LA SOLUZIONE DEL PARADOSSO DI MOORE

Giustiniano
 
DIO ESISTE MA NON CI CREDO
 

DIO: il creatore, l'essere che con una scorreggia (visti i risultati) ha dato origine a tutto ciò che ci circonda. Potrebbe anche esistere, perché no? Per quel che ne sappiamo, in una dimensione che non è la nostra ("Ci sono più cose in cielo e in terra, ecc. ecc."), ci potrebbero stare benissimo alcuni bontemponi che non hanno nulla di meglio da fare per impiegare il loro tempo del creare universi. Un po' come quando, da bambini, ci divertivamo a mettere le formichine in un vetro per divertirci. Qual era allora il nostro rapporto con le formiche? Non eravamo forse per loro una specie di dio che avrebbe potuto distruggerle con un semplice cenno di mano? 

ESISTE: come sopra detto, perché negare questa possibilità? Visti i numeri che ci si parano davanti ogni qualvolta ragioniamo in termini di universo (miliardi di miliardi di miliardi di stelle, galassie, nebulose, ecc.), qualsiasi ipotesi diviene probabile. No, non me la sentirei proprio di negare tout-court una speranza d'esistenza per tale nostra entità assiomatica.

MA NON CI CREDO: ogni relazione tra un soggetto sovraordinato e  altro sottordinato, si basa su una corrispondenza biunivoca: da una parte l'imposizione e dall'altra l'accettazione di detta imposizione. Riferendoci alle teorie cristiane, cioé a quelle che conosciamo meglio, il rapporto tra uomo e dio venne concepito dagli inventori del cristianesimo nei medesimi termini dei modelli monarchici orientali, allora imperanti, che trovarono poi nell'autocrazia post-costantiniana dell'impero romano-bizantino la loro massima espressione. Se, in luogo d'una monarchia, i padri della chiesa si fossero trovati immersi in un sistema politico di carattere democratico, probabilmente la figura di dio che ne sarebbe scaturita avrebbe avuto le forme d'una assemblea dei rappresentanti piuttosto che il trinitario ma solingo autocrate cristiano. Se, nella relazione citata in premessa, tolgo valenza a uno dei termini, l'altro perde immediatamente il proprio significato. Se io non riconosco un dio come tale, egli cessa immediatamente di esserlo.
Se io non ci credo, lui non esiste, pur esistendo.

IGNOSTICISMO

diderot
"E’ MOLTO IMPORTANTE NON CONFONDERE LA CICUTA COL PREZZEMOLO, MA CREDERE O NON CREDERE IN DIO NON E’ AFFATTO IMPORTANTE"
(Diderot)

 

[Da Wikipedia: L’ignosticismo è una posizione concettuale secondo cui la questione dell’esistenza di Dio non ha significato, poiché priva di conseguenze verificabili o controllabili.]

[Ringrazio Brunaccio per la segnalazione dell’errore nella citazione]

DEDICATO A MARMULAK

Marmulak il film

Spulciando nel web, ho trovato questo interessante scambio di battute tra Marmulak e Giorgio Israel. Ne riporto il testo, non omettendo per correttezza intellettuale anche la replica di Israel, ma neppure nascondendo che io, ovviamente, sono totalmente d’accordo con Marmulak (il blog da cui ho tratto gli interventi è accessibile cliccando sul link).

Questo il post di Israel:

Odifreddi promette: se fosse in Iran, spernacchierebbe l’islam. Mandiamocelo

Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.

Giorgio Israel

intervento di Marmulak:

Gentile professore, la risposta a fabio medoro contiene curiose argomentazioni.

Innanzitutto non si capisce cosa c’entrino le speculazioni teologiche di Newton: il valore scientifico del lavoro di Newton non risiede appunto nelle sue elucubrazioni metafisiche (che infatti oggi interessano solo i suoi biografi, e nessun fisico – in quanto fisico).

Tuttavia l’affermazione più bizzarra è certamente: “ma non dica che la scienza è per sua natura atea, perché è un’assurdità”.
In realtà è vero proprio il contrario: la scienza agisce, cresce, produce conoscenza prescindendo totalmente dall’”ipotesi” di dio (per usare l’espressione del celebre aneddoto, magari apocrifo, su Laplace).
Non solo quindi non è affatto un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea, ma definire atea la scienza è un modo molto efficace per descrivere questa attività dell’intelligenza umana.

Basta aprire un qualsiasi libro di fisica, astronomia, medicina, biologia, geologia, chimica e verificare quante volte gli autori ritengono necessario far ricorso al concetto di “dio” per impostare, affrontare o risolvere i loro problemi scientifici. Questo semplice esame è un indice di sufficiente accuratezza per verificare quale sia la presenza degli dèi nella scienza.

La scienza è essenzialmente, strutturalmente a-tea. Essa è atea per sua natura, anche se, per paradosso, tutti i suoi singoli cultori dovessero risultare accesi teisti. Essa rimane atea persino se l’ispirazione dietro ogni singola scoperta fosse un’inquietudine religiosa. Ciò che trasforma quell’inquietudine in scienza è proprio un particolare modo di trattamento razionale, intersoggettivamente verificabile (e/o falsificabile) etc. dei problemi.

Così, se in un testo di genetica (o di matematica), per il resto impeccabile, si pretendesse improvvisamente di risolvere anche un solo punto di difficile soluzione facendo ricorso a dio, proprio in quel punto gli autori non starebbero più facendo scienza (non starebbero più giocando quel "gioco linguistico", per citare Wittgenstein).

Le sarei grato se mi spiegasse il significato della proposizione: “è un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea”.

Cordiali saluti

(kommissarlohmann.splinder.com)

replica di Israel:

A Marmulak. Rifletta. In fin dei conti, i temi di cui lei parla sono il mio mestiere. Non pretendo che mi si creda per principio di autorità. Ma crede che sia una buona base di discussione definire quel che dico "curioso" e "bizzarro" opponendo quattro osservazioni che mostrano chiaramente che di questi temi lei sa per qualche lettura estemporanea. Niente di male. Ma si permetterebbe di apostrofare un fisico o un matematico a proposito di quanto dice in questo modo? A questo modo di discutere vi educa appunto Odifreddi, che insegna a risolvere questioni controverse con una sparata, un insulto e quattro epiteti. Per questo sostengo che lui è un disastro per la diffusione di una mentalità critica.
Nel merito, che devo rispondere? Vi sono migliaia di pagine di storiografia che dimostra che l’idea che le concezioni filosofiche, teologiche ecc. di un Newton (al pari di tantissimi altri scienziati) sono parte costitutiva della formazione delle sue idee. Che non si trovino considerazioni teologiche in un trattato di meccanica razionale è banale. Che il concetto di spazio assoluto in Newton sia diretta derivazione della sua concezione teologica dello spazio è altrettanto chiaro.
Einstein era uno spinoziano, ed era quindi religioso a questo modo. Disse che "la scienza senza la religione è zoppa e la religione senza la scienza è cieca". Frase profonda su cui riflettere.
Laplace è un ottimo esempio. Il suo concetto di determinismo si avvale dell’idea di un’intelligenza infinita, ecc. (il cosidetto demone di Laplace), per cui la sua affermazione di non aver avuto bisogno di quella ipotesi (di Dio) è banalmente contraddetta: ne ha bisogno più di altri. Il fatto che la stragrande maggioranza degli scienziati fosse credente – in vari modi! – non è un epifenomeno o una manifestazione di schizofrenia. Bisognerebbe studiare seriamente la storia della scienza, invece di accontentarsi di qualche formuletta positivistica, o della demagogia di Odifreddi. Il quale poi, quando ci si confronta direttamente con lui in una discussione, mostra una fragilità argomentativa sconcertante.

Apologetica neo-cattolica (II)

Incute timore la vastità del suo sapere; una girandola spumeggiante di autori, teorie, aneddoti, etimologie sconcertanti, tutto volto a mettere in luce per il volgo ignorante e allocco [intendi: per quanto riguarda le questioni religiose] (circa «la metà del genere umano» secondo i suoi calcoli)

Per molti monoteisti più della metà del genere umano vive nelle tenebre della superstizione, o addirittura dell’eresia o dell’ignoranza [intendi: circa le questioni religiose].

le palmari verità [intendi: circa le questioni religiose] che lui scoprì precocemente, già da ragazzo sui banchi dell’Istituto Tecnico

Sarcasmo del tutto fuori luogo: per molti teisti si tratta di verità “scoperte” addirittura prima dell’Istituto tecnico: già alle scuole elementari o al catechismo o alla scuola coranica, “scoperte” grazie alla sollecitudine di preti, catechisti, maestri o genitori.

Ma anche l’altra metà del genere umano avrà tutto da imparare, mentre preti e cardinali avranno pane per i loro denti. Una rivoluzione, a confronto della quale Copernico fa ridere i polli: per tremila anni e più l’umanità si è lasciata turlupinare dai preti

E’ esattamente quello che sostengono le religioni monoteiste. Anzi, per esse la stragrande maggioranza degli esseri umani, e per ben più di tremila anni, si è lasciata turlupinare, appunto, da falsi profeti, sacerdoti e sciamani di “dèi falsi e bugiardi” o addirittura – nelle versioni più fantasiose e paranoiche – da oscuri emissari (“I Massoni”, “Gli Ebrei” etc.) di figure demoniache o di Belzebù in persona.

Tuttavia, quanto alla sentenza terribile «cristiani = cretini», che riassume il giudizio ormai definitivo sulla civiltà di questi ultimi venti secoli [intendi: circa le questioni religiose] e che sarebbe «confermata anche dall’etimologia», mi sorge un dubbio, e di ciò chiedo venia ai miei quattro lettori. Non sulla verità dell’asserzione, che – essendo uscita dalla laica e loica Mente del Sullodato – non può essere che vera […]

L’ironia qui è fuori luogo: laicismo non significa ovviamente pretesa di avere sempre ragione, ma pretesa che quando si formula una posizione lo si faccia sulla base della ragione comune a tutti gli esseri umani. Tra l’altro l’argomentazione razionale è proprio lo strumento usato – in parte – dallo stesso Paolo Martino nella sua recensione critica.
Quando si argomenta in base a ragioni ci si muove sul terreno laico. Quando si obietta facendo riferimento a Rivelazioni (di una dea, di uno spirito, di un’accozzaglia di demoni etc.) o a Testi indiscutibili non ci si muove su quel terreno.
Per esempio: invece di mostrare la scarsa competenza etimologica del suo avversario, adducendo ragioni e citando ricerche scientifiche, l’autore della recensione avrebbe potuto semplicemente richiamare questo o quel passo di un Testo sacro o le disposizioni del magistero. Il primo modo di procedere è quello dell’argomentazione laica (razionalista etc.). Il secondo stile argomentativo non è "laico". Nel momento in cui fa uso di ragioni, anche Paolo Martino è laico, laicissimo. Nel momento (e per tutto il tempo) in cui fa uso di ragioni, lui stesso è un razionalista, tanto quanto lo è quello che lui crede essere il suo nemico. La scienza, poi, è essenzialmente laica: Martino potrebbe discutere con un collega mormone sulle desinenze dei dialetti greci arcaici fino al momento in cui quello pretendesse che le proprie tesi devono essere accettate (anche da Martino) perché sono state rivelate alla sua setta da un angelo di dio.

“Laicismo”, quando viene usato in contesti analoghi a quello che stiamo esaminando, non è una particolare posizione dogmatica stabilita una volta per tutte, un catalogo di proposizioni accettate per fede: è un metodo, un modo di interagire con gli altri, un modo di comunicare. Spesso gli scolastici medievali erano laicissimi e a volte i marxisti non sono affatto laici. “Laico”, in un senso importante, non è un tema di discussione, ma un modo di argomentare.

Ci sono passi dei Vangeli dove il protagonista “argomenta” in base a riferimenti biblici – in base cioè a una Rivelazione – e altri invece di limpido uso, del tutto “laico”, della razionalità. Si veda per esempio il bellissimo episodio dell’adultera colta in flagrante e condannata a morte dai pii vicini di casa in Gv 8: 1-11, dove Gesù [1] non impone ai sanguinari devoti [2] semplicemente di fermarsi perché lo comanda un dio, ma, con uno straordinario uso affettivo della ragione, su di un piano del tutto umano, senza rimandi a esoteriche trascendenze, induce le persone che vogliono uccidere la donna a riflettere. Esempi analoghi si incontrano anche in altre tradizioni religiose, per esempio in quella islamica, e in particolare nella Sunna del Profeta, in quella ebraica, con apologhi di grande forza nella tradizione talmudica, e ancor più frequentemente nelle tradizioni religiose dell’estremo oriente.

Ma il nostro Copernico continuerà impavido la sua battaglia, dacché l’anima non esiste, e comunque non può trovar posto in un corpo ingombrato da tanta Ragione. 
A partire da questo punto c’è un vistoso scadimento dell’invettiva, che diventa rancorosa esibizione di alcuni tra i più triti luoghi comuni della destra politica italiana degli ultimi anni. 


Qui si moltiplicano immagini e "argomentazioni" ricorrenti nella produzione di quello che in tedesco si chiama “Feindbild”, il nemico in quanto immagine del nemico, il nemico immaginato, il nemico immaginario, il nemico in quanto costruzione sociale, in quanto schema cognitivo, in quanto figura di una narrazione (
l’Avversario), in quanto proiezione del negativo. Naturalmente fanno la loro comparsa i pezzi forti di questa produzione. Come ci si può aspettare si profilano, minacciose e del tutto incongrue, le figure incombenti dell’Arabo e dell’Islam. Eccole.

Immaginiamo per un attimo (è fanta-storia) che la flotta di Mehmet Alì abbia avuto la meglio nelle acque di Lepanto nel 1571. Oggi a Cuneo si parlerebbe arabo.


Arabo? Che cosa c’entra l’arabo? Odifreddi dovrebbe parlare l’arabo? Eventualmente il turco – la flotta di Lepanto era proprio turco-ottomana. Ma l’impero ottomano non ha imposto la propria lingua nemmeno in regioni linguistiche molto più piccole dell’Italia – come la Grecia (rimasta cristiana), o la Bosnia (dove pure c’è stata una diffusa accettazione dell’Islam sul piano religioso). In effetti, la possibilità che un’Italia secentesca sottoposta alla Sublime Porta cambiasse lingua (lingue) per adottare il turco sembra piuttosto campata in aria. (Per inciso, molto più interessante sarebbe immaginare che peso avrebbe avuto sugli equilibri interni – politici, culturali, ideologici –  dell’impero ottomano l’incorporazione di aree così sviluppate, dal punto di vista demografico, economico e culturale (Rinascimento etc.) come gli stati italiani, la Francia o la Spagna del tempo).

Del tutto surreale è però l’immagine dell’arabo a Cuneo! Che c’entra l’arabo? Forse la catena di associazioni è Turchia (dunque) Islam (dunque) Arabo. Sembra che l’autore abbia completamente dimenticato Paesi (islamici) come l’Iran, il Pakistan, l’Indonesia etc. Un linguista dovrebbe avere un po’ più chiara la situazione linguistica dei paesi del mondo, anche di quelli musulmani.

E in ogni caso: il turco o l’arabo sono strumenti espressivi tanto sofisticati quanto il toscano, il danese, il latino, il polacco o il tedesco. Se oggi parlassimo turco, useremmo appunto quel codice linguistico. Dove sta il problema?

E il Nostro si vedrebbe costretto ad appuntare i suoi strali contro Maometto e l’Islam.

Qui il testo insinua il sospetto che il recensito sarebbe un vile che se la prende con chi generosamente gli permette di farlo. Come se la possibilità di esprimersi pubblicamente contro l’ideologia religiosa fosse una graziosa concessione delle chiese cristiane e in particolare di quella cattolica. In realtà questo spazio di discussione pubblica è stato strappato con lunghe e durissime lotte ideologiche.

A proposito, perché la sua destrutturazione si limita a Gesù e Budda e non se la prende con Allah?

Beh, qui la risposta sembra semplicissima: innanzitutto perché il libro di Odifreddi riguarda il cristianesimo (e in particolare il cattolicesimo). In secondo luogo, poi, dal punto di vista concettuale, il dio dei musulmani è lo stesso degli ebrei e, in parte, dei cristiani. Quindi di fatto Odifreddi se la sta prendendo anche con il dio dell’Islam, anche se il recensore non se ne accorge. Comunque, in un Paese dove esiste una “metafisica [così] privilegiata” (l’espressione è di Schopenhauer) da essere insegnata addirittura nelle scuole ai ragazzini (a spese dell’intera comunità), è chiaro che un critico delle sciocchezze teiste indirizzi i suoi sforzi in primo luogo proprio contro quella "metafisica privilegiata".

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[1]
Due precisazioni: forse l’episodio è interamente inventato dall’evangelista e non è attribuibile al Gesù "storico": cerca di argomentare questa posizione Bart Ehrman in Misquoting Jesus, 2005 (trad. it. Milano 2007). Tuttavia ai fini del presente discorso la questione è irrilevante. La seconda precisazione riguarda una personale sensazione di fastidio: il nome del protagonista delle narrazioni evangeliche si è caricato di connotazioni talmente melense che provo una certa ripugnanza a usarlo. In questo contesto mi sembrava però che potesse costituire un esempio efficace.

[2] O alle sanguinarie devote: uno non può non ricordare la grandiosa scena della lapidazione in The Life of Brian.

*Nota: questo post e il precedente sono stati publicati in precedenza su un blog ora chiuso (kommissarlohmann). Ora tornano in qualche modo a casa.

Apologetica neo-cattolica (I)

Ancora a proposito della scarsa lucidità espressa dagli intellettuali neo-cattolici nel dibattito pubblico. L’uso negligente dell’argomentazione razionale non è sorprendente, visto che il “catholic pride” dell’ultimo decennio assolve a una funzione fondamentalmente identitaria, di carattere acritico ed emotivo. Gran parte delle persone attratte da questo nuovo “orgoglio cattolico” in realtà non hanno alcun bisogno del cattolicesimo, ma hanno una fortissima necessità dell’orgoglio, di un orgoglio qualsiasi, di una comunità dei puri di cui sentirsi parte (in passato svolgevano una funzione analoga anche ideologie e partiti secolari). E alla demarcazione di confini, alla costruzione di comunità di questo genere sembra servire più un appello alle emozioni e a immagini confuse che un uso rigoroso della ragione. Da questo punto di vista c’è una grande differenza tra la tradizione intellettuale cattolica (si pensi alla inflessibile razionalità argomentativa dei dibattiti scolastici) [1] e questo neo-cattolicesimo disinformato, sciatto e declamatorio.

È possibile ritrovare alcuni dei tratti di questo stile di pensiero in una recensione critica in cui mi sono imbattuto recentemente. La stroncatura riguarda l’ultimo libro di Piergiorgio Odifreddi, ma l’oggetto della recensione non ha, ai fini del mio discorso, grande importanza. L’autore è Paolo Martino, docente di linguistica in un’università confessionale di Roma.
Il testo è stata oggetto di un esame approfondito in uno dei blog di Antonio Caracciolo, che insegna filosofia del diritto alla Sapienza.  
Pur avendo letto con interesse le osservazioni di Caracciolo, e le risposte di Paolo Martino (che si rivela un integralista in fondo abbastanza simpatico), credo che alcuni punti del testo meritino un’attenzione più puntuale, in quanto evidenziano  in modo esemplare il genere di presupposti inconsistenti che innervano i confusi e aggressivi discorsi di autoaffermazione del neo-cattolicesimo.

Pensavo di esporre le mie osservazioni critiche in due o tre parti. Ecco qui la prima parte, in un post comunque piuttosto sovradimensionato.
Le citazioni sono riportate in grassetto corsivo.

I cristiani avrebbero fondato la civiltà moderna insegnando ai popoli a leggere e a scrivere?  Cretinate!

La domanda, che vorrebbe essere retorica e spiritosa, in realtà è assolutamente fuorviante.

Innanzitutto è una sciocchezza fattuale. Non sono stati affatto “i cristiani” che hanno insegnato “ai popoli” a leggere e a scrivere (offrendo così un presupposto indispensabile per la nascita di ogni civiltà “moderna”) ma eventualmente i “pagani” (a cominciare dai sumeri, e poi tutti gli altri: fenici, greci, romani, e più a est indiani, cinesi etc.).

In ogni caso, al di là della macroscopica imprecisione storica, qui viene insinuata una conclusione ideologica del tutto fallace. 

Sembra che l’asserita funzione alfabetizzatrice dei “cristiani” dovrebbe rivalutare anche le loro convinzioni metafisiche, renderle meno sciocche o assurde.
Che non ci sia nesso tra la funzione alfabetizzatrice e il valore delle credenze di un gruppo è mostrato proprio, con estrema chiarezza, dal fatto storico-empirico che i gruppi ideologici che hanno inventato e donato (o imposto) al mondo le tecniche della scrittura erano “pagani”. Oggi né i cristiani né i razionalisti sentono di dover considerare con particolare indulgenza le speculazioni religiose dei sumeri o dei fenici per il fatto che usiamo tecniche di scrittura sviluppate dalle loro culture.

Potrebbe essere utile comunque riflettere sulla definizione di “pagani”, con cui ci siamo riferiti a sumeri e fenici, per percepire quanto in realtà sia assurdo attribuire a merito di un’ideologia religiosa (“il cristianesimo” o il “paganesimo” etc.) l’elaborazione e la trasmissione di particolari tecniche e pratiche culturali. Né il valore di un’ideologia (religiosa) si giudica in base a questi criteri, né le tecniche vengono (in generale) diffuse dai credenti in quanto “credenti”. 

Comunque l’autore della recensione non è chiaro: forse per “popoli” intende parlare dei popoli germanici (e slavi) delle Völkerwanderungen? In tal caso appare del tutto ovvio che, visto che la religione ormai unica ammessa nell’(ex-) impero romano era quella “cristiana”, dire che i germani (o gli slavi) hanno imparato la scrittura dai “romani” (o dai “greci”) equivale a dire che l’hanno appresa dai “cristiani”. Ma i germani non l’hanno appresa dai cristiani in quanto cristiani, bensì in quanto sono venuti a contatto con culture alfabetizzate, “romane” o “greche” (diventate in quei secoli “cristiane”).

Oppure il recensore intende dire che le scuole medievali insegnavano alla popolazione a leggere e scrivere? Questo è un punto estremamente problematico, perché non si trattava affatto di un’istruzione di massa – non si trattava di “popoli” – ma solo di una piccolissima percentuale della popolazione. A questo proposito si può osservare peraltro che alcuni “cristiani” –  ma si è ormai già in epoca quasi moderna – hanno fatto un po’ meglio di altri in questa diffusione dell’alfabetizzazione. In particolare, per loro ragioni teologiche, i cosiddetti “protestanti” hanno fatto molto meglio dei cosiddetti “cattolici” o “ortodossi”. Di fatto, in molti paesi “cattolici” (tra cui l’Italia), fino a modernità inoltrata i livelli di analfabetismo erano altissimi.

Il monachesimo avrebbe attuato il salvataggio della civiltà classica consegnandola alla modernità? Macché.

In realtà il monachesimo ha salvato soprattutto alcuni testi. Si potrebbe osservare in primo luogo che “una civiltà” è fatta anche di strade, reti fognarie, sistemi di irrigazione, urbanistica, tecniche edilizie, istituzioni giuridiche, e politiche, di pratiche sessuali, di norme per la regolamentazione dei rapporti sociali dentro una famiglia, di idee e pratiche economiche, scientifiche, musicali etc. Il monachesimo non ha salvato tutto questo. Per ragioni strutturali, certamente del tutto comprensibili, dal punto di vista dell’ideologia di riferimento dei monaci, ma non si può proprio usare la formula retorica “il monachesimo ha salvato una civiltà”. Dubito anche che chiunque possa fare una cosa così enorme in modo volontaristico: il non “aver salvato la civiltà classica” non può essere certo imputato ai monaci come frutto della loro malafede, ma attribuirgli al contrario (in toni trionfalistici) l’impossibile, ebbene questo è gravemente mistificatorio.

Volendo, si potrebbe invece osservare quanto quei monaci hanno contribuito a creare di nuovo: nuovi modi di comporre ed eseguire musica (a volte molto bella), nuovi modi di organizzare piccole comunità, nuovi modi di lavorare la terra ecc. Ma tutto questo i monaci  l’hanno fatto non certo in quanto erano “cristiani”. L’hanno fatto invece, semplicemente, in quanto esseri umani, animali intelligenti, curiosi e ingegnosi. Esattamente come altri individui che negli stessi anni si trovavano in Cina o altrove, e lì a loro volta creavano musica (anche in questo caso a volte molto bella), nuovi modi di organizzare comunità, nuove tecniche agricole etc.
Non c’è alcun nesso tra l’apportare qualche miglioria alla coltivazione con l’aratro e la convinzione che il contenuto del credo niceno sia vero. Allo stesso modo, le imponenti terrazze per la coltivazione del riso in Estremo Oriente non sono dimostrazioni della forza di verità dell’ideologia confuciana o di quella taoista, ma della (certo relativa, a volte risibile, a volte commovente) potenza dell’intelligenza e della tenacia degli individui della specie Homo sapiens, della forza della cooperazione sociale.

Per riassumere si potrebbe dire che, in ogni caso, qualsiasi salvataggio di testi scientifici o letterari da parte di persone che fanno riferimento a una certa ideologia non ci deve precludere la possibilità di criticare come ridicole, aberranti o superstiziose tutte le convinzioni e pratiche di quell’ideologia che, a un più attento esame, si rivelano tali (lo stesso discorso vale per qualsiasi ideologia, anche politica o secolarista: islamica, induista, animista, materialista etc.).

Una teoria interminabile di personaggi, da quel poveretto di Francesco d’Assisi a quel burino di Benedetto da Norcia, da quel cretino di Dante Alighieri a quel credulone di Tommaso d’Aquino […]

Trascurando qui il doppio senso etimologico di Odifreddi (cretino/cristiano), effettivamente non molto spiritoso, ma considerando i termini nel loro significato usuale, è chiaro che si tratta di “cretini” e “creduloni” nel senso in cui si può dirlo di Céline, o di Lukács. Questo non significa che tutto il loro lavoro sia privo di interesse, ma che in alcune delle loro credenze – a volte persino in quelle che risultano assolutamente fondamentali per caratterizzare il loro stesso lavoro – Dante Alighieri, Tommaso d’Aquino, Céline, Lukács sono stati degli irresponsabili, dei creduloni e a volte proprio dei cretini. Non basta saper scrivere un libro o progettare un aeroplano per essere immuni dalla stupidità in ogni ambito delle proprie credenze. Un intellettuale non è un essere immune da convinzioni idiote – anzi … 

[…] milioni, miliardi di persone hanno perso il loro tempo a pregare, immersi com’erano nell’ignoranza.

Ebbene sì. Del resto questa convinzione è propria anche delle tradizioni religiose monoteiste quando si tratta di pratiche, riti e devozioni rivolte a divinità – o spiriti, forze etc. – diversi dal proprio dio: così per esempio, per il cattolicesimo preconciliare, miliardi di persone hanno perso il loro tempo a pregare “dèi falsi e bugiardi”, immersi com’erano nell’ignoranza – anche se tra queste persone immerse nell’ignoranza [intendi: circa le questioni religiose – questo inciso va ripetuto in modo puntiglioso, per evitare di mancare l’obiettivo vero della critica, che non riguarda le facoltà cognitive, affettive o genericamente “umane” dei “credenti”] vi erano i filosofi greci oppure dei geni del calibro di Virgilio – dei quali però appunto non tutto doveva essere considerato da buttare, ma si poteva continuare a trovare straordinario per esempio “lo bello stile” etc.

Si potrebbe certo considerare l’intera questione dal punto di vista di Wittgenstein, che nelle Note sul "Ramo d’oro" di Frazer osservava:

"Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come errori. Allora Agostino era in errore, quando in ogni pagina delle Confessioni invoca Dio? Ma – si può dire – se non errava Agostino, errava però il santo buddista, o qualunque altro, la cui religione esprimesse concezioni affatto diverse. Nessuno di essi invece sbagliava, se non quando enunciava una teoria." (tr. it., pp.17-18)

In questo modo però, se da una parte si affranca la preghiera di miliardi di persone dal sospetto dell’ignoranza e dell’errore, dall’altra si perde ogni possibilità di far valere come indice di verità il loro comportamento. Anzi, le stesse cifre ("milioni, miliardi") smarriscono ogni importanza apologetica (tanto più quando si tratta della pretesa di verità di una particolare confessione "religiosa").

Veramente qualche perplessità rimane nel comune mortale, che scienziato non è: come facevano  ad esempio, quei cretini di Galileo, Campanella, Bruno, ecc., che incapparono nei rigori della Chiesa, a credere in Dio?

Il recensore dovrebbe farsi lo stesso genere di domande per intellettuali, artisti etc. che hanno creduto in modo dogmatico a una qualche – dal nostro punto di vista attuale – assurdità politica, come il comunismo, il fascismo, l’antisemitismo, il giacobinismo e così via.
Non solo, potrebbe poi riflettere su quei cretini di x, y, z “che incapparono nei rigori del” Partito, e continuarono a credere nell’ideologia comunista, nazista, maoista, giacobina etc. Sul "dio" di alcuni di questi filosofi vedi poi qui sotto.

E, dopotutto, lo stesso Aristotele non era credente?

Al di là della formulazione imprecisa, e della grossolana fallacia filosofico-religiosa sottesa alla domanda [in generale; del resto l’oggetto principale della critica nel libro di Odifreddi è il cristianesimo, che non è una qualche vaga forma di deismo: il “Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe” non è in alcun modo un dio dei filosofi], qui l’obiezione principale è semplicemente: che c’entra? Per un laico, razionalista, umanista, Aristotele non è in alcun modo infallibile. Se il razionalista considera interessanti alcune delle riflessioni di Aristotele, egli le considera tali intrinsecamente (o storicamente), non perché provengono da Aristotele. Si tratta di una prospettiva diversa da quella del fedele con i suoi testi “Sacri”. Non si può fare quel genere di obiezioni a un razionalista, neppure se condividesse i nove decimi delle idee di Aristotele.

(continua)

[1] “Razionalità argomentativa” non significa naturalmente che i contenuti fossero rilevanti. Spesso non lo erano affatto.

RICHARD DAWKINS: L'ILLUSIONE DI DIO

Una volta ho affermato: “non crederei in dio neppure se mi si parasse davanti”. Detta così e per colpa d’un verbo sbagliato, potrebbe sembrare la frase d’un integralista. Accettare anziché credere è il predicato giusto.

Mutatis mutandis, il mio sentimento nei confronti del principio fondante di qualsiasi religione risulterà più chiaro se espresso in questa forma: non accetterei dio (come tale), neppure se mi si parasse effettivamente davanti.

Dopo aver letto Richard Dawkins (“L’illusione di dio. Le ragioni per non credere”, Mondadori  2007), qualcuno potrebbe replicarmi parafrasando quel noto spot pubblicitario che dice:“ti piace vincere facile?”. Riferendosi, in specie, alla celebre scommessa di Blaise Pascal.

Dawkins offre argomentazioni “ad abundantiam” che suffragano l’estrema improbabilità d’una “ipotesi dio”, quale fattore generante la complessità dell’universo. Un libro semplice, chiaro, d’evidente intento divulgativo e non specialistico. “Un grande manifesto laico”, secondo Piergiorgio Odifreddi.  

A un lettore frettoloso o prevenuto, potrebbe apparire altrettanto radicale quanto il documento programmatico d’un teista convinto. Non è così. La chiave corretta per intendere il vero sentimento dell’autore, se non fosse già stato afferrato prima, s’incontra a pagina 279, dove descrive l’episodio d’un anziano accademico  della facoltà di zoologia di Oxford, fortemente convinto sull’inesistenza dell’apparato di Golgi (è un complesso di membrane e vescichette che permette di trasportare all'esterno del citoplasma della cellula le sostanze da essa prodotte e necessarie al resto dell'organismo). Un professore ospite presentò un giorno le prove che confermavano in maniera inequivocabile l’esistenza, all’interno della cellula, di tale apparato. “L’anziano zoologo andò sul podio, strinse la mano all’americano e disse con perfetto aplomb: <Caro signore vorrei ringraziarla. Per quindici anni ho creduto la cosa sbagliata>.

Rispetto alle “origini della religione” (Cap. V) e del suo successo tra la razza umana, tuttavia, mi prendo la libertà di avanzare un’idea che mi pare più semplice di quelle composite formulate da Dawkins. Il distacco della prole dai propri genitori, dopo un lungo periodo d’infanzia tipico della nostra specie, lascia un vuoto che viene facilmente colmato dal sentimento religioso con cui la figura di dio (o di più d’un dio) si sostituisce al padre o alla madre. I fattori evolutivi che avrebbero comportato le modalità con cui l’homo sapiens sapiens alleva la prole (e che Dawkins peraltro individua in maniera piuttosto convincente), potrebbero essere anche quelli che ci rendono così arrendevoli di fronte all’idea tutto sommato socialmente sgradevole di “padre padrone”, offertaci dalle religioni.

Io, di converso, non riesco a conformarmi all’immagine di “padre misericordioso”, quale ci viene propugnata saecula saeculorum  a proposito del  dio del cristianesimo. Chissà perché, ma ogni volta che la odo, il mio cervello  proietta immediatamente il ricordo d’un grande allevamento di polli in batteria e, soprattutto, quello del loro allevatore. Mi piace credere (anche se c’entra come il cavolo a merenda) che Bertrand Russell e Karl Popper  abbiano avuto una proiezione mentale analoga quando idearono la celebre metafora del tacchino induttivista.

Un’ultima chiosa. Il libro fornisce tra le righe un’argomentazione determinante per spazzar via le credenze diffuse nei cosiddetti fenomeni paranormali,  quali telecinesi, telepatia, levitazione, preveggenza e ciarpame simile. Infatti, se vi fossero esseri (umani) veramente dotati di simili straordinarie facoltà, la selezione naturale li avrebbe favoriti a tal punto da sostituirli a noi come specie dominante. E’ d’uopo pensarci bene, prima di farsi abbindolare dal ciarlatano di turno, foss'egli prete o chiromante.