Tutto quello che ai devoti non piace leggere riguardo Padre Pio

padre pio

Propongo questo ottimo articolo su Padre Pio, scritto da  Jhon Doe, &Visiolo (l’originale lo trovate a questo link)

1- PADRE PIO E IL FASCISMO

Il 14 ottobre 1920 a S.Giovanni Rotondo le elezioni furono vinte dai socialisti. Al momento dell’insediamento il partito popolare di Sturzo e l’organizzazione che lo appoggiava “Gli arditi di Cristo” con i gagliardetti del Vaticano massacrarono 14 contadini e ferirono un centinaio di persone. Uno dei più gravi massacri della storia d’Italia. L’inchiesta parlamentare dette questi risultati che riprendo sempre dal libro di Mario Guarino “Beato Impostore”:

“Venne assodato che si era trattato di un eccidio organizzato e provocato dagli excombattenti fascisti. Quegli stessi excombattenti fascisti dei quali padre Pio aveva benedetto la bandiera.

Commentando l’eccidio, il 2 aprile 1961, il quotidiano socialista Avanti punterà il dito proprio contro il frate di Pietralcina, titolando:

“padre Pio era con gli Arditi neri nel massacro di S. Giovanni””

Dopo questi fatti padre Pio il legame tra Padre Pio e l’estrema destra andarono avanti. Il 31 dicembre 1923, Padre Pio si accordò con tale Morcaldi Francesco detto Ciccillo. Quell’accordo, per tappe successive, divenne definitivo il 14 settembre 1925. Tale personaggio, eletto grazie alla complicità del frate a sindaco del paese nelle liste di una coalizione a destra del partito popolare, pagò l’appoggio del frate concedendo in enfiteusi perpetua il convento e gli orti per 750 lire in quanto i frati si erano resi benemeriti. Una proprietà veniva sottratta al demanio, cioè al pubblico interesse, e data ad un privato per interessi privati senza che il sistema sociale avesse un tornaconto se non l’appoggio che Morcaldi Francesco ebbe per la sua personale elezione. _________________________________________________________________

2- PADRE PIO E CLEONICE

Sotto la lente scrutatrice di papa Giovanni cadde il fatto relativo a Cleonice Morcaldi, figlia di povera gente. Presentata dalla madre al frate, da cui vi si era recata in quanto sconfortata dal fatto che non vi fossero mezzi per far studiare la figlia. Cleonice si diplomò, e subito dopo iniziò a frequentare il convento di Padre Pio. Il Papa era molto duro su questo rapporto su cui scriveva:

«La scoperta per mezzo di filmine, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona – fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall’immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti»

“Filmine “ che riportavano questo genere di colloqui o epistolari:

Padre Pio: “Mia sempre più cara figliola. Gesù sia sempre tutto il tuo conforto e ti
renda sempre più degna dei suoi divini amplessi. Le tue lettere, nonché la tua fedeltà, mi sono di grande sollievo nella prova a cui siamo assoggettati”

Padre Pio: “Senti, piccina, il babbo arde dal desiderio di vederti. Senti cosa ho pensato: se riuscissi, ad esempio, a ottenere ancora la chiave e a venire inosservata su, sii pur certa che nessuno se ne accorgerà. Ti benedico con sempre crescente affetto”

Padre Pio: “Tu e Gesù siete due gigli”
Cleonice Morcaldi: “E tu una rosa profumata”
Padre Pio: “Sei sangue del nostro sangue, ma perché mi sei così cara?”
Cleonice Morcaldi: “Non ti allontanare dall’anima mia, mi sento sola”
Padre Pio: “Assieme a Gesù sto in te dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi”
fonte: http://esserecomunisti.wordpress.com/2007/11/02/%C2%AB-padre-pio-un-immenso-inganno-%C2%BB/
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3 – LA QUESTIONE DELLE STIGMATE

Nell’agosto del 1918 affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta. Poco tempo dopo, in seguito a una ulteriore presunta visione, fra Pio affermò che avrebbe ricevuto delle stigmate. Nel 1920 padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e consulente del Sant’Uffizio, fu incaricato di visitare padre Pio ed eseguire “un esame clinico delle ferite”. Il Gemelli volle esprimersi compiutamente in merito e volle incontrare il frate. Padre Pio mostrò nei confronti dell’investigatore un atteggiamento di chiusura. Il frate rifiutò la visita, chiedendo l’autorizzazione scritta del Sant’Uffizio. Furono vane le proteste di padre Gemelli che riteneva di avere il diritto di effettuare un esame medico delle stigmate. Mario Guarino interpreta questo rifiuto come un’implicita ammissione di colpa da parte di padre Pio. Il frate, sostenuto dai suoi superiori, condizionò l’esame a un permesso da richiedersi per via gerarchica, disconoscendo le credenziali di padre Agostino Gemelli. Questi abbandonò dunque il convento, irritato e offeso.
Padre Gemelli espresse quindi la diagnosi:

« È un bluff… Padre Pio ha tutte le caratteristiche somatiche dell’isterico e dello psicopatico… Quindi, le ferite che ha sul corpo… Fasulle… Frutto di un’azione patologica morbosa… Un ammalato si procura le lesioni da sé… Si tratta di piaghe, con carattere distruttivo dei tessuti… tipico della patologia isterica »
e più brevemente lo chiamò “psicopatico, autolesionista ed imbroglione”.

Come risultato di queste vicende, il 31 maggio 1923, arrivò un decreto vero e proprio in cui si pronunciava la condanna esplicita. Il Sant’Uffizio dichiarava il non constat de supernaturalitate circa i fatti legati alla vita di padre Pio ed esortava i fedeli a non credere e a non andare a San Giovanni Rotondo. La formula specifica utilizzata, nel linguaggio ecclesiastico, equivale ad asserire che al momento non sono stati evidenziati elementi sufficienti ad affermare la soprannaturalità dei fenomeni.

Il medico Vincenzo Tangaro, che incontrò Padre Pio ed ebbe cura di osservarne le mani, scrisse in un articolo pubblicato dal Mattino:

«Le stigmate sono superficiali e presentano un alone dal colore caratteristico della tintura di iodio».

Altri medici, osservando il fenomeno, non furono in grado di determinarne la causa con certezza, ma parlarono in ogni caso di un possibile fenomeno artificiale e/o patologico. A titolo d’esempio, il professor Amico Bignami, inviato dal Sant’Uffizio ad esaminare le stigmate, scrisse nella sua relazione:

«Le [stigmate]… rappresentano un prodotto patologico, sulla cui genesi sono possibili le seguenti ipotesi: a) …determinate artificialmente o volontariamente; b) …manifestazione di uno stato morboso; c) …in parte il prodotto di uno stato morboso e in parte artificiale… Possiamo… pensare che… siano state mantenute artificialmente con un mezzo chimico, per esempio la tintura di iodio. Ho notato… una pigmentazione bruna dovuta alla tintura di iodio. È noto che la tintura di iodio vecchia… diventa fortemente irritante e caustica».

L’ex abate della basilica romana di San Paolo, il teologo Giovanni Franzoni, riguardo al fenomeno delle stigmate di Padre Pio ricorda il giudizio negativo di padre Agostino Gemelli e le diagnosi cliniche di Luigi Cancrini, che parlavano d’«istrionismo pulsionale» e di «necessità di mettersi in mostra».

Nuovi dubbi sull’origine soprannaturale delle stigmate sono stati avanzati dallo storico Sergio Luzzatto in un libro “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento”, che riporta la testimonianza del 1919 di un farmacista, il dottor Valentini Vista, e di una sua cugina, Maria De Vito, anch’ella titolare di una farmacia, ai quali Padre Pio ordinò dell’acido fenico e della veratrina, sostanze adatte per la loro causticità a procurare lacerazioni nella pelle simili alle stigmate.
Le stigmate peraltro erano sulle mani mentre nella crocefissione romana (ma non si hanno esempi di chiodi quando di legature con lacci) il chiodo penetrava fra radio e ulna sì che reggeva il peso del corpo che la mano non avrebbe retto.
[fonte: http://www.corriere.it/cronache/07_ottobre_24/luzzatto.shtml]

Nel 1999 lo psichiatra Luigi Cancrini firmerà una “perizia psichiatrica su padre Pio”, scrivendo:

“Una diagnosi psichiatrica relativa al caso padre Pio non è difficile da proporre. Osservando longitudinalmente, il disturbo di cui ha sofferto padre Pio è, secondo il Dsm IV (manuale diagnostico preparato dall’Associazione degli psichiatrici americani e oggi largamente utilizzato anche in Italia e in Europa), un disturbo istrionico della personalità. Osservato trasversalmente, nelle sue manifestazioni sintomatiche più evidenti, il suo è un disturbo di trance dissociativa. I criteri di ricerca per il disturbo di trance dissociativa sono di ordine sintomatico e culturale.”

Le posizioni della Chiesa furono molto ambigue riguardo la questione di Padre Pio. Il problema che pose alla chiesa cattolica le stigmate fu di ordine pratico: non si trattava di un effetto psicosomatico, ma di una vera e propria truffa che avrebbe coinvolto anche loro qualora l’avessero appoggiato. Così il 23 Magggio 1931 con un decreto di condanna si invitavano i fedeli a non considerare come sovrannaturali le manifestazioni delle stigmate. A Padre Pio venne vietata la celebrazione della messa in pubblico e l’esercizio della confessione. Nel frattempo però la voce della comparsa delle stigmate aveva già fatto il giro del mondo e San Giovanni Rotondo divenne meta di pellegrinaggio da parte di persone che speravano di ottenere grazie. I pellegrini gli attribuirono il merito di alcune guarigioni “inaspettate”, grazie alla sua intercessione presso Dio. La popolarità di padre Pio e di San Giovanni Rotondo crebbe ancora e la località dovette cominciare ad attrezzarsi per l’accoglienza di un numero di visitatori sempre maggiore mettendo in moto un immenso circolo di denaro che sussiste ancor oggi. L’astio da parte del Vaticano venne attenuato quando il frate designò la Chiesa di Roma come erede universale di tutte le sue cose. Malgrado Padre Pio avesse le mani bucate, lasciò ai suoi successori un’immensa ricchezza, e il tempio in oro edificato a San Giovanni Rotondo ne è la prova.

DEL PERCHE’ LA CHIESA CATTOLICA SIA SOLO UN’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE

IMPERATORE

Se uno ci riflette attentamente, senza pregiudizi e senza avere la testa ottenebrata da anni di lavaggio del cervello, non fatica a rendersi conto della somma impostura rappresentata dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana.

Non serve scomodare i filosofi e neppure arrovellarsi il cervello cercando di dimostrare l’inesistenza della divinità con cui la Chiesa e i suoi rappresentanti pretenderebbero d’avere un rapporto privilegiato . Niente di tutto questo.

Basta solo voler prendere atto di quella che è la manifestazione fattuale dell’opera della CCAR nel mondo, attraverso i secoli, prima, per finire nell’età  contemporanea .

Una simile riflessione va condotta anche alla luce delle recenti esternazioni di Jorge Mario Bergoglio, alias Francesco papa (per inciso, mi risulta che nessuno sinora abbia sottolineato l’omonimia tra l’attuale capo della Chiesa e il famigerato Padre Jorge de “Il nome della rosa”), sull’espropriazione che il Comunismo avrebbe operato rispetto alle finalità sociali del Cristianesimo (vedi qui), al quale solo spetterebbe la loro paternità.

Quali sono sempre state le esigenze primarie della comunità umana in termini sociali? Facili da individuare. Si tratta di alimentazione, salute, istruzione. Vorrei aggiungere anche il sesso, ma entriamo in un discorso troppo lungo e articolato, che rischia di essere fuorviante, in merito al controllo delle masse tramite la repressioni delle loro pulsioni.  Per le finalità di queste poche righe, un simile approccio è superfluo.

Torniamo a noi. Alimentazione, salute, istruzione; qual è stato il rapporto nei secoli della CCAR rispetto a questi tre pilastri della socialità umana? Come ha agito la Chiesa Romana per ovviare alle sistematiche carenze e aspirazioni del genere umano di questi fattori fondamentali? Analizziamoli uno per uno.

Alimentazione.  Rispetto all’alimentazione, l’azione strategica della CCAR è del tutto nulla. L’iniziativa viene lasciata alle varie comunità autonome che coesistono nell’ambito della Chiesa, ma che non ricevono da essa alcun contributo sistematico e consistente. Tutte le varie “mense”, tipo quelle gestite dalla Caritas o da congregazioni oratoriali dedicate al santo di turno (Filippo Neri, Giovanni Bosco e simili), sono sovvenzionate prevalentemente da fondi pubblici o da donazioni private e spesso, questi fondi, non vengono destinati alle opere per le quali furono  stanziati, bensì  volti dai loro amministratori ecclesiastici su attività speculative e commerciali (vedi qui e qui), con buona pace di tutti coloro che le citano ad esempio di quel “bene” di cui la comunità cristiana dovrebbe essere latrice. In pratica, si tratterebbe solo d’un classico  specchietto per le allodole.

 Salute.  Tutto il mondo è strapieno di ospedali e case di cura, il cui nome lascia ben intendere a chi appartengano. Pio Ospedale della Pietà, Pio Albergo Trivulzio, Santa Casa, Opera della Madonna Immacolata, Santo Spirito e simili, sono tutte fondazioni di tipo ospedaliero sparse in ogni parte del globo terracqueo e appartenenti inequivocabilmente  a un unico soggetto. Orbene, se siete povero e in stato di bisogno, provate a tentare di farvi curare in una di queste pie istituzioni (vedi qui).  Se non verrete presi a calcioni nel didietro, potrete chiamarvi fortunati. Per potervi accedere e godere delle cure, spesso di primissimo livello, che questi enti sono in grado di somministrare, è necessario disporre d’un conto in banca di parecchi zeri o di un’amministrazione pubblica disposta a sovvenzionarne a fior di miliardi  l’azione nei confronti dei più bisognosi. Alla faccia di Lazzaro e di tutti quelli che avrebbero fruito gratuitamente delle cure mediche di Gesù, detto il Cristo.

Istruzione. Anche qui, bisogna stendere un velo pietoso. Le “scuole dei preti”, dagli asili sino alle università, sono state, sono e sempre saranno le scuole dei ricchi per eccellenza, da noi come dappertutto. I poveri possono entrarci al massimo per fare le pulizie dei corridoi e dei cessi. Ciò non significa che qualche raro povero non venga ogni tanto ammesso in quel consesso elitario, ci mancherebbe.   Si tratta di quei soggetti, altamente selezionati, che dovranno poi costituire le punte di diamante dell’azione curiale nell’ambito della società civile, i fiduciari del soggetto ecclesiastico all’interno delle istituzioni laiche. Pensiamo solo ai vari Prodi, Formigoni,  Buttiglione, tanto per rimanere in Italia (vedi qui). Ma è così in tutto il mondo.

La Chiesa, dunque, se realmente lo volesse, con  il suo immenso patrimonio mobiliare (si pensi solo al valore inestimabile delle opere d’arte di proprietà ecclesiastica, senza citare le quote societarie di partecipazione e controllo in tutte le più grandi imprese americane ed europee) e immobiliare (il primo proprietario terriero e fondiario dell’intero mondo), potrebbe svolgere un’azione sociale efficace, continua e  sistematica in favore dei poveri e dei bisognosi, in tutti e tre i settori che abbiamo analizzato più sopra. Se non lo fa, è perché questo non rientra nei suoi progetti.

Di fatto, la CCAR ha solo bisogno di far credere ai più che essa opera attivamente in favore dei derelitti, ha bisogno principalmente di farlo credere ai benestanti, poiché da questa persuasione le derivano puntuali fondi e risorse sotto forma di contributi, donazioni, lasciti, elemosine. I più fortunati, in questa maniera, si lavano la coscienza  e si assicurano un posto in paradiso (non si sa mai, diceva Blasio Pascal) mentre  la Chiesa accumula il danaro che le serve (vedi qui).

“Che le serve a cosa?”, direte voi. Domanda legittima ma di facile risposta. A perpetrare se stessa. La Chiesa non ha altro scopo che la propria preservazione. La CCAR è un gigantesco organismo acefalo, nonostante abbia un capo universalmente riconosciuto nel papa,  il cui unico fine è mantenersi in vita. Questa creazione aberrante dell’ingegno paolino, è sempre stata disposta “in saecula saeculorum”  a sacrificare tutto e tutti pur di potersi perpetrare. Non ha una volontà singola che la controlla bensì  un coacervo di volontà che, unite,  generano un tutto completamente avulso rispetto alla somma delle parti.

E’ per questo che, se anche in un ipotetico futuro  apparissero uomini di buona volontà desiderosi di imprimere un deciso cambio di rotta alla Grande Ipocrisia,  conformandone finalmente l’azione alle  finalità istituzionali sinora solo apparenti, verrebbero presto o tardi stritolati da un meccanismo che non ha alcuna intenzione di mutare, se non nella facciata e solo in maniera strettamente indispensabile per adattarsi a eventuali nuove circostanze di modo che non possa venirne travolto.

VILLA PARADISO (FISCALE)

Villa Paradiso di Varazze

Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione (Articolo tratto dal sito UAAR)

Da che mon­do e mon­do si ha dif­fa­ma­zio­ne quan­do la no­ti­zia ri­fe­ri­ta dal pre­sun­to dif­fa­man­te, ve­ro­si­mil­men­te a mez­zo stam­pa ma an­che in di­scus­sio­ni pri­va­te, è fal­sa. An­che solo par­zial­men­te fal­sa, nel sen­so che po­treb­be es­se­re ba­sa­ta su dati veri ma ri­por­ta­ti se­con­do in­ter­pre­ta­zio­ni sog­get­ti­ve non sup­por­ta­te da ri­scon­tri og­get­ti­vi. Que­sto è quel­lo che dice il buon sen­so ed è an­che l’as­sun­to su cui si basa la cor­ren­te giu­ri­spru­den­za, an­che per­ché di­ver­sa­men­te ver­reb­be vio­la­to il prin­ci­pio co­sti­tu­zio­na­le del­la li­ber­tà di pa­ro­la e di stam­pa.

Non è evi­den­te­men­te del­lo stes­so av­vi­so il se­mi­na­rio del­la dio­ce­si di Ac­qui (AL), vi­sto che ave­va de­nun­cia­to il men­si­le fran­ce­sca­no Tem­pi di fra­ter­ni­tà per un ar­ti­co­lo, pub­bli­ca­to on­li­ne an­che dal sito Tru­cio­li sa­vo­ne­si, in cui ven­go­no ri­por­ta­te sul se­mi­na­rio no­ti­zie sì sco­mo­de, ma an­che sen­za dub­bio vere come sta­bi­li­to dal­lo stes­so Tri­bu­na­le, che ha ri­get­ta­to il ri­cor­so e ha per­fi­no con­dan­na­to il se­mi­na­rio al ri­sar­ci­men­to del­le spe­se le­ga­li af­fron­ta­te dal­la con­tro­par­te. In real­tà l’ar­ti­co­lo non ha nem­me­no toni di rim­pro­ve­ro, sem­mai esor­ta il ve­sco­vo di Ac­qui a pro­ce­de­re nel­la sua ope­ra di deo­pa­ciz­za­zio­ne già pub­bli­ciz­za­ta dal set­ti­ma­na­le Pa­no­ra­ma Eco­no­my. E nel far­lo met­te in luce al­cu­ne vi­cen­de a dir poco di­scu­ti­bi­li.

Og­get­to del­la con­tro­ver­sia è la splen­di­da Vil­la Pa­ra­di­so in quel di Va­raz­ze, im­mo­bi­le di pro­prie­tà del se­mi­na­rio ve­sco­vi­le uti­liz­za­to come strut­tu­ra ri­cet­ti­va di lus­so, do­ta­ta di par­co con pi­sci­na e cam­po da golf, il tut­to sen­za nes­su­na li­cen­za e sen­za nem­me­no pa­ga­re l’I­ci. Il Se­co­lo XIX ave­va pub­bli­ca­to un’in­chie­sta sul­l’a­no­ma­lo uti­liz­zo di quel­l’im­mo­bi­le, stuz­zi­can­do così i vi­gi­li ur­ba­ni di Va­raz­ze che nel giro di qual­che gior­no bus­sa­ro­no alla por­ta del re­sort con­te­stan­do, tra le al­tre cose, an­che il rea­to di abu­so edi­li­zio per aver tra­sfor­ma­to il sot­to­tet­to e fra­zio­na­to la vil­la in uni­tà abi­ta­ti­ve. Un to­ta­le di 5.000 euro di am­men­da. È lo stes­so quo­ti­dia­no a dar­ne no­ti­zia, in un ar­ti­co­lo in cui si fa ri­fe­ri­men­to an­che al pa­laz­zo del Se­mi­na­rio Mag­gio­re di Ac­qui dato in con­ces­sio­ne agli al­ber­ga­to­ri lo­ca­li per far­ne un ostel­lo con 40 ca­me­re. L’ar­ti­co­lo con­tie­ne an­che un’in­ter­vi­sta in cui il di­ret­to­re del se­mi­na­rio don Gia­co­mo Ro­ve­ra si di­fen­de dal­le ac­cu­se. O al­me­no ci pro­va.

 

Per il pre­te si trat­ta sem­pli­ce­men­te di sfrut­ta­re de­gli im­mo­bi­li che a cau­sa del calo vo­ca­zio­na­le sono ri­ma­sti so­stan­zial­men­te vuo­ti. Men­tre cer­chia­mo di ca­pi­re la pro­ve­nien­za del­lo stri­dio che si av­ver­te nel­l’a­ria pos­sia­mo, se le­ci­to, dare un sug­ge­ri­men­to per un pos­si­bi­le uti­liz­zo al­ter­na­ti­vo. Il suo più alto su­pe­rio­re, in­fat­ti, giu­sto po­chi mesi fa ave­va chie­sto che i con­ven­ti vuo­ti non ve­nis­se­ro uti­liz­za­ti per lu­cra­re ma ve­nis­se­ro im­pie­ga­ti per ac­co­glie­re i ri­fu­gia­ti, ma pare che quel­l’ap­pel­lo non ab­bia avu­to mol­to se­gui­to. Di­cia­mo pure che non ci ri­sul­ta­no si­mi­li cam­bi di de­sti­na­zio­ne fi­no­ra. In un si­mi­le con­te­sto la dio­ce­si di Ac­qui po­treb­be vo­ler­si di­stin­gue­re ade­guan­do­si, pro­ba­bil­men­te per pri­ma, al­l’ap­pel­lo pa­pa­le.

Ma tor­nia­mo alla vi­cen­da giu­di­zia­ria. Per il se­mi­na­rio chi ri­por­ta que­sti fat­ti, che sono tal­men­te veri al pun­to che ci sono per­fi­no ver­ba­li uf­fi­cia­li del­la po­li­zia mu­ni­ci­pa­le, dif­fa­ma. Deve trat­tar­si di un’in­ter­pre­ta­zio­ne inu­sua­le del mes­sag­gio evan­ge­li­co “non sap­pia la tua si­ni­stra ciò che fa la tua de­stra” (Mt 6,3). Dif­fa­ma­to­ri sono per­si­no gli av­ver­bi, e in­fat­ti il se­mi­na­rio con­te­sta al­l’ar­ti­co­li­sta di aver eti­chet­ta­to il man­ca­to ri­cor­so del co­mu­ne di Va­raz­ze con­tro la sen­ten­za del Giu­di­ce di Pace, che per in­ci­so ha re­spin­to la car­tel­la per il pa­ga­men­to del­l’I­ci non ver­sa­ta, con l’av­ver­bio “stra­na­men­te”. In ef­fet­ti un man­ca­to ri­cor­so da par­te di chi am­mi­ni­stra la cosa pub­bli­ca non può es­se­re con­si­de­ra­to stra­no, no, do­vreb­be es­se­re con­si­de­ra­to as­sur­do. E dif­fa­ma­to­rio è an­che l’a­ver det­to che Re­na­to Bo­no­ra, il ge­sto­re del re­sort, ri­sul­ta condan­nato per estor­sione e ban­ca­rot­ta frau­do­len­ta, e che quin­di la sua scel­ta è inop­por­tu­na per un ente re­li­gio­so.

Le mo­ti­va­zio­ni con cui il Tri­bu­na­le ha re­spin­to il ri­cor­so sono in­nan­zi­tut­to il fat­to che si trat­ta di no­ti­zie vere, e come già det­to lad­do­ve c’è ve­ri­tà non può es­ser­ci dif­fa­ma­zio­ne. Poi, nel­la sen­ten­za si pone l’ac­cen­to an­che sul di­rit­to di cro­na­ca lad­do­ve si leg­ge che “ogni cit­ta­di­no ita­lia­no cat­to­li­co ha in­te­res­se – e di­rit­to – ad es­se­re reso edot­to di come la Chie­sa ge­sti­sce ed uti­liz­za i beni di cui di­spo­ne”. For­tu­na­ta­men­te il te­sto non si fer­ma a que­sto pun­to ma con­ti­nua: “an­che in­di­pen­den­te­men­te, poi, dal cre­do re­li­gio­so, la Chie­sa è una isti­tu­zio­ne la cui ri­le­van­za pub­bli­ca è im­pre­scin­di­bi­le, ciò da cui con­se­gue l’in­te­res­se pub­bli­co del­le no­ti­zie che ne ri­guar­da­no le at­ti­vi­tà isti­tu­zio­na­li”. Per­ché è giu­sto dire che i cat­to­li­ci, a mag­gior ra­gio­ne in quan­to tali, de­vo­no co­no­sce­re le at­ti­vi­tà del­l’or­ga­niz­za­zio­ne di cui fan­no par­te, pur­ché si am­met­ta an­che che in for­za del­la di­men­sio­ne pub­bli­ca del­la Chie­sa, an­che e in quan­to de­sti­na­ta­ria di ri­sor­se sta­ta­li, tale di­rit­to ce l’ha an­che chi cat­to­li­co non è. O non è più.

La re­da­zio­ne

DA GESU’ CRISTO A MAO TSE-TUNG: DUEMILA ANNI DI UMANA STUPIDITA’

mao tse tung santo

Interessante documentario stamattina su History Channel di Sky.  Si parlava della storia della Cina contemporanea e, soprattutto, di quel mostro sanguinario che fu il suo leader indiscusso Mao Tse-tung.

Ebbene, pur nella totale consapevolezza di quali orrendi misfatti abbia perpetrato quest’uomo ai danni della popolazione cinese, misfatti che vanno dal premeditato genocidio fino alle innumerevoli morti per carestia causate dalla sua ottusa caparbietà ideologica, con la strage di un numero di persone pari all’odierna popolazione del Canada o dell’Argentina, ebbene, dicevo, nonostante tutto ciò, il documentario ci mostrava centinaia e centinaia di persone spontaneamente assorte  in preghiera e canti celebrativi di fronte ai suoi simulacri, dedite a rivolgergli suppliche per ottenere miracoli e altri prodigi.

Mao Tse-tung (o Zedong, non ho mai capito quale sia la dizione esatta)  è morto da meno di quarant’anni e già è stato trasformato dalla gente in un semidio. Sono certo che, di questo passo, non ci vorrà molto che gli si attribuiranno miracoli, camminate sulle acque e resuscitamento di cadaveri.

Ovvio che a sorgere spontaneo sia il parallelo con l’altra figura leggendaria, quella di Gesù figlio di Giuseppe da Gamala. Con molta probabilità, come ipotizzò il compianto Luigi Cascioli, un misto tra profeta e guerrigliero insurrezionalista, che in nome dell’Antico Testamento si dichiarò discendente degli antichi re e combatté contro la dominazione romana della Palestina. Una figura trasformata dalla credulità popolare e dal bisogno di sacro dei più da quello che era veramente e che non sapremo mai con certezza, nella divinità che oggi tutti conosciamo.

La vicenda  di Mao e della sua “beatificazione” tra la stessa gente che aveva torturato e ucciso, per quanto non costituisca una prova certa, è di sicuro emblematica di come si evolvano nella realtà storica e fattuale queste vicende.

 

DI CERERE E PROSERPINA E DEL VIZIO DEI CRISTIANI DI APPROPRIARSI ANCHE DELLE FESTE ALTRUI

ratto di proserpina

CEREALIA

 I Cerealia erano una festa religiosa dell’antica Roma, celebrata il 12 aprile e seguita da giochi che duravano fino al 19 aprile, e dedicati a Cerere.

La cerimonia prevedeva il ricordo del mito di Cerere e Proserpina: la ricerca della figlia da parte della madre era rappresentata dal vagabondare delle devote per la città, reggendo una torcia  e vestite rigorosamente di bianco.

I giorni successivi erano celebrati i Ludi Cerealici, giochi che si tenevano al Circo Massimo, e ai quali gli spettatori assistevano vestiti di bianco.

Alla spettacolare processione partecipavano persone che sfilavano in silenzio tenendo in mano tante fiaccole accese.

Una folla di fedeli osannanti, si recava in processione, ed alcune giovinette portavano ghirlande di spighe mature e operavano culti segreti e misteriosi. All’approssimarsi delle feste in onore di Cerere era prescritto a tutti l’osservanza delle più severa castità.

IL CULTO DI CERERE

Cerere era una divinità materna della terra e della fertilità, nella religione romana, nume tutelare dei raccolti, ma anche dea della nascita, poiché tutti i fiori, la frutta e le cose erano ritenuti suoi doni, tanto è che si pensava avesse insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. Veniva rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro di grano e di frutta nell’altra.

Quando l’uomo cercò di spiegare gli eventi straordinari, i misteri che accompagnavano le cose della natura e che hanno portato alla formazione del mondo, la fantasia intervenne e così Cerere e Proserpina spiegarono il mistero dell’avvicendarsi delle stagioni.

Cerere-Demetra, era dea del grano e della fertilità, era figlia di Saturno-Crono e Rea. Sorella di Giove-Zeus.

La tradizione vuole che ad introdurre per prima la coltivazione del grano, sia stata proprio Cerere in Sicilia, l’isola rappresentava infatti la sede principale del culto della dea Cerere-Demetra, in particolare le era sacra la città di Enna, dove sorgeva un tempio a lei dedicato.

Ancora giovane e spensierata Demetra-Cere generò a Zeus-Giove, suo fratello, due figli: Iacco e la bella Core-Persefone o per i latini Proserpina.

Cerere è legata anche al mondo dei morti attraverso il Caereris mundus, una fossa che veniva aperta soltanto in tre giorni particolari: 24 agosto, 5 ottobre, 8 novembre. Questi giorni sono dies religiosi, vale a dire che ogni attività pubblica veniva sospesa perché l’apertura della fossa metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti; in quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolava l’esercito e non si tenevano i comizi. L’apertura del mundus era un momento delicato e pericoloso, non tanto per paura che i morti uscissero in massa invadendo il mondo dei vivi, ma al contrario perché il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie.

LA STORIA

Nella tradizione tramandata oralmente, si racconta la leggenda  che nelle vicinanze di Enna, venne Cerere a fecondare le terre  e a portare la vita con la giocondità dei suoi doni; Cerere, sorella di Giove, era venerata come la dea che aveva insegnato agli uomini a coltivare i campi e a renderli rigogliosi, Cerere era la Madre terra.

Aveva una figlia incantevole di nome Proserpina, una fanciulla spensierata e allegra, che soleva giocare con le compagne nei verdi prati alla falde dell’Etna. Biondeggiavano esuberanti le messe dei campi e tutti gli Dei discendevano dall’Olimpo per assistere alla festa della natura creata da Cerere. Un giorno, Preserpina, in compagnia delle Oceanine e sotto lo sguardo materno, era intenta a cogliere i fiori del prato. Inavvertitamente si discostò dal gruppo, per prendere un Narciso: ed ecco che all’improvviso davanti a lei si apri la terra e sbucò dalle tenebre Plutone sulla sua carrozza trainata da cavalli prorompenti. In quell’attimo di sorpresa, Plutone afferrò la giovinetta e, incurante delle sue grida pietose, la trasse di forza nella carrozza e scompare nuovamente nelle viscere della terra. Un rapimento d’amore, visto che Plutone ghermì Proserpina per farne la sua sposa, ma in realtà la fanciulla fu condannata per sempre a vivere nel regno delle tenebre. Cerere allarmata dalle grida della figlia cominciò a cercarla in ogni dove, ma invano, poiché nessuno sapeva darle notizia. Calata la notte, accese alle falde dell’Etna due ramoscelli di pino, fiaccole improvvisate per rischiararsi la via. Così fece per nove giorni e nove notti, senza mai mangiare ne riposarsi.

La verità le fu al fine palesata da Elios, Dio sole, che le rivelò il rapimento da parte di Plutone, con il consenso di Giove. Cerere, distrutta dal dolore e dal tradimento del fratello, decise di ritirarsi, appartandosi dall’Olimpo, immersa nel tormento dell’animo e risentita contro tutti gli Dei, che in questa vicenda non si erano mossi ad aiutarla, contro le decisioni di Giove

Senza le cure della Madre terra, cessò dunque la fertilità dei campi e vennero i tempi della carestia e della morte. Giove vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò in più riprese messi ad ammansire l’indignata Cerere, la quale irremovibile nel suo dolore rispondeva che sarebbe tornata alle cure della terra, solo dopo avere riottenuto in vita Proserpina. Giove, allora spedì Mercurio come messaggero da Plutone.

Ma Proserpina aveva ormai perso la sua verginità, gustando il melograno, simbolo d’amore, che Plutone le aveva donato. Era dunque a tutti gli effetti la sua sposa, e non poteva più tornare, fanciulla, definitivamente da sua madre.

Giove, mosso a compassione, decise che Proserpina sarebbe ritornata ogni anno sulla terra insieme a Cerere per il  periodo,dalla stagione primaverile fino all’epoca del raccolto, che in  Sicilia, isola dal clima mite, si protrae sino in autunno inoltrato.

La leggenda quindi vuole che Proserpina risalga alla superficie della terra, per ricoprire di fiori tutta l’isola e portarvi il soffio creatore dell’abbondanza, per poi scomparire  alla’ apparire dell’inverno.

(Ovidio: nell’episodio delle “Metamorfosi” dedicato a “Cerere e Proserpina” – Qui la fonte del post).