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horror clown boxRepubblica: immenso patrimonio immobiliare della Chiesa a Roma, quasi tutto tax-free

La Repubblica di oggi dedica due pagine alle proprietà immobiliari della Chiesa a Roma, stimandole in 1500 edifici. Escludendo le 722 parrocchie, il resto (alberghi, scuole, case di cura) sarebbe quasi completamente esentasse, grazie alle “zone grigie” assicurate dai passati governi. Tuttavia non viene valutato l’effettivo costo per la capitale in mancate tasse, ma viene citata la stima nazionale di 400-700 milioni di euro dell’Anci del 2005 di cui ha tenuto conto anche l’UAAR nel calcolo dei costi pubblici della Chiesa.

Il sindaco Alemanno ha annunciato che il Campidoglio darà corso ad accertamenti, chiedendo al vicariato di collaborare.

AGENZIA DELLE USCITE

A questo Paese serve anche un’Agenzia delle uscite

 
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/ Martedì 13 dicembre 2011

La scorsa settimana un’associazione non governativa che analizza dal 1995 il livello di corruzione percepita in tutti i Paesi del mondo ha aggiornato la classifica, ponendo l’Italia al sessantanovesimo posto, gomito a gomito con il Ruanda.
Risultato mediatico: qualche titolo sulle pagine interne dei giornali e qualche passaggio sui telegiornali.

Si dirà: è la classica ricerca “spannometrica” di dubbia sostenibilità scientifica.
Verissimo, ma allora perché, quando si tratta invece di evasione fiscale, anche le ricostruzioni più fantasiose e palesemente sensazionalistiche vengono sbattute in prima pagina?
Per tutti, basta prendere ad esempio la prima pagina di ieri del più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera, con un bel titolo sull’evasione fiscale, quintuplicata, oggi, rispetto a trent’anni fa.
Semplicemente ridicolo e tragicamente fuorviante.

L’evasione fiscale è oggettivamente uno dei problemi di questo Paese, ma fa il paio con il livello di corruzione che, stando alle statistiche, contraddistingue il settore pubblico e, più ancora, con l’uso personalistico di risorse e posti di lavoro pubblici che viene fatto da chi confonde il proprio ruolo di mero gestore con quello di padrone.
È difficile dire quale dei due mali produca i maggiori danni al Paese.
È invece facile concludere che lo spread tra il livello di attenzione prestato alla prima problematica e quello prestato alla seconda ha ormai raggiunto un’ampiezza che, se mai dovesse essere raggiunta anche tra titoli di Stato italiani e tedeschi, decreterebbe il fallimento immediato del Paese.

Sia chiaro che qui non vi è intenzione alcuna di fare “benaltrismo”: lo spread non deve essere ridotto diminuendo il livello di attenzione nei confronti della lotta all’evasione, ma è quanto mai urgente ripristinare un minimo di equilibrio innalzando in modo adeguato quello nei confronti degli sprechi, delle inefficienze e delle ruberie che penalizzano il bilancio dello Stato sul lato delle spese.
Lo spread tra attenzione nei confronti della lotta all’evasione fiscale e nei confronti della lotta agli sprechi, alle inefficienze e alle ruberie nel settore pubblico e del parapubblico è anche la cartina di tornasole di come stanno venendo meno gli equilibri tra politica e burocrazia, tra cittadini che vivono di iniziativa economica privata e cittadini che vivono di pubblico impiego.

Forse, questo spread sarebbe meno pronunciato di quanto non sia ora se nel Paese esistesse, oltre che un’Agenzia delle Entrate, anche un’Agenzia delle uscite, con pari budget, poteri e proattività mediatico-politica, anziché soltanto una Corte dei Conti che fa quello che può.
È indubbio infatti, che tanto maggiore è valutata un’emergenza, tanto maggiore è la centralità e il potere di chi è chiamato a gestire quell’emergenza, mentre, laddove manchi qualcuno deputato a gestirla, tanto minore è la “naturale” forza propulsiva a metterne in evidenza la gravità.

Bisogna smettere di considerare l’evasione fiscale l’unica priorità

Qui non si tratta di smettere di considerare la lotta all’evasione fiscale una priorità assoluta del Paese, si tratta di smettere di considerarla l’unica priorità e passare da un equilibrio al ribasso ad un equilibrio al rialzo.
L’alternativa è il disequilibrio che stiamo pervicacemente creando e sul quale, proprio in quanto disequilibrio, è illusorio che possa costruirsi una qualsiasi forma di coesione sociale.
Su un disequilibrio si può costruire, al massimo, una costrizione sociale, ma le costrizioni non durano e lasciano macerie su cui è più difficile ricostruire e talvolta diviene addirittura impossibile farlo.