza l’interesse del singolo? Il sacrificio delle aspirazioni individuali come viene compensato dal realizzarsi d’un presunto bene comune, reputato notoriamente più meritevole di tutela rispetto ai valori egoistici?

Qual è la fonte del diritto di una società a imprigionare o addirittura sopprimere (giuridicamente o biologicamente) un proprio appartenente? Di conseguenza, l’essere cooperativi (adeguarci alle regole) ovvero competitivi (violarle per nostro tornaconto) in che misura ci favorisce o ci pregiudica?

Forse che l’esponenziale incremento demografico, di cui siamo testimoni, ci stia conducendo sempre più verso società totalmente avulse dagli individui che le compongono? In un simile contesto megainterattivo la razionalità (del singolo, delle istituzioni, dei gruppi) potrebbe divenire fattore irrilevante per l'assunzione delle scelte, al di fuori di una dinamica puramente caotica. Scriveva Hegel  “Lo Stato, in quanto è la realtà sostanziale, che esso ha nell’autocoscienza particolare, elevata alla sua universalità, è il razionale in sé e per sé. Quest’unità sostanziale è fine a sé stessa, assoluto, immoto, nel quale la libertà giunge al suo diritto supremo, così come questo scopo finale ha il più alto diritto, di fronte ai singoli, il cui dovere supremo è di essere componenti dello Stato”. Ma un “dovere supremo” che non necessiti anch’esso di giustificazione relativa, mi pare un principio tanto apodittico quanto il dio delle religioni.