NO, GRAZIE. MEGLIO IL PUTTANIERE.

bernardo gui
Viene chiesto alle gerarchie ecclesiastiche, “da subito, l’atto di coraggio evangelico di interrompere il rapporto di sostanziale alleanza con questo governo”, nella consapevolezza “di aver sempre taciuto di fronte al malgoverno e ad una serie ininterrotta di scandali, paghe del ‘piatto di lenticchie’ offerto loro, in questi anni, dal governo”.
Su Radio Vaticana, il professor Antonio Maria Baggio, docente di Filosofia Politica presso l’Istituto Universitario Sophia di Loppiano (FI), auspica come il papa una generazione di politici cattolici coerente coi dettami della Chiesa.

MA DIO, POI, A COSA SERVE VERAMENTE?

ateo

"solo colui che è agnostico o ateo può effettivamente porre al centro della sua esistenza le richieste dell’etica, e solo colui che è senza Dio può attribuire alla morale tutta la portata e la forza che essa deve avere sia nelle scelte che riguardano la sua propria esistenza, sia in quelle che riguardano l’esistenza altrui" (Eugenio Lecaldano, Un'etica senza dio, Roma-Bari, Laterza 2006).

Da Diagora di Milo a Kant, il percorso filosofico dell'ateismo s'è più volte collocato nella posizione di screditare la pretesa di molte religioni, tra cui spicca quella cattolica, di essere uniche ed effettive portatrici d'un messaggio morale indispensabile per la convivenza civile tra gli uomini. Al giorno d'oggi, ad esempio, assistiamo quasi quotidianamente al tentativo  del monarca del Vaticano  di legittimarsi agli occhi del mondo come unico o principale interprete di quelle istanze che vengono etichettate unanimemente come auspicabili per il loro alto valore morale, quali pace, uguaglianza, fratellanza e solidarietà tra tutti gli appartenenti al genere umano.
Premesso che una simile pretesa da parte di chi ha fomentato per secoli l'odio tra simili, con persecuzioni, roghi, crociate, messe all'indice, risulta quantomeno spudorata, ci si chiede se sia poi vero che la religione abbia una qualche fondata ragione per ambire a detto ruolo, al di là d'una mera velleità di status e dell'esigenza concreta d'attribuirsi un ruolo fattivo in una società operosa e sempre meno disposta a tollerare il parassitismo puro e semplice.
Per Kant, la sola idea del comportarsi in un dato modo in virtù d'una ricompensa promessa, era contrario al principio stesso dell'etica, come interpretata alla luce del suo celeberrimo "imperativo assoluto".
D'altro lato, secondo i fautori della supremazia morale della religione [1] e della sua necessità rispetto a un vivere totalmente laico, non è facile comprendere il perché le persone dovrebbero comportarsi in maniera solidale e fraterna nei confronti del prossimo, ossia degli altri, piuttosto che aggressivamente e proditoriamente per conseguirne un beneficio immediato, senza la speranza che, detto loro comportamento virtuoso, comporti un premio nell'aldilà.

[1] Quando parliamo di religione, ci riferiamo principalmente a quella cristiana, nelle sua varie confessioni, posto che per le altre non disponiamo d'informazioni sufficienti a stabilire se siano o meno portatrici d'un qualche messaggio morale, nel senso che la cultura occidentale attribuisce al termine.      

IL SENSO MORALE DEL RELATIVISMO

einstein
La profonda insoddisfazione rispetto ai risultati del “libero” pensiero è indotta dal senso di predominio che pare tuttora detenuto da fattori esoterici ed apotropaici, principalmente religiosi, in relazione ad alcuni contenuti (la morale, la dialettica tra individuale e collettivo, l’escatologia,ecc.) di non poco peso rispetto alle scelte che vengono assunte in ambito sociale. Ad esempio, il substrato sociologico, che ispira le decisioni d’un legislatore incidenti sulla vita di milioni d’individui, spesso e volentieri trae la propria forza negli indirizzi d’ordine morale dettati da una chiesa (sia essa ebraica, cattolica, musulmana, calvinista o altro) e dunque nelle “scritture” provenienti da una più o meno identificata attività aliena. Ma la colpa di ciò non può essere attribuita alle religioni, che pure da codesta situazione traggono evidente vantaggio, le quali piuttosto forniscono un sistema di riferimento più o meno coerente ad un soggetto – la comunità umana – altrimenti di esso privo. La religione ha creato il proprio spazio ortogonale, alla cui origine ha posto dio e di cui le scritture costituiscono di volta in volta le coordinate.       

Per tentare d’arrivare al punto, osserviamo come uno tra i risultati più significativi di Albert Einstein sia stato quello del concepimento di una fondamentale teoria di rimedio al crollo del postulato del tempo assoluto. Un nuovo sistema di coordinate che continua a funzionare lì dove la precedente relatività galileiana mostrava il fiato corto.
Nell’ambito delle discipline sociali, e nella prassi del loro divenire, ogni qual volta si debbano motivare delle scelte, la ricerca del consenso si rifà ora all’autorità  del papa o altrimenti al pensiero del dalai lama ovvero a quello di qualche altro capo religioso. Difficilmente capita di sentir tirare in ballo dai politici di qualsiasi nazionalità riferimenti come Sartre, Husserl, Marcuse, tanto per citare dei nomi a caso. Solo Marx è stato così (s)fortunato da costituire per molti il nuovo Mosé del ventesimo secolo, probabilmente per il contenuto dogmatico di alcune sue posizioni o piuttosto dell’interpretazione che ne è stata data, tale da conferir loro un carattere quasi religioso.
In conclusione, l’anelito sarebbe quello di confrontarsi con un approccio “realmente” diverso che tenti, nell’ambito degli studi sociali – quale che sia la disciplina affrontata – e per tutte le implicazioni a cui ho fatto cenno poco sopra, l’individuazione d’un criterio di riferimento – come quello di Einstein per l’astrofisica – che consenta all’individuo di orientarsi in un universo senza dio.
Al prevalente orientamento epistemologico contemporaneo, rammento quindi un De La Rochefoucauld, seppur citato approssimativamente: “ogni particolare colto è un pezzo d’universale perduto”.