CREAZIONISMO ALLA RISCOSSA

Margherita Hack

Il caso De Mattei

Creazionisti al CNR, Margherita Hack: “Ritorno al Medioevo”

LA VERA STORIA DI BABBO NATALE

papanatale
Quale comportamento assumereste di fronte a un bimbo che vi racconti di come Babbo Natale gli abbia portato dei bellissimi doni, di come sia sceso di notte dal comignolo, di come invece porti il carbone a tutti quelli che sono stati cattivi?

Quale comportamento assumereste di fronte a uno che vi racconti di come un vecchio con la barba bianca si sentisse così solo che un giorno pensò di crearsi un po’ di compagnia e dunque sputò per terra e plasmò dal fango un pupazzetto con cui divertirsi e giocare assieme; che poi quel pupazzetto e la sua pupazzetta, assieme a un serpente cattivo cattivo,  lo fecero arrabbiare per colpa di una mela e lui, indispettito, li cacciò di casa; che, poi, quel signore con la barba bianca, magari un po’ pentito di come aveva trattato i pupazzetti, decise di fare un figlio uguale a quel pupazzetto e di mandarlo in mezzo ai pupazzetti che poi lo avrebbero crocifisso perché così i pupazzetti sarebbero stati liberi e felici e sarebbe venuto il giorno in cui tutti i pupazzetti sarebbero andati da quel signore con la barba bianca e assieme a lui avrebbero cantato inni di gioia per tutti i secoli dei secoli?

A un credente va il mio rispetto in quanto essere umano, non in quanto credente. Posso compiacerlo, così come farei con un bimbo che mi raccontasse di Babbo Natale, ma non certo mettermi al suo stesso livello: non sarei naturale.

Verrà inevitabilmente il giorno in cui quel bimbo crescerà e si renderà conto che quella di Babbo Natale era solo una bella storia, che i suoi genitori gli avevano raccontato per farlo sognare felice. Quel giorno verrà anche per lui, come è già venuto per tutti coloro che non sono più bambini. Basta solo attendere.

SIMONE PIAZZESI: TOPO ORESTE E LA GRANDE CITTA'

banner7[1]Un amico mi ha parlato bene di questo libro. Io pure vorrei spenderci qualche parola, alla mia maniera. Si tratta d’una fiaba particolare, destinata a un pubblico di bambini, ma con un piano di lettura “metatestuale” – citando Umberto Eco, anche lui cimentatosi in analoga impresa con “Gli gnomi di Gnù” –  che lascia aperto il campo a quei lettori (lectores in fabula, per l’appunto), che bambini non son più se non nel cuore e che tentano sempre di leggere oltre le righe.

Nel mio blog non ho alcuna pretesa di recensire libri. Lascio volentieri la fatica a chi è ben più competente di me. A proposito del nostro topolino urbanizzato, commenti e recensioni serie si possono già trovare sul sito dell’autore ( http://www.toporeste.4000.it/ ).

In questo specifico ambito, un libro diviene solo spunto di modeste note personali, il più delle volte a malapena attinenti all’opera che presta il titolo al post.

Nel caso “de quo”, mi vien voglia di parlare dell’omologazione culturale di cui soffrono gli italiani e la nostra vita in genere. In Italia sembra esistere ancora la partizione tra trivio e quadrivio, quale discriminante di valore. Se lo scrittore, il poeta, l’artista, non grida a gran voce “la mia è un’opera colta”, difficilmente troverà qualcuno che vorrà valutarne autonomamente la portata a prescindere dal suo collocarsi in questa o quella categoria. Ci sono fumetti, spot pubblicitari, fiabe, racconti gialli, libri di fantascienza, canzoni, che nulla hanno da invidiare come ingegno creativo e bellezza formale a ben più altisonanti e celebrati “capolavori”.

In alcuni stati USA, Frank Herbert (quello di “Dune”, per intenderci), viene studiato nelle scuole superiori al pari del Manzoni a casa nostra, presumo con maggior divertimento da parte dei ragazzi.  I racconti “gialli”, nel mondo anglosassone, godono di dignità analoga a quella delle opere di Chaucer o di Milton.

Noi, invece, dobbiamo venir precedentemente rassicurati in proposito. Ad esempio, prima di poter dire con serenità che i fumetti di Andrea Pazienza sono un’opera d’arte, deve averlo già conclamato qualcun altro, perché siamo terrorizzati dall’idea che possano deriderci di tanto ardire. Quasi impossibile incontrare un professore che ci dia una tesi su Bonelli, ossia su Tex Willer, che pure fu autentico fenomeno di costume.

Dobbiamo attendere un preventivo giudizio altrui – spesso proveniente dall’estero anche su roba nostrana – e poi conformarci. Solo “dopo”, quando tale giudizio è consolidato, tutti s’accodano come tante pecore.

Anche nella scelta banale d’un capo d’abbigliamento o d’un accessorio, cerchiamo il conforto della griffe, altrimenti insicuri d’aver esercitato l’opzione socialmente accettata e collettivamente approvata, che esprima con chiarezza il nostro status e la nostra appartenenza.

Per trovare un lavoro serve la “raccomandazione”, perché chi deve assumere si rifiuta di valutare autonomamente le effettive capacità dell’aspirante.

Se ascoltiamo un programma politico, lo giudichiamo secondo provenienza, non per contenuti: non  è nella nostra forma mentis.

Forse è per questo nostro vezzo perverso che, dopo tanti secoli, ci ritroviamo ancora rigidamente divisi in guelfi e ghibellini, a seconda di come la pensa il gruppo dal quale siamo confortati,  vittime e allo stesso tempo rei di ciò che si chiama conformismo.