QUESTO CRISTO DEL MENGA

Franco Tommasi – Non c’è Cristo che tenga

Non c’è Cristo che tenga. Silenzi, invenzioni e imbarazzi alle origini del Cristianesimo. Qual è il Gesù storico più credibile?
Franco Tommasi
Manni 2014, pag. 423, € 26
ISBN 9788862665506

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Non c’è che dire. Dopo L’enigma Gesù di Carocci, Gesù il ribelle di Azlan, Gesù ebreo di Galilea di Barbaglio, Gesù sei un mito del Tommasi che stiamo recensendo, finanche il Gesù ateo di Scalzo, davvero viene da dire Non c’è Cristo che tenga! Vabbè, dirà il lettore stizzito, siamo abituati alla pletora di libri su Gesù, al quale neanche il buon Flores d’Arcais ha resistito (Gesù. L’invenzione del dio cristiano). Con una aggravante non da poco: Franco Tommasi non è un “addetto ai lavori”, né uno specialista, (fa il docente universitario presso al dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento), che sfrontatezza, ma cosa può saperne delle origini del cristianesimo, lui? E allo sprovveduto lettore dovremmo dire che il punto sta proprio qui; chi sono oggi gli “addetti ai lavori”, o gli “specialisti”? O ancora meglio: la direttrice epistemologica che solo negli ultimi 200/300 anni ha cominciato a scandagliare lì dove non si poteva, a fronte di un unanimismo quantomai sospetto riguardo al Gesù canonico, ha lasciato sul campo le sue illustri vittime: Meslier, Reimarus, Strauß, Buonaiuti, Lüdemann giusto per fare qualche nome (e fa benissimo Tommasi a ricordarne la caparbietà a fronte di censure e vere persecuzioni benedette da Santa Romana Chiesa).

Forse che non ci siano tuttora teologi che la pensano come Anrdrés Torres Queiruga, finito nel tritacarne della Commissione per la Dottrina della Fede della Conferenza Episcopale Spagnola? Indubbio, ma i più tengono famiglia, come si dice, e devono adeguarsi alla “maggioranza degli studiosi” (quasi sempre che insegnano in qualche facoltà teologica, maggioranza molto viziata ab origine) o magari ne sapremo di più alla loro dipartita, come fece il nostro Darwin (che teologo non era ma di religione si intendeva assai e le sue scoperte diedero un colpo fatale alla dogmatica cristiana) il quale molto materiale non poté pubblicare per evitare rogne. A dispetto dei malevoli inevitabili (pre)giudizi all’indirizzo di Tommasi, se cercate un libro che dispieghi una buona volta la questione del Gesù storico o della fede, insurrezionalista o maestro di sapienza, ateo o devoto, questo è il libro definitivo. Un vero manuale orientativo alla Deschner, compianto studioso di recente scomparso, quanto ad ironia ma anche a rigore ermeneutico, per quanti continuano ad essere affascinati dalle origini del cristianesimo, da sempre considerato il paradigma da cui partire per spiegare tutto quello che è seguito; così la mitizzazione operata ad un tempo dalla teologia della liberazione e dal movimento pentecostale, seppur su versanti completamente opposti, per stare in ambito confessionale. Ma, come ricorda Tommasi, non mancano anche gli apologeti in campo laico e miscredente.

La questione focale è proprio la frattura tra le scarni notizie su un Gesù, ebreo di Galilea con aspirazioni messianiche, uno dei tanti di cui ci parla Giuseppe Flavio (che però di questo Nazareno non parla affatto), e la incredibile ricchezza di particolari attorno alla vita (e morte e risurrezione) del medesimo Gesù che però aumentano con il passare degli anni (o dei decenni). Una storia all’incontrario verrebbe da dire. Il problema è arcinoto: di questo Gesù dei vangeli si dimenticano Filone di Alessandria (20 a.C.-50 d.C.) filosofo ebraico che scrive enciclopedie sul suo tempo, o Seneca (4 a.C.-65 d.C) altro filosofo che del culto degli ebrei parla diffusamente, Plinio in Vecchio (23 d.C.-79 d.C.) che visita la Palestina e scrive sugli Esseni, Plutarco (45 d.C.-127 d.C.) studioso di religione che si occupa delle divinità che muoiono e risorgono come Iside e Osiride, od ancora quel Giusto di Tiberiade (seconda metà del I secolo) storico vissuto nel tempo e nei luoghi citati dai vangeli e davvero si potrebbe continuare. E dire che molti di loro, e il già citato Giuseppe Flavio, non esitano a soffermarsi su personaggi marginali. Di contro, le fonti più antiche, anche se partigiane, (fonte Q, Vangelo di Tomaso, Paolo di Tarso) nulla dicono del Gesù biografico. Già Nietzsche, con geniale intuizione, ha sostenuto che bisogna separare Gesù dal cristianesimo, che il vangelo sia “morto in croce”, e che il vangelo medesimo non sia altro che il colossale travisamento dell’opera di Gesù. Senza parlare, riguardo ai vangeli, degli imbarazzanti errori, delle insolubili contraddizioni e delle plateali interpolazioni ivi contenute (il Diatessaron, opera di Taziano il Tiro, che voleva comporre la difficoltà dellaconcordia discors dei quattro vangeli si rivelò un rimedio peggiore del male), la cui carrellata è piuttosto lunga.

Tra le perle vengono ricordate le citazioni sbagliate di Gesù che scambia Malachia con Isaia, la madre di Gesù che vuole con altri parenti riportarlo a casa perché lo crede folle (dimenticandosi dell’arcangelo Gabriele), gli errori geografici di qualche evangelista sulla collocazione di Sidone e finanche sui precipizi di Nazareth dai quali i compaesani volevano buttare Gesù (purtroppo Nazareth non è collocata su alcuna altura), i lunghi discorsi di Gesù che nessuno poteva sentire (nel deserto con il diavolo, sul Getsemani mentre tutti dormivano, sulla croce assenti i suoi discepoli fuggiti), l’invenzione del primato di Pietro (che negli Atti è subordinato a Giacomo, fratello di Gesù, secondo la carne, colpo fatale alla verginità perpetua della Madonna), la cosiddetta “finale lunga” di Marco, aggiunta posteriore per ovviare alla carenza di apparizioni del Risorto nel vangelo più antico e così via. La tesi che il libro accarezza, molto plausibile, è che il cristianesimo sia un’invenzione paolina che con la scomparsa di Giacomo e della chiesa di Gerusalemme (legittimi eredi del presunto Gesù storico) ha avuto man forte nel diffondere il suo vangelo (avuto per rivelazione privata secondo le stesse parole dell’apostolo) che era ben gradito dai Romani rispetto a quello nazionalistico dei giudei-cristiani e i vangeli scritti dopo rispondono a questo disegno di criminalizzazione degli ebrei (nei vari scribi-farisei, parenti e concittadini di Gesù etc.) e di assoluzione dei Romani. Non sarà un caso che il primo vangelo (Marco) è scritto a Roma, dopo gli avvenimenti tragici della rivolta giudaica finita in un bagno di sangue, di cui, curiosamente, tutti i vangeli scritti dopo il 66 d.C. (che pure parlano di storielle inventate di sana pianta come la Strage degli innocenti) omettono a piè pari. In quest’ottica fa bene Tommasi a riabilitare un autore, tanto bistrattato quanto frainteso, come Brandon che in Gesù e nei suoi discepoli vede inequivocabilmente un fronte anti-romano.

Intendiamoci: questo libro non sarà il “canto del gallo” sull’affaire Gesù. Entra però di diritto, tra quelli di autori non embedded, scritti in lingua italiana, meritevoli di menzione negli ultimi anni (come Cristo. Una vicenda storica da riscoprire di David Donnini, e pochi altri) che per scellerata scelta dell’editoria italiana faticano a emergere, di fronte alla canea del mainstream. Nondimeno, sale un po’ di sangue alla testa al pensiero che un libro di mediocre spessore storiografico come “Gesù di Nazareth” del papa emerito continui a campeggiare sugli scaffali delle librerie mentre in tanti neanche leggeranno una riga di Non c’è Cristo che tenga, né vedremo con molta probabilità Franco Tommasi ospite di qualche trasmissione televisiva dedicata alle origini del cristianesimoMotivo in più per proporlo ai nostri lettori e motivo in più perché quest’ultimi si prodighino nel diffonderne la lettura. Libro piacevole quanto utile insomma.

Stefano Marullo
novembre 2014

UN LIBRO CHE PARLA DEI GRANDI ERRORI DELLA SINISTRA ITALIANA


Tratto da questo sito
: “La frusta letteraria

Luca Ricolfi – Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori – Longanesi, Milano 2005

Di solito i libri che ottengono molte recensioni dai giornalisti sono boiate pazzesche. Libri di cui si scrive grazie al solito giro di marchette, in cambio di favori analoghi già fatti e/o che si spera vengano fatti presto. Il libro di Luca Ricolfi (mai visto né conosciuto), no. Anche se ha ottenuto fior di recensioni e fatto parlare molto, è un signor libro, di quelli da comprare e regalare agli amici prima che finisca fuori catalogo. Per due ottimi motivi.

1) E’ scritto benissimo e si legge d’un fiato.
2) E’ di una lucidità invidiabile: l’autore, sociologo, dichiaratamente di sinistra, appare persona di assoluta onestà intellettuale, che conosce assai bene la materia di cui scrive (la forma mentis della sinistra italiana) e non si fa scrupoli nell’indicare tutto ciò che vi è di marcio.
L’unico appunto, semmai, va mosso al titolo. Il punto vero del libro non è tanto l’antipatia della sinistra, quanto il razzismo etico (definizione di Marcello Veneziani che Ricolfi riprende) o, se si preferisce, il sentimento di superiorità morale e antropologica che è la causa dell’antipatia stessa e che in Italia anima gran parte del popolo di sinistra (e solo di sinistra), dai vertici alla base più engagée. Insomma, il libro avrebbe dovuto intitolarsi “Perché siamo razzisti? La sinistra e il complesso di superiorità etica”. Ma così avrebbe venduto molto meno, specie alla Feltrinelli. E siccome i libri si scrivono per venderli, la scelta non può essere biasimata più di tanto.
In sintesi. Ricolfi diagnostica quattro (gravi) malattie alla sinistra italiana.

1) L’abuso di schemi secondari. Quelle che Karl Popper chiamava ipotesi ad hoc, le scappatoie contro l’evidenza empirica. Le “scuse”, insomma, con cui giustificare i fallimenti delle proprie ideologie dinanzi agli altri e – soprattutto – a se stessi. A destra «non esiste e non è mai esistito nulla di paragonabile all’immenso sforzo della cultura marxista di occultare i fatti – povertà, lavori forzati, repressione del dissenso – e di edulcorare le evidenze storiche dissonanti, dall’Unione sovietica alla Cina e a Cuba».

2) La paura delle parole. Una malattia nata negli anni Settanta negli Stati Uniti, dai movimenti di contestazione, che oggi impone agli individui di non parlare come vogliono. Detta altrimenti, la dittatura del politicamente corretto. Quella per cui i ciechi prima sono diventati non vedenti, quindi otticamente svantaggiati, senza che la loro vista nel frattempo migliorasse. Dittatura che ha condannato a morte parole di per sé innocenti, come vecchio (anziano), donna di servizio (colf), negro (afroamericano), spazzino (operatore ecologico). Così facendo, però, nota Ricolfi, la sinistra si è messa contro il senso comune della gente, che almeno in privato continua a chiamare le cose con il loro nome “vero”: cieco, vecchio, spazzino… Senso comune che invece Berlusconi, con il suo linguaggio diretto, sa interpretare benissimo, erede in questo di altri grandi “irriverenti” come Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Giovanni Paolo II.

3) Il linguaggio codificato. Vuol dire che quando quelli di sinistra parlano o annunciano i loro programmi la gente comune non ci capisce una mazza. Usano un linguaggio «legnoso, infarcito di formule astratte». Berlusconi, piaccia o non piaccia, usa le parole per spiegare concetti; la sinistra usa le parole per nasconderli. A chi? Ai suoi stessi esponenti: «Il problema della sinistra è che il suo discorso è indicibile, perché se fosse detto farebbe saltare l’alleanza. […] Non è il nemico che non deve capire, ma sono “i nostri” che non devono ricevere segnali precisi. Se tali segnali venissero emessi, addio Ulivo, addio Fed, addio Gad, addio Unione, addio “unità delle forze produttive”». Insomma, sono costretti a non dirsi la verità a vicenda. Il giorno in cui ognuno a sinistra dovesse dire quello che vuole fare veramente una volta al governo (sulle tasse, le pensioni, la spesa pubblica etc) l’alleanza finirebbe.

4) Il complesso di superiorità etica. Ovvero la forma di razzismo di cui sopra. Bandiera di Micromega, rivista che rifiuta il concetto di scontro di civiltà con Islam, ma non si fa scrupoli di applicarlo al conflitto tra “le due Italie”: quella dei “giusti” contro l’Italia della barbarie. A sinistra c’è una casistica sterminata in materia. Il migliore esempio è l’appello pubblicato da Umberto Eco su Repubblica prima del voto del 13 maggio 2001, nel quale l’elettorato di centrodestra è diviso in due. Dell’Elettorato Motivato fanno parte «il leghista delirante», «l’ex fascista», quelli che, «avendo avuto contenziosi con la magistratura, vedono nel Polo un’alleanza che porrà freno all’indipendenza dei pubblici ministeri». Sono «coloro che aderiscono al Polo per effettiva convinzione» e non cambieranno mai idea. Il resto degli elettori di centrodestra fanno parte dell’Elettorato Affascinato, composto per Eco da «chi non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi. Per costoro valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita, non dissimile da quella di coloro che chiameremo genericamente i Migranti Albanesi». Un elettorato che, ovviamente, «legge pochi quotidiani e pochissimi libri», persone che «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina». Delinquenti e gente in malafede, dunque, assieme a poveri ignoranti cresciuti a pane, calcio e telenovelas. Gente che nella democrazia di Eco non pare avere diritto di piena cittadinanza, ma solo uno status di appartenenza inferiore.
Il punto è che non sono solo gli Umberto Eco, i Paolo Flores D’Arcais e gli Eugenio Scalfari (un nome, quest’ultimo, che purtroppo nel libro manca) a credersi espressione dell’Italia moralmente migliore che cerca di salvare il Paese dai delinquenti e dagli ignoranti. E’ la base stessa, o almeno la gran parte più ideologizzata di essa, che la pensa così. Il libro cita un sondaggio realizzato dall’Osservatorio del Nord Ovest. Il 34% dell’elettorato di sinistra si sente “moralmente superiore”, ma la percentuale «sale al 55,9% fra gli elettori di sinistra politicamente impegnati». Un abisso con la destra, dove questo sentimento di superiorità, altrimenti detto razzismo etico, è pari appena all’8,9% e non supera il 13,8% tra gli “impegnati”. Anche in questo, dunque, c’è meno razzismo a destra che a sinistra.
Fausto Carioti