RETROVERSUS CRESCIT TAMQUAM CAUDA VITULI

Adolf Ratzinger

QUESTO GIGANTE DEL PENSIERO CONTEMPORANEO NON E’ NEPPURE IN GRADO DI SVILUPPARE UN CORRETTO PARALLELLISMO TRA QUELLO CHE FU L’IDEALISMO TEDESCO, NEMESI PER ANTONOMASIA DI QUALSIASI RELATIVISMO, E IL SUO FIGLIO PREDILETTO,  IL NAZIONALSOCIALISMO

NEWTON, EULER, KANT, CASSIRER, EINSTEIN E LA MORTE DELLA FILOSOFIA

Kermit

[Mettiti ben seduto, Kermitt! Ti devo rivelare (quello che sarà) lo choc della tua vita!] 
 

Nel  1763, nella prefazione  al suo  “Tentativo per introdurre nella filosofia il concetto delle quantità negative” , il grande filosofo Immanuel Kant rimandava al saggio di Euler “Riflessioni sullo spazio e sul tempo” del 1748, per giustificare l'uso della matematica mediante l'applicazione delle sue preposizioni agli oggetti della filosofia.

Osserva Cassirer che “Questo saggio [quello di Euler, ndr] in realtà non svolge soltanto un programma di fondazione della meccanica, ma anche un programma generale di teoria della conoscenza delle scienze naturali: tenta infatti di definire il concetto di verità  della fisica matematica e di contrapporlo al concetto di verità della metafisica. Tuttavia sul piano del contenuto , la riflessione di Euler si basa interamente sui fondamenti sui quali Newton aveva edificato il sistema classico della meccanica. I concetti newtoniani di spazio assoluto e di tempo assoluto devono apparire qui non solo come i necessari fondamenti concettuali della conoscenza scientifico-matematica della natura, ma anche come pure realtà fisiche. Metter in dubbio e disconoscere queste realtà per ragioni filosofiche o gnoseologiche, significherebbe togliere – così argomenta Euler – allo stesso tempo, ogni significato fisico ai principi fondamentali della dinamica – in special modo al principio di inerzia. In tale alternativa non  si può dubitare: il filosofo deve mettere da parte le sue obiezioni contro la “possibilità” di uno spazio assoluto e di un tempo assoluto non appena si possa mostrare l’effettualità di entrambi come conseguenza immediata della validità delle leggi fondamentali del moto. Ciò che queste leggi postulano <<c’è>>, esiste nel senso più proprio e nel grado più alto di oggettività che la nostra conoscenza può raggiungere. Di fronte all’effettualità della natura, quale si mostra nel moto e nelle sue leggi empiriche, ogni dubbio d’ordine logico deve cadere; il pensiero deve piegarsi all’essere del moto e delle sue leggi e non pretendere di dare prescrizioni alla natura partendo da riflessioni astratte su cosa sia o non sia concepibile.
Se questo postulato appare evidente e l’ispirazione metodologica di Euler si è rivelata feconda nello sviluppo dell’impostazione kantiana del problema” prosegue Cassirer “diventa tuttavia problematico non appena lo consideriamo dal punto di vista della fisica moderna e della moderna teoria della conoscenza. Se Kant ritenne di ravvisare nell’opera principale di Newton, nei <<Philosophiae naturalis principia matematica>>, un codice immutabile della <<verità>> fisica e di poter fissare definitivamente la stessa conoscenza filosofica nel <<fatto>> della scienza matematica della natura che qui gli si presentava, tuttavia il rapporto che ipotizzò tra filosofia e scienze esatte, da allora si è radicalmente modificato. Oggi siamo sempre più consapevoli che il punto di Archimede su cui egli si basava e dal quale prese a scardinare l’intero sistema della conoscenza, non dà alcun appoggio che sia incondizionatamente stabile. Il fatto della geometria ha perduto la sua univoca determinatezza: invece di <<una>> geometria euclidea, oggi abbiamo di fronte a noi una pluralità di sistemi geometrici che hanno uguale legittimità, che si avvalgono tutti della stessa necessità logica e che, come mostra l’esempio della teoria della relatività generale, possono presto competere con il sistema della geometria classica anche nelle loro applicazioni, nella loro produttività per la fisica. Il sistema della meccanica classica ha conosciuto un cambiamento ancora più rilevante,d a quando, nella fisica più recente, la concezione <<meccanicistica>> dell’universo è stata superata e sostituita dalla concezione elettrodinamica.”
Le argomentazioni esposte, portano il filosofo tedesco a concludere che “Le leggi che Newton e Euler consideravano come il patrimonio più valido e sicuro della conoscenza fisica – quelle leggi nelle quali credevano che il concetto di universo fisico, di materia e di moto, cioè il concetto stesso di natura fosse definito – ci sembrano oggi soltanto astrazioni, attraverso le quali, nel migliore dei casi, possiamo dominare un determinato campo, una ben definita parte dell’essere e, in prima approssimazione, descriverlo teoricamente. Se poi ci rivolgiamo alla fisica odierna con le vecchie domande fondamentali della filosofia sull’<<essenza>> di spazio e tempo, otteniamo proprio le risposte opposte a quelle date da Euler 150 anni fa. I concetti newtoniani di spazio assoluto e di tempo assoluto potranno contare ancora qualche sostenitore tra i <<filosofi>>, ma sembrano effettivamente eliminati dalla fondazione metodica ed empirica della fisica. La teoria della relatività generale è soltanto l’esito finale di un movimento di pensiero che trasse la sua ispirazione decisiva da considerazioni sia di ordine gnoseologico che fisico.
[Ernst Cassirer, Teoria della relatività di Einstein, ed. Newton Saggi, 1997, pagg. 37 e segg.]         

 

FILOSOFI FALSI APOLOGETI VERI


tommaso dLA VERITA’ IN TASCA – "
Nell’Aquinate c’è ben poco del vero spirito filosofico. A differenza del Socrate platonico, egli non segue il ragionamento dappertutto dove questo possa condurlo. Non è impegnato in una ricerca di cui è impossibile conoscere in anticipo il risultato. Prima di cominciare a filosofare, conosce già la verità, ch’è quella annunciata dalla fede cattolica. Se Tommaso può trovare argomenti apparentemente razionali in appoggio a qualche parte della fede, tanto meglio; se non può, deve soltanto rifarsi alla rivelazione. Trovare argomenti a sostegno di una conclusione già data in anticipo non è filosofia, ma soltanto una forma particolare dell’apologetica."
(B. Russell – Storia della filosofia occidentale – pag. 681)

[dal sito del Circolo Bertrand Russell di Treviso]
 

IGNOSTICISMO

diderot
"E’ MOLTO IMPORTANTE NON CONFONDERE LA CICUTA COL PREZZEMOLO, MA CREDERE O NON CREDERE IN DIO NON E’ AFFATTO IMPORTANTE"
(Diderot)

 

[Da Wikipedia: L’ignosticismo è una posizione concettuale secondo cui la questione dell’esistenza di Dio non ha significato, poiché priva di conseguenze verificabili o controllabili.]

[Ringrazio Brunaccio per la segnalazione dell’errore nella citazione]

TANTA ARROGANZA E POCA SOSTANZA

Pallone_Gonfiato

Sfogliando il blog di Giorgio Israel ho scoperto questo post su Odifreddi, cui è seguito un acceso dibattito:

mercoledì 28 marzo 2007

Odifreddi promette: se fosse in Iran, spernacchierebbe l’islam. Mandiamocelo

(Tempi, 22 marzo 2007)

Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.

Giorgio Israel

Nel dibattito, il seguente intervento:
Fabio Medoro ha detto…

Non ho letto il libro di Odifreddi, ma vorrei fare almeno alcuni appunti sul suo commento.
Mi sembra scorretto citare alcune idee di geni come Newton ed Einstein, quali dimostrazioni della "compatibilita’" tra scienza e religione.
Essi, come altri eccelsi scienziati, vivevano in un tempo in cui ancora non c’era questa contrapposizione tra fede e ragione, anche perche’ la cultura cristiana era ancora dominante e loro erano figli di questa cultura.
Per essi, le loro ricerche erano solo una naturale curiosita’ per le creazioni di Dio. Non si rendevano conto delle conseguenze che nel lungo periodo avrebbero portato…
E’ noto il rifiuto che Einstein aveva verso alcune conseguenze che la teoria quantistica stava mostrando e bollo’ quelle interpretazioni con la celebre frase "Dio non gioca a dadi con il mondo!". Ma, per rispondere con le parole di Hawking, "Dio, non solo gioca a dadi con il mondo, ma a volte getta questi dadi dove l’uomo non puo’ vederli!".

ha suscitato questa risposta dell’insigne maestro:

Giorgio Israel ha detto…

Non si allarghi troppo. Alla fin fine il mio mestiere è lo storico della scienza e le cose che lei dice sono alquanto fuori luogo e ingenue. Newton era un autentico teologo e quasi metà della sua produzione era dedicata alla teologia. La sua definizione dello spazio era come "sensorium Dei". L’idea che lo facessero per adeguarsi al clima generale, mi permetta, è ridicola. Come è ridicolo pensare che se avessero pensato alle conseguenze (quali?) si sarebbero trattenuti… Mi scusi, ma lei è la prova dei pregiudizi circolanti. Detesti pure la religione, ma non dica che la scienza è per sua natura atea, perché è un’assurdità.

cui è seguito questo arguto commento dell’amico Marmulak:

marmulak ha detto…

Gentile professore, la risposta a fabio medoro contiene curiose argomentazioni.

Innanzitutto non si capisce cosa c’entrino le speculazioni teologiche di Newton: il valore scientifico del lavoro di Newton non risiede appunto nelle sue elucubrazioni metafisiche (che infatti oggi interessano solo i suoi biografi, e nessun fisico – in quanto fisico).

Tuttavia l’affermazione più bizzarra è certamente: “ma non dica che la scienza è per sua natura atea, perché è un’assurdità”.
In realtà è vero proprio il contrario: la scienza agisce, cresce, produce conoscenza prescindendo totalmente dall’”ipotesi” di dio (per usare l’espressione del celebre aneddoto, magari apocrifo, su Laplace).
Non solo quindi non è affatto un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea, ma definire atea la scienza è un modo molto efficace per descrivere questa attività dell’intelligenza umana.

Basta aprire un qualsiasi libro di fisica, astronomia, medicina, biologia, geologia, chimica e verificare quante volte gli autori ritengono necessario far ricorso al concetto di “dio” per impostare, affrontare o risolvere i loro problemi scientifici. Questo semplice esame è un indice di sufficiente accuratezza per verificare quale sia la presenza degli dèi nella scienza.

La scienza è essenzialmente, strutturalmente a-tea. Essa è atea per sua natura, anche se, per paradosso, tutti i suoi singoli cultori dovessero risultare accesi teisti. Essa rimane atea persino se l’ispirazione dietro ogni singola scoperta fosse un’inquietudine religiosa. Ciò che trasforma quell’inquietudine in scienza è proprio un particolare modo di trattamento razionale, intersoggettivamente verificabile (e/o falsificabile) etc. dei problemi.

Così, se in un testo di genetica (o di matematica), per il resto impeccabile, si pretendesse improvvisamente di risolvere anche un solo punto di difficile soluzione facendo ricorso a dio, proprio in quel punto gli autori non starebbero più facendo scienza (non starebbero più giocando quel "gioco linguistico", per citare Wittgenstein).

Le sarei grato se mi spiegasse il significato della proposizione: “è un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea”.

Cordiali saluti

(kommissarlohmann.splinder.com)

Il nostro accademico liquida così la questione e il fastidioso commentatore:

Giorgio Israel ha detto…

A Marmulak. Rifletta. In fin dei conti, i temi di cui lei parla sono il mio mestiere. Non pretendo che mi si creda per principio di autorità. Ma crede che sia una buona base di discussione definire quel che dico "curioso" e "bizzarro" opponendo quattro osservazioni che mostrano chiaramente che di questi temi lei sa per qualche lettura estemporanea (sic!). Niente di male. Ma si permetterebbe di apostrofare un fisico o un matematico a proposito di quanto dice in questo modo? A questo modo di discutere vi educa appunto Odifreddi, che insegna a risolvere questioni controverse con una sparata, un insulto e quattro epiteti. Per questo sostengo che lui è un disastro per la diffusione di una mentalità critica.
Nel merito, che devo rispondere? Vi sono migliaia di pagine di storiografia che dimostra che l’idea che le concezioni filosofiche, teologiche ecc. di un Newton (al pari di tantissimi altri scienziati) sono parte costitutiva della formazione delle sue idee. Che non si trovino considerazioni teologiche in un trattato di meccanica razionale è banale. Che il concetto di spazio assoluto in Newton sia diretta derivazione della sua concezione teologica dello spazio è altrettanto chiaro.
Einstein era uno spinoziano, ed era quindi religioso a questo modo. Disse che "la scienza senza la religione è zoppa e la religione senza la scienza è cieca". Frase profonda su cui riflettere.
Laplace è un ottimo esempio. Il suo concetto di determinismo si avvale dell’idea di un’intelligenza infinita, ecc. (il cosidetto demone di Laplace), per cui la sua affermazione di non aver avuto bisogno di quella ipotesi (di Dio) è banalmente contraddetta: ne ha bisogno più di altri. Il fatto che la stragrande maggioranza degli scienziati fosse credente – in vari modi! – non è un epifenomeno o una manifestazione di schizofrenia. Bisognerebbe studiare seriamente la storia della scienza, invece di accontentarsi di qualche formuletta positivistica, o della demagogia di Odifreddi. Il quale poi, quando ci si confronta direttamente con lui in una discussione, mostra una fragilità argomentativa sconcertante.

Marmulak, sul suo splendido blog oramai – ahimé – definitivamente chiuso, aveva riportato la propria controreplica, alla quale, l’illustre cattedratico, neppure ha degnato una risposta. Un tipico esempio di come si gestisce il potere e l’egemonia culturale in questo paese. Non ha alcuna importanza il contenuto di ciò che scrivi o dici, l’importante è chi tu sei: se puoi annoverarti tra gli arrivati, sarai legittimato a sparare qualsiasi cazzata, che tanto ci sarà sempre una schiera di leccaculi pronta a ripulire con la propria lingua appiccicosa tutta la merda che vomiti.

DEDICATO A MARMULAK

Marmulak il film

Spulciando nel web, ho trovato questo interessante scambio di battute tra Marmulak e Giorgio Israel. Ne riporto il testo, non omettendo per correttezza intellettuale anche la replica di Israel, ma neppure nascondendo che io, ovviamente, sono totalmente d’accordo con Marmulak (il blog da cui ho tratto gli interventi è accessibile cliccando sul link).

Questo il post di Israel:

Odifreddi promette: se fosse in Iran, spernacchierebbe l’islam. Mandiamocelo

Come dimenticare “Il matematico impertinente”, quell’incoerente “pastiche” di divulgazione scientifica di mediocrissimo livello, intessuto di imprecisioni e autentiche bufale, e inframezzato di ridicole interviste a Hitler, a Gesù o a Saramago? Già allora l’autore, il professor Piergiorgio Odifreddi, dichiarava il suo intento: contribuire a rendere «il mondo un luogo più sensato e la vita più degna di essere vissuta» facendo sì che «la matematica e la scienza prendano il posto della religione nella scuola e nei media». I risultati gli debbono essere sembrati insufficienti se ha tirato fuori un nuovo libro, “Perché non possiamo essere cristiani”, in cui passa direttamente alle vie di fatto: il Cristianesimo è una religione «per letterali cretini», «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» e la Bibbia un’accozzaglia di «assurdità scientifiche, contraddizioni logiche, falsità storiche sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie». Per l’intanto, lui ha provveduto a fornircene una “disamina” che è un’accozzaglia di sciocchezze, di affermazioni superficiali e ignoranti, scodellata con una tracotanza e un’incoscienza non degne di un docente universitario, per giunta di logica.
Per descrivere il modo di ragionare e la cultura dell’Impertinente basterà ricordare un paio di affermazioni che ha fatto alla trasmissione radiofonica Zapping. Dapprima ha osservato che il noto libro di Bertrand Russell “Perché non sono cristiano” era un po’ deboluccio – infatti il pusillanime Russell ha soltanto spiegato perché lui non era cristiano, non perché non si dovesse esserlo e poi non aveva la competenza nell’esegesi biblica del Nostro – e quindi bisognava dare un rinforzino. Quindi, ha risposto ai critici affermando che è una bestemmia confondere il Dio di Cartesio e di Einstein, che regola il mondo e anzi si identifica con le leggi che lo governano, con il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Doveva andarlo a raccontare a Cartesio, che chissà perché era dualista e sosteneva che l’infinito non può essere attinto dall’uomo perché appartiene soltanto a Dio; o a Einstein che sosteneva che senza mistero non c’è scienza. E doveva raccontarlo a Newton, che sosteneva che il Divino Operaio opera nel mondo correggendo attivamente le perturbazioni del sistema planetario, e tentava di spiegare la gravitazione universale in chiave teologica. Un emerito cretino, non c’è dubbio.
Ma il capolavoro dell’Impertinente è stato quando ha replicato all’accusa di non aver avuto il coraggio di prendersela con la religione musulmana, dicendo che lui se la prende con il Cristianesimo perché vive in Italia, ma che se vivesse in un paese islamico se la prenderebbe con l’islam… Tanto non ci vive, e il gioco è fatto. Viene da chiedere come mai non abbia aspettato di andare a vivere in Israele per prendersela con l’ebraismo. Nè varrebbe rispondere che lo ha fatto perché in Italia ci sono ebrei: di musulmani ce ne sono molti di più. Bel maestro di logica e di ragionamento! Probabilmente, quando prepara la pastasciutta gratta il parmigiano sull’acqua, e appena bolle l’acqua la butta sugli spaghetti.
Potremmo venirgli incontro. Facciamo una colletta per inviarlo in sabbatico da Ahmadinejad. Sono aperte le scommesse per vedere cosa succederà. Nelle speranze dei suoi adoratori – che in rete lo divinizzano: «libro straordinario, dovrebbe sostituire la Bibbia» – convertirà milioni di musulmani all’odifreddismo. Ma è più probabile che tornerà pubblicando un libro dal titolo “Il matematico talebano”.

Giorgio Israel

intervento di Marmulak:

Gentile professore, la risposta a fabio medoro contiene curiose argomentazioni.

Innanzitutto non si capisce cosa c’entrino le speculazioni teologiche di Newton: il valore scientifico del lavoro di Newton non risiede appunto nelle sue elucubrazioni metafisiche (che infatti oggi interessano solo i suoi biografi, e nessun fisico – in quanto fisico).

Tuttavia l’affermazione più bizzarra è certamente: “ma non dica che la scienza è per sua natura atea, perché è un’assurdità”.
In realtà è vero proprio il contrario: la scienza agisce, cresce, produce conoscenza prescindendo totalmente dall’”ipotesi” di dio (per usare l’espressione del celebre aneddoto, magari apocrifo, su Laplace).
Non solo quindi non è affatto un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea, ma definire atea la scienza è un modo molto efficace per descrivere questa attività dell’intelligenza umana.

Basta aprire un qualsiasi libro di fisica, astronomia, medicina, biologia, geologia, chimica e verificare quante volte gli autori ritengono necessario far ricorso al concetto di “dio” per impostare, affrontare o risolvere i loro problemi scientifici. Questo semplice esame è un indice di sufficiente accuratezza per verificare quale sia la presenza degli dèi nella scienza.

La scienza è essenzialmente, strutturalmente a-tea. Essa è atea per sua natura, anche se, per paradosso, tutti i suoi singoli cultori dovessero risultare accesi teisti. Essa rimane atea persino se l’ispirazione dietro ogni singola scoperta fosse un’inquietudine religiosa. Ciò che trasforma quell’inquietudine in scienza è proprio un particolare modo di trattamento razionale, intersoggettivamente verificabile (e/o falsificabile) etc. dei problemi.

Così, se in un testo di genetica (o di matematica), per il resto impeccabile, si pretendesse improvvisamente di risolvere anche un solo punto di difficile soluzione facendo ricorso a dio, proprio in quel punto gli autori non starebbero più facendo scienza (non starebbero più giocando quel "gioco linguistico", per citare Wittgenstein).

Le sarei grato se mi spiegasse il significato della proposizione: “è un’assurdità affermare che la scienza è per sua natura atea”.

Cordiali saluti

(kommissarlohmann.splinder.com)

replica di Israel:

A Marmulak. Rifletta. In fin dei conti, i temi di cui lei parla sono il mio mestiere. Non pretendo che mi si creda per principio di autorità. Ma crede che sia una buona base di discussione definire quel che dico "curioso" e "bizzarro" opponendo quattro osservazioni che mostrano chiaramente che di questi temi lei sa per qualche lettura estemporanea. Niente di male. Ma si permetterebbe di apostrofare un fisico o un matematico a proposito di quanto dice in questo modo? A questo modo di discutere vi educa appunto Odifreddi, che insegna a risolvere questioni controverse con una sparata, un insulto e quattro epiteti. Per questo sostengo che lui è un disastro per la diffusione di una mentalità critica.
Nel merito, che devo rispondere? Vi sono migliaia di pagine di storiografia che dimostra che l’idea che le concezioni filosofiche, teologiche ecc. di un Newton (al pari di tantissimi altri scienziati) sono parte costitutiva della formazione delle sue idee. Che non si trovino considerazioni teologiche in un trattato di meccanica razionale è banale. Che il concetto di spazio assoluto in Newton sia diretta derivazione della sua concezione teologica dello spazio è altrettanto chiaro.
Einstein era uno spinoziano, ed era quindi religioso a questo modo. Disse che "la scienza senza la religione è zoppa e la religione senza la scienza è cieca". Frase profonda su cui riflettere.
Laplace è un ottimo esempio. Il suo concetto di determinismo si avvale dell’idea di un’intelligenza infinita, ecc. (il cosidetto demone di Laplace), per cui la sua affermazione di non aver avuto bisogno di quella ipotesi (di Dio) è banalmente contraddetta: ne ha bisogno più di altri. Il fatto che la stragrande maggioranza degli scienziati fosse credente – in vari modi! – non è un epifenomeno o una manifestazione di schizofrenia. Bisognerebbe studiare seriamente la storia della scienza, invece di accontentarsi di qualche formuletta positivistica, o della demagogia di Odifreddi. Il quale poi, quando ci si confronta direttamente con lui in una discussione, mostra una fragilità argomentativa sconcertante.

UNA SETTIMANA DA DIO

freeman_carrey_una_settimana_da_dio

REDHERO mi ha realmente solleticato con il suo dilemma sul perché (#37) un ipotetico essere supremo, ad un dato istante (?), avrebbe determinato di procedere con la creazione. Secondo il mio modestissimo punto di vista è una questione che tutte le religioni, altrimenti così puntuali a fornirci delle spiegazioni più o meno plausibili e coerenti, non si sono mai poste in maniera efficace. Vorrei che ciascuno di noi provasse, per un istante, ad immaginare di essere Dio e, soprattutto,  a spiegare agli altri quali siano state le motivazioni che lo avrebbero spinto a dar vita all’intero Creato. Suppongo che le difficoltà che incontreremmo, immedesimandoci in tale ruolo, siano ben più grandi di quello che normalmente si possa credere.    

TRATTATO DI ATEOLOGIA di Michel Onfray

Michel Onfray

 

Recensione di Raffaele Carcano, Roma
novembre 2005

Reduce da un clamoroso successo in Francia (oltre 200.000 copie vendute), il testo di Michel Onfray, fondatore dell’Università popolare di Caen, è stato recentemente pubblicato anche in Italia, dove pure è entrato nelle classifiche di saggistica.

Diamo subito il senso del titolo: con “ateologia” l’autore non intende l’elaborazione di una sorta di “scienza dell’ateismo”, quanto lo «smontare filosoficamente» la teologia. A-teologia, quindi, obiettivo che Onfray sviluppa in tre tappe, proponendosi di decostruire i tre monoteismi, il cristianesimo, le teocrazie. Il volume si rivela dunque, essenzialmente, una critica serrata e spesso irriverente delle pretese delle religioni, attingendo a piene mani all’arsenale argomentativo del pensiero libero, dal De tribus impostoribus ai libertini, dagli illuministi a Nietzsche, fino a Bataille. Tesi non nuove, ma presentate con una verve spigliata e sicura di sé che sicuramente attrarrà chi si avvicina per la prima volta a queste tematiche. L’ironia è sparsa a piene mani, con battute spesso fulminanti: «L’obbedienza si misura bene solo per mezzo di divieti»; «Il monoteismo passa per essere la religione del Libro – ma sembra piuttosto la religione di tre libri che non si sopportano affatto»; «Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore».

Nella prima parte Onfray delinea la propria visione storica dell’ateismo che, a suo avviso, comincerebbe solo nel Settecento in Francia, con il Testamento dell’abate Meslier, il primo uomo a negare recisamente l’esistenza di Dio. Se il fatto è innegabile, nondimeno è anche casuale: chissà quante altre imbarazzanti memorie di atei furono fatte sparire nei secoli precedenti. La negazione esplicita di Dio è diventata una via percorribile solo recentemente e la circospezione di molti filosofi del passato è ampiamente giustificata. Si pensi a Giulio Cesare Vanini, del quale Onfray irride il cristianissimo titolo della sua opera maggiore, senza considerare che l’artifizio di scrivere opere fintamente apologetiche, in cui le ragioni della miscredenza venivano contrastate con estrema debolezza, è stato ampiamente praticato nel corso del Seicento (anche Pierre Bayle vi fece ampiamente ricorso: del resto, lo stesso De rerum natura di Lucrezio non comincia forse con un inopinato inno a Venere?).

Il limite di questo testo (tutti i libri hanno limiti: soprattutto quelli sacri!) è che alla pars destruens, che Onfray allarga all’ateismo contemporaneo (giudicato troppo dipendente dai valori religiosi,) non si accompagna alcuna pars construens. Secondo Onfray l’ateismo «non è una terapia, ma una salute mentale recuperata»; sottolineandone «la Filosofia, la Ragione, l’Utilità, il Pragmatismo, l’Edonismo individuale e sociale, cioè sollecitazioni a muoversi sul terreno dell’immanenza pura, per il bene degli uomini, con essi, per essi, e non con Dio o per Dio», Onfray rammenta «l’aspetto solare, affermativo, positivo, libero, forte dell’individuo che si colloca oltre il pensiero magico e le favole». L’istintuale affermazione secondo cui «dirsi ateo è difficile: atei si è chiamati» contrasta però un poco con queste premesse, e ci sarebbe aspettati che l’ultimo capitolo, intitolato Per una laicità postcristiana, non fosse dedicato per tre quarti all’Islam. Per la verità, lo stesso autore sostiene che una diversa etica è di là da concretizzarsi, e che solo «in seguito occorrerà lavorare a un nuovo progetto etico per creare in Occidente le condizioni di una vera morale postcristiana».

Il testo è corredato da una bibliografia ragionata (forse un po’ troppo francofona), ricca di testi interessanti, purtroppo spesso irreperibili nel nostro Paese.

Un’opera divulgativa, quindi, che consigliamo soprattutto ai neofiti: nel contempo, dopo il successo del pamphlet di Giulio Giorello Di nessuna chiesa, il volume di Onfray conferma che gli atei, e più in generale i laici (autori e lettori), non hanno alcuna intenzione di subire passivamente il ritorno (esclusivamente politico) del sacro.

 

 

LOGICA DEL NICHILISMO di Franca D'Agostini

heidegger

MASSIMO ADINOLFI, nel suo blog AZIONEPARALLELA, segnala questo libro, che probabilmente acquisterò, dato il mio interesse per l’argomento.

Guardo come sono formulati i titoli dell’indice e subito mi perseguita una domanda maliziosa anche se, nel caso specifico, assolutamente arbitraria, posto che il libro manco l’ho visto e Franca D’Agostini non la conosco affatto: perché tanti autori sembrano molto più preccupati di far notare quanto sono colti e intelligenti, piuttosto che chiedersi se il lettore capisce effettivamente ciò che vogliono  dire?

Absit iniuria verbis

In breve
Nietzsche, Heidegger e i loro interpreti non si stancano di ripetere che il nichilismo è "la logica dell’Occidente". È possibile una valutazione spregiudicata di questa tesi, esaminando che cosa significhi realmente la problematica del nichilismo dal punto di vista della logica moderna? L’idea di fondo del libro è che proprio nell’incontro con la logica il nichilismo possa rivelare le sue migliori ragioni.

Indice
Premessa – Introduzione. Acqua da acqua – Parte prima Il modo di pensare ricorsivo: Introduzione – I. Verum erit veritatem occidisse – II. Primato della logica nella problematica del nichilismo – III. Logica formale e logica continentale – IV. Il circolo ermeneutico e il modo di pensare ricorsivo – V. Formalizzazione dell’eterno ritorno? – VI. Logica, tecnica, retorica e storia – VII. Metalogica del nichilismo – Parte seconda Logica continentale: dialettica e differenza: Introduzione – I. Dialettica e differenza – II. Formalizzazioni della dialettica – III. Apertura della dialettica all’esistenza – IV. Nichilismo – V. Logica ermeneutica: metodo – VI. Logica ermeneutica: ontologia – VII. Due forme di nichilismo mancato – VIII. Dialettica, differenza, ricorsività – – IX. Potrebbe non esserci nulla? – Conclusioni – Note – Riferimenti bibliografici – Indice dei nomi