SALEM E’ SEMPRE QUI

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La strega delle streghe di S. Nucini

Patrizia era maestra d’asilo a Rignano. Col marito e altri colleghi è finita in carcere per pedofilia. Ora, dopo 8 anni, sono stati tutti assolti. E qui ci raccontano la loro vita «in una prigione senza sbarre» (tratto da qui)

La storia in cui hanno perso tutti inizia il 9 luglio del 2006 con una denuncia dei genitori di N, quattro anni, che da qualche tempo è strana e ossessionata dai genitali, i suoi e anche quelli del cane. Dice che a scuola giocano così, a toccarsi le patatine «come ci ha insegnato la signora». La scuola è la materna Olga Rovere, la signora, dirà poi la bambina, si chiama Patrizia.
Patrizia si chiama anche la signora che mi apre la porta.Patrizia Del Meglio, ex insegnante della materna Olga Rovere. All’ingresso accanto a lei c’è anche suo marito Gianfranco Scancarello. Entrambi sono stati imputati – insieme con le maestre Marisa Pucci, Silvana Malagotti, la bidella Cristina Lunerti e nella fase iniziale anche il benzinaio del paese Kelum Weramuni – nel processo per presunti abusi sessuali a carico di 21 bambini di Rignano. È iniziato otto anni fa e si è concluso il 16 maggio di quest’anno con la sentenza della terza Corte d’Appello di Roma. Tutti assolti con formula piena «perché il fatto non sussiste».

il. fatto. non. sussiste. Lo scandisce così, mettendo i punti tra una parola e l’altra, Gianfranco Scancarello, e in ogni punto si intuisce un groviglio di sentimenti in cui però nessuno assomiglia alla gioia. «Solo al sollievo, forse», dice sua moglie. Maestra d’asilo lei, ex maestro elementare prestato alla televisione dei ragazzi lui, si trasferiscono a vivere da Roma a Rignano Flaminio nei primi anni ’80. Lui collabora con la Rai, lei comincia a insegnare subito in quella scuola dove per 22 anni crescerà generazioni di rignanesi, prima pochi e poi tantissimi, quando la città diventa un quartiere dormitorio di Roma. «Senza un piano di sviluppo, solo mattoni. E chissà che c’entri anche questa mancanza di spazi d’incontro e di cultura in tutto quello che è successo», dice Scancarello. 
Il 12 ottobre del 2006, alle 6 del mattino, suonano alla loro porta. Quando Patrizia apre vede una trentina di carabinieri, alcuni hanno i fucili, alcuni le tute bianche del Ris. Scancarello viene subito portato nei suoi uffici, lei e i quattro figli seduti al tavolo. La notifica della perquisizione appoggiata in mezzo
a loro la leggeranno anche i ragazzi, inclusa la piccola che allora ha 11 anni.
Tre giorni dopo Patrizia torna a scuola, indice una riunione coi genitori dei suoi bambini. «Gli ho detto: usate la vostra testa per decidere. Sapete chi sono. Sono innocente. Un padre mi ha chiesto di fare un passo indietro, invece ho continuato a lavorare. Per tre mesi. Poi, non ce l’ho fatta più». Il giorno dopo la classe è vuota. Piano piano ritornano, ma solo 16 dei 25 bambini che c’erano prima «e più per necessità che per convinzione», pensa lei. 
«Perché noi?» è una cosa che si sono chiesti quasi ogni giorno, in tutti questi anni, senza riuscire a darsi una risposta. Solo Gianfranco crede che la sua attività di autore televisivo possa fornire un appiglio: «Nelle fantasie malate c’è sempre qualcuno che usa la telecamera». «Contagio dichiarativo» è l’espressione che ripetono più spesso quando si parla dei motivi che possono aver portato 21 famiglie a sporgere denuncia. 
Non è la prima volta. Negli anni Ottanta la collina su cui sorgeva la scuola McMartin, a Manhattan Beach, California, fu sventrata dalle ruspe. Si cercava una grotta in cui quaranta bambini raccontavano di essere stati violentati. Si scoprì poi che quella grotta era un disegno fatto da un maestro perché i bambini ci buttassero dentro le loro paure. I bambini si erano inventati tutto, ma intanto Ray Buckey, il principale accusato, aveva fatto 5 anni di carcere.
«Non mi spaventa la caccia alle streghe», dice Scancarello, «ma il sonno della ragione. Chi è preposto a controllare non può farsi trascinare nella psicosi. E certa psicologia infantile nemmeno. In udienza un perito ha detto che – siccome uno dei bambini si tappava le orecchie e tirava su con il naso e questo gesto procura un piacere spineale che arriva all’ano – questa era la prova della subita violenza».
Il carcere arriva nell’aprile del 2007, dopo mesi che comunque sono un inferno. Sulla via Flaminia qualcuno scrive «morte ai pedofili», a casa arrivano lettere di minacce. La prigione è in isolamento per entrambi. Patrizia viene sottoposta a una visita ginecologica con colposcopia, Gianfranco pensa che non ce la farà: «Quando ti sussurrano che tu da lì uscirai solo con le gambe davanti, quando ti passano un piatto che preferisco non descrivere, ma solo definire immondo, pensi che impazzirai».
Il motivo di questa carcerazione preventiva va ricercato nella frase che gli inquirenti a un certo punto pronunciano: «Serve per dare una smossa alle indagini». «Volevano che crollassi, e invece no», dice Patrizia. «In quei 17 giorni in prigione, rileggendo cento volte la mia istanza di carcerazione, ho capito: dovevano trovare la strega delle streghe, ed ero io».Intanto il paese si spacca: chi mette gli striscioni e chi, invece, organizza fiaccolate per dire: noi non crediamo a questa follia. Le persone che hanno lavorato con Gianfranco in Rai e Mediaset raccolgono 300 firme che lo fanno sentire meno solo.
«Abbiamo vissuto tutti questi anni in una prigione senza sbarre. Abbiamo perso tutto: casa, progetti, lavoro. Sempre guardati con un punto interrogativo. Prima di venire a vivere a Milano, ci siamo trasferiti a Roma. Ma non è stato facile trovare chi ci vendesse la casa: persino a contratto già firmato, volevano tirarsi indietro, non avere problemi».
Anche i figli si portano dietro il peso di un cognome e una storia pesanti: «Ci sono sempre stati vicini, ma la nostra famiglia è cambiata per sempre. Ci siamo dovuti ricostruire, perché puoi mettere in conto tante cose nella vita – che morirai, che perderai tutto –, non di diventare un pedofilo, un mostro. E neppure di diventare il figlio di un pedofilo, un mostro. Non ho sentito nessuno spendere una parola di pietà per i figli nostri e per le altre persone coinvolte».
A Milano vivono da due anni, in un anonimato rassicurante. «Chissà se i vicini sanno chi siamo. Di certo non ci presentiamo raccontando la storia. Anche se certe volte penso che sarebbe più giusto e chiaro per tutti. Qui siamo entrati con la dignità di chi paga un affitto e ha la fedina penale pulita».
Chiedo se essere andati via da Rignano sia stata, alla fine, una forma di sconfitta. Mi risponde Gianfranco: «Né vittoria né sconfitta. Abbiamo perso noi e hanno perso i bambini, la cui vita sarà per sempre segnata da quella storia e quel processo. Ha perso la Giustizia – lo scriva col maiuscolo – e il concetto di Giustizia – sempre col maiuscolo, la prego. Hanno perso i cittadini: in 8 anni di iter processuale sono stati spesi un mucchio di soldi. Io non ho le fatture, ma qualcuno lo ha scritto: 2 milioni e mezzo di euro. Ha perso anche il racconto della verità: pure adesso, dopo la sentenza, dopo che 12 giudici hanno riconosciuto che il fatto non sussiste, leggo ancora titoli ambigui, mi fanno male. A Outreau, in Francia, è successa una storia simile. Dopo anni il pubblico ministero è andato in televisione a dire: chiedo scusa, ho sbagliato. Servirebbe anche qui, sarebbe un atto di giustizia verso quei bambini e le istituzioni di questo Paese».
A un certo punto, al paese, qualcuno ha fatto delle magliette. Sopra c’era scritto: la verità non ha paura. «È la frase che mi diceva mia madre: Gianfranchino, di’ sempre la verità, perché la verità non ha paura. Abbiamo tenuto duro pensando a questo. E in tutto il male di questa vicenda una cosa buona l’ho capita. Io, noi, tutti, siamo molto più di quanto crediamo di essere. Più forti, più capaci di reggere i colpi, più attaccati alla vita». 
Chiedo anche a Patrizia se c’è stato qualcosa di buono che questi 8 anni le hanno lasciato. «Ricordo il primo giorno in cui incontrai il nostro difensore, l’avvocato Coppi. Gli dissi: professore, questa è la verità, io sono innocente. Mi disse:attenta, signora. C’è la verità e poi c’è la verità giudiziaria. Non sempre coincidono. Da quel momento qualcosa dentro di me è cambiato. Mi sono chiesta come avevo vissuto fino ad allora, con quali occhi avevo guardato la vita, il mondo. Da allora ho cambiato la prospettiva sulle cose. Non lo so se, però, questa è una cosa buona».

LA MAMMA DEI CRETINI E’ SEMPRE INCINTA, PURTROPPO

Processo Pacciani: “Mercatale Un sogno di fatascienza 10/4/1985”

di Enrico Manieri –
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Fra gli oggetti sequestrati a casa di Pacciani nelle perquisizioni del giugno 1990, particolare interesse per l’accusa aveva un quadro; il dipinto era stato notato anche da una testimone oculare quando era ancora appeso nel piccolo appartamentino da affittare che Pacciani aveva ristrutturato, con l’aiuto delle figlie, in Via Sonnino.
La testimone faceva parte di un gruppo musicale di giovani che affittarono l’appartamento per avere un locale in cui fare le proprie prove musicali.
Una volta affittato l’appartamento, Pacciani sgombrò le proprie cose e portò via anche questo quadro, che appese, con altri fatti da lui, nell’altro appartamentino di Via Sonnino da lui occupato.
In quel periodo Pacciani abitava con moglie e figlie nella casa di Piazza del Popolo, in centro a Mercatale.
La casa di Piazza del Popolo, col relativo garage, in cui era conservato il motorino col serbatoio a goccia e l’automobile Ford Fiesta di colore bianco ghiaccio con modanature laterali rosse e blu, acquistata nuova dal Pacciani nel 1983, sarà poi intestata alla figlia Rosanna.
Questo sgrammaticato e inquietante “Sogno di fatascienza”, dominato dalla figura centrale del Generale della Morte, catturò immediatamente l’attenzione degli investigatori, al punto che nel rapporto steso il 9 luglio 1991 dal dott. Perugini, capo della S.A.M. – la Squadra Anti Mostro della Questura di Firenze – per l’autorità giudiziaria, stando a ciò che scrive Giuseppe Alessandri a pagina 287 del suo libro “La leggenda del Vampa” (edito da Loggia de’ Lanzi, Firenze, novembre 1995):
“il commissario Perugini sottolineava inoltre come lo stesso Sogno di fantascienza raffigurasse alla perfezione quelle aberrazioni sadico-feticistiche che costituivano indubbiamente la quintessenza dei crimini dell’assassino delle coppiette”.
Perugini, nel suo libro “La caccia al Mostro di Firenze – Un uomo abbastanza normale”, (Arnoldo Mondadori Editore, 1994) a pagina 222 scrive:
“1 gennaio 1992.
Andato da P.P. (Pietro Pacciani, n.d.r.) per consegnargli copia del verbale di sequestro. Mi dice che il quadro che ha preso da … nella ditta di Calenzano era in bianco e nero e che lui si è limitato a colorarlo.
Io non glielo avevo chiesto, si vede che quel dipinto è proprio diventato un cruccio per lui. So già che quello che mi ha raccontato è una menzogna; la persona che secondo lui gli avrebbe dato il quadro ha detto che non gli sarebbe neanche passato per il cervello di appendere qualcosa del genere nella sua ditta.
Non stento a credergli, gli avrebbe fatto scappare gli operai.
Comunque non si tratta di una stampa, lo so, l’ho fatto radiografare.
E poi che importanza ha se lo ha fatto lui o lo ha soltanto colorato?
Quello che è certo è che se n’è appropriato, gli ha apportato le modifiche che ha voluto, lo ha firmato e se lo è appeso in casa.
Quali emozioni susciti in lui lo può sapere soltanto chi riesca a leggerlo con i suoi stessi occhi.
Io posso tutt’al più continuare a chiedermi perchè abbia tracciato quelle sei piccole croci, lì in basso, sotto la figura centrale: un centauro vestito da generale, per metà cadavere e per metà vacca, che brandisce la sciabola.
Se è per questo continuo anche a chiedermi perchè alla vacca sia stata cancellata una mammella.
Si vede che gli piaceva di più così, mica tutti abbiamo gli stessi gusti.
E poi lui ce l’ha l’abitudine di ritoccare le immagini, forse seguendo un particolare pensiero.”
Vista allora l’importanza per l’accusa di questo indizio, si sottopose il dipinto sequestrato a perizia criminologica, oltre che ad una rapida consulenza tecnica sulla sua realizzazione.
Non stupitevi se le chiavi di lettura cambiano, così come gli stessi soggetti rappresentati nel disegno cambiano sesso e appartenenza: la vacca con una sola mammella di Perugini diventa per De Fazio un toro, simbolo di violenza, le stelle avranno il significato simbolico di croci uncinate, il cappello militare del generale diventa “nazista”….
Di seguito propongo l’analisi fatta dal criminologo professor De Fazio sul quadro “Mercatale Un sogno di fatascienza 10/4/1985” (sic) quando ancora era erroneamente attribuito al Pacciani, così come riportata da Giuseppe Alessandri a pagina 274 e seguente del suo libro:
“Nel quadro l’elemento che colpisce con maggior forza è quello della violenza, espressa sia dai temi (il toro, il cappello nazista, le armi, la morte, ecc.), sia dal colore (in prevalenza giallo e rosso, colori con i quali il Pacciani riverniciò il ciclomotore, il primo simbolico di violenza, il secondo di violenza agita o esperita). 
Questa violenza ‘inaudita’ sembra trovare espressione soprattutto nella sessualità: si rinvengono infatti rappresentazioni falliche molto realistiche (la mano nel quadrante superiore destro) che danno la possibilità di interpretare in tal senso anche quelle simboliche (le corna, la freccia, l’arma, la sega, il serpente).
Il serpente, come simbolo maschile, la cui lingua si scatena su una sessualità ermafrodita (toro con sesso femminile), è poi direttamente ricollegato alla morte (il teschio con la mandibola): sta cioè a significare una sessualità che uccide, sadica e violenta.
Quanto all’aggressività, si tratta di un’aggressività sessuale agita, e non solo pensata: lo si vede dalla tratteggiatura/scia, a partenza dalla spada e poi dalla mano, indicativa del movimento. 
L’iterazione di questo doppio tratteggio/scia potrebbe
avere il significato di una identità sul piano simbolico: per la figura maschile sadico-aggressiva (‘Il militare’), infilzare con la spada o compiere l’atto sessuale assume identico significato; si tratta cioè di una rappresentazione fallica interata che produce effetti di morte, confermando la presenza di una sessualità che uccide (commistione tra sessualità e violenza, il piacere agito attraverso la violenza).
Un altro tema caratteristico e ricorrente del quadro è quello della morte: simbolizzata dalle mummie, ma anche da altri disegni, quali le stelle e le croci: la stella richiama infatti, sul piano simbolico, la svastica, ed ha lo stesso significato della croce, anche uno dei buchi di fuga ha la forma di una croce.
La morte sembra così la conclusione di una sessualità violenta, distruttiva ed eliminatrice (il gabinetto). Il quadro propone inoltre altri elementi di indubbio interesse, ma che appare difficile analizzare ad una lettura superficiale:
  1. l’aspetto confusivo fra la sessualità maschile e femminile;
  2. le scarpe con i lacci enorme e lo stivale con lo sperone, elementi tutti che rimandano alla letteratura sadomasochistica ed in parte a quella feticista (la scarpa);
  3. i buchi che potrebbero rimandare anche ad aspetti voyeuristici;
  4. l’aspetto contaminato della figura centrale – ad un tempo maschio, femmina ed animale – che potrebbe rimandare a pratiche perverse su animali;
  5. infine l’elemento iterativo (sei petali, sei croci, sei stelle, sei punte degli ombrelli) che introduce un elemento di sacralità rituale (sacrificale?).

Quanto alle ipotesi diagnostiche il quadro potrebbe suggerire la presenza di una paranoia.
Si tratta di una patologiamentale, caratterizzata da un delirio a lenta evoluzione, coerente e fanatico, che si sviluppa su una personalità egocentrica, diffidente, permalosa, dogmatica, scarsamente socievole; l’intelligenza non é messa in gioco, ma viene utilizzata al servizio del delirio, ed eventualmente alla sua dissimulazione o alla sua difesa.

Ciò che fa pensare alla paranoia è la prospettiva rigorosamente centrica, l’utilizzazione di un simbolismo conscio e coerente, una scelta motivata degli elementi, dei segni e finanche del colore, tutti strumentalizzati in funzione di un messaggio e della propria visione del mondo”
Fortunatamente per l’imputato, si scoprì presto, grazie ai media, che il vero autore del disegno in bianco e nero non era Pacciani, che davvero lo aveva solamente colorato e arricchito di alcuni particolari minori, nemmeno citati nella consulenza ma evidentemente importanti per gli investigatori, ma il pittore e disegnatore cileno Christian Olivares, fuggito dal Cile dopo il golpe che aveva portato al potere il generale Pinochet e che in quel disegno voleva rappresentare gli orrori della dittatura cilena.
Alla luce della vivida e forte interpretazione fornita dal consulente ai magistrati a suo tempo, non ci si può esimere dal chiedere quale sia, in generale, senza riferimento a questo specifico caso, il reale valore scientifico delle consulenze criminologiche.
Su quali criteri basano la loro effettiva affidabilità?
A mio parere su considerazioni statistiche legate a basi dati il più numerose possibile di casi criminali analoghi…ma non possiamo dimenticare che il caso del Mostro di Firenze è per molti aspetti un unicum a livello mondiale!
Con riferimento alla specifica consulenza, tutti coloro che, come me, tifano Ferrari e Ducati, dovrebbero forse un giorno temere un simile giudizio tecnico, visto che il colore rosso, simbolo della passione motoristica italiana, per l’illustre criminologo è espressione di “violenza agita o esperita”?
In che senso il simbolo diffusissimo della stella acquisisce la valenza di svastica?
Se non si fosse scoperto il vero autore del quadro,
grazie ad un lettore di un quotidiano che segnalò tempestivamente alla redazione di avere in casa una copia dello stesso disegno, chi avrebbe potuto valutare l’impatto nel corso del dibattimento di una consulenza così particolareggiata, in realtà rivelatasi alla prova dei fatti completamente errata?
Pacciani non era l’autore del quadro ed il pittore Olivares, il vero autore, non può certo riconoscersi nella descrizione fatta dal consulente dell’accusa.
Una considerazione finale deve essere fatta anche in merito al ruolo dei mass-media nei casi criminali: è indubbio che nella intricata vicenda delle indagini sui delitti del Mostro di Firenze la stampa abbia spesso avuto un ruolo negativo, ma in questo caso, deve essere riconosciuto, è stata determinante per la giustizia, e non va dimenticato.

IL NONNO BUONO

pipaEro in quel di Roma, poco meno d’una ventina d’anni fa. Incontro di lavoro, un misto d’imprenditori, un paio di deputati, molti porta borse, tanti consulenti. Durante un break, vado al bar per un caffè con uno di loro. Sulla tivù del locale scorrono le immagini del  volto d’un notissimo politico, a quel  tempo scomparso  da appena pochi anni.
Il mio accompagnatore guarda il video per qualche secondo e poi mi rivolge d’improvviso la parola: “Lo vede quello?” Annuisco. “Eravamo oramai alla fine della guerra. S’era catturato un disgraziato d’un fascista, un repubblichino d’appena diciassette anni; una faccia da bambino che faceva impressione.  Lo tenevamo chiuso in una stanza al buio, mentre noi si discuteva nel salone. L’ordine era quello di giustiziarlo, ma nessuno ne aveva il coraggio, con quel volto imberbe e lacrimoso che pareva appena uscito da sotto le gonne della mamma. Improvvisamente entrò lui nella stanza e ci chiese se l’avevamo fatto. Capì immediatamente tutto dalle nostre facce. Cominciò a sbraitare come un ossesso, chiamandoci codardi, traditori, vigliacchi. Quasi staccò la mano d’un compagno per prendergli la Luger, andò di là e pum … pum. Udimmo due colpi secchi. Uscì, gettò la pistola sul tavolo e se ne andò com’era venuto”.
Il nonno buono. 

 

CHAMPOLLION, LA CHIESA E IL TERRORE DELLA VERITA'


Champollion_textPOCHI LO SANNO ED INVERO LA COSA RISULTA OPPORTUNAMENTE NASCOSTA, MA IL GRANDE EGITTOLOGO FRANCESE JEAN-FRANCOIS CHAMPOLLION, NEL CORSO DELLA SUA CARRIERA, VENNE APERTAMENTE OSTEGGIATO DALLA CHIESA CATTOLICA, LA QUALE ERA TERRORIZZATA DALLA POSSIBILITA' CHE LE SUE SCOPERTE POTESSERO SMENTIRE IL CONTENUTO DELLE SACRE SCRITTURE.
INFATTI, A QUEL TEMPO, LA CHIESA ATTRIBUIVA VALORE DI VERITA' ASSOLUTA AI RACCONTI BIBLICI ED ASSERIVA, AS ESEMPIO, CHE IL DILUVIO UNIVERSALE NON SOLO ERA UN ACCADIMENTO STORICAMENTE VERIFICATOSI MA ADDIRITTURA  NE FISSAVA LA DATA PRECISA AL 2300 A.C.
SE LA DECIFRAZIONE DEI GEROGLIFICI AVESSE PROVATO CHE LA CIVILTA' EGIZIA RISALIVA AD UN TEMPO ANTERIORE A QUELLA DATA, SI SAREBBE TRATTATO DELL'ENNESIMO DISCREDITO AI DANNI DEI SEDICENTI RAPPRESENTANTI DI DIO IN TERRA.
SAPPIAMO TUTTI  COM'E' ANDATA A FINIRE: I GEROGLIFICI SONO STATI DECIFRATI E COSI' POI LA SCRITTURA CUNEIFORME MENTRE LE SCRITTURE COSIDDETTE SACRE SONO STATE RIDIMENSIONATE DALLA SCIENZA AL MEDESIMO LIVELLO DELLE OPERE OMERICHE O DELLA SAGA DI GILGAMESH, EPPURE CONTINUIAMO A CONSIDERARE LE PAROLE D'UN PAGLIACCIO VESTITO DI BIANCO COME SE FOSSERO DOTATE DELLA MEDESIMA AUTOREVOLEZZA E PARI DIGNITA' DI QUELLE D'UN EINSTEIN O D'UN HAWKING.
FINCHE' L'UMANITA' NON RIUSCIRA' A FARE A MENO D'UN SIMILE CIARLATANO E DI TUTTO LO STUOLO DI LESTOFANTI CHE LO CIRCONDA, E' EVIDENTE CHE NULLA SARA' EFFETTIVAMENTE DIVERSO DA QUANDO, AGLI ALBORI DEI TEMPI, UNO STREGONE FACEVA LE PROPRIE DANZE DAVANTI A UNA CAPANNA FATTA DI PAGLIA E STERCO PER INVOCARE LA PIOGGIA E LANCIAVA PER TERRA I PROPRI AMULETI D'OSSA E PIETRE DANZANDO AL RITMO D'UN TAMBURO DI PELLE. 
MA E' BENE RICORDARE SEMPRE CHE SOLO CHI HA QUALCOSA DA NASCONDERE TEME LA VERITA'.

25 APRILE

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Il 28 Aprile del 1945, 126 giovani militi dei Btg. “Bologna” e “Romagna” della GNR e 472 uomini della Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo della R.S.I. (450 allievi piu’ 22 ufficiali) si arresero al C.L.N. con la promessa di avere salva la vita. L’accordo fu sottoscritto nello studio del parroco abate Mons. Domenico Visentin, presenti il nuovo sindaco di Oderzo Plinio Fabrizio, Sergio Martin in rappresentanza del C.L.N., il Col. Giovanni Baccarani, comandante della Scuola di Oderzo e il maggiore Amerigo Ansaloni comandante della Btg. Romagna.

Il risultato dell’accordo fu la resa incondizionata di tutte le forze fasciste di Oderzo, in tutto circa seicento uomini appartenenti a due battaglioni, il “Bologna” e il “Romagna” e alla scuola allievi ufficiali di Oderzo, i quali consegnarono le armi concentrandosi nei locali del “Sigismondo Brandolini”, collegio gestito dai Giuseppini del Murialdo a sud della citta’.

I giovanissimi militi fascisti deposero le armi, confidando nelle lealta’, e nella parola data da Monsignor Visentin che si fece garante, presso il comandante fascista Colonnello Giovanni Baccarani, di dare in cambio un lasciapassare affinche’ i giovani soldati tornassero alle loro case: cosa che non avvenne. Successivamente, sopravvenne la brigata “Cacciatori della pianura” delle Brigate Garibaldi, che non accetto’ l’accordo del Comitato di Liberazione Nazionale.

La brigata era comandata dai partigiani “Bozambo”, “Tigre”,”Biondo”, Jim” (pseudonimi). Dopo un processo ritenuto sommario (per l’alto numero di condanne in appena due giorni) tenuto presso il cortile del Collegio “Sigismondo Brandolini”, gestito dai Giuseppini del Murialdo, cominciarono le “esecuzioni”, condotte con particolare violenza, tra il 30 aprile e il 15 maggio 1945. Il 30 Aprile, 13 di questi giovani della R.S.I. furono prelevati, bastonati a morte dopo un sommario “processo”, indi fucilati e gettati nel torrente Monticano. Circa 120 furono gli uccisi il 30 lungo l’argine del fiume Piave presso il Ponte della Priula; altri furono uccisi in seguito.

I responsabili della strage di Oderzo, ad esempio, nelle persone di Adriano Venezian (Biondo), Giorgio Pizzoli (Jim), Gino Simionato (Bozambo), De Ros (Tigre), Diego Baratella (Jack) furono riconosciuti colpevoli di omicidio aggravato e continuato e condannati presso il tribunale di Velletri, il 16 maggio 1953, a pene varianti dai 24 (Jack) ai 28 (Tigre) ai 30 anni (tutti gli altri).

Tuttavia il momento politico e i forti condizionamenti politici che gia’ avevano impedito un serio processo di epurazione, suggerirono al Parlamento e al governo di varare una serie di amnistie e condoni ad ampio raggio, grazie ai quali i condannati per la strage scontarono solo 5 anni di detenzione. Nel 1957 infatti la Corte d’appello di Roma estinguera’ per amnistia i reati in quanto commessi in “lotta contro il fascismo“.

LA STRAGE E’ AVVENUTA DI FRONTE ALLA MIA DIMORA AVITA.
IN QUEL LUOGO, ANCOR OGGI, NASCOSTA TRA L’ERBA, C’E’ LA LAPIDE CHE COMMEMORA QUELLE SVENTURATE  CREATURE,  POCO PIU’ CHE FANCIULLI.
MIO PADRE, MIA ZIA, I MIEI NONNI, ERANO CHIUSI IN CASA, TERRORIZZATI DALLA POSSIBILITA’  CHE I PARTIGIANI NON VOLESSERO LASCIARSI DIETRO TESTIMONI SCOMODI, MENTRE FUORI DALLA LORO  PORTA CREPITAVANO I MITRA.
QUAND’ERO PICCOLO, MIA ZIA MI PORTAVA QUASI OGNI GIORNO A DEPORRE UN MAZZO DI FIORI DI CAMPO SU QUELLA LAPIDE BIANCA.
IL RACCONTO DI QUELLA NOTTE HA PERVASO I MIEI INCUBI D’INFANZIA.
CI SONO COSE CHE TI SEGNANO PER SEMPRE.

(P.S. NESSUNO DEI MIEI HA MAI NUTRITO PARTICOLARI SIMPATIE PER IL FASCISMO: ERANO SOLO DEI POVERI CONTADINI)

monumento ai giovani uccisi dai partigiani a Ponte della Priula

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