EUREKA

prione

Credo d’avere un’ipotesi plausibile su come operi il meccanismo di sviluppo dell’intelligenza negli esseri viventi. [1]

Potrebbe ragionevolmente trattarsi d’un funzionamento alquanto elementare del tipo premio-castigo.

Un’unità biologica di base potrebbe essere tale in quanto capace di distinguere [2]  tra ciò che le procura danno e quello che invece le crea vantaggio, calibrando il proprio comportamento di conseguenza. L’immagazzinamento mnemonico dell’informazione ottenuta, unitamente a quella d’elaborazione della medesima (operazioni queste, oggi riproducibili artificialmente) portano poi ai vari e più complessi gradi d’intelligenza (da intelligere) che si sono evoluti nel corso delle ere geologiche.   

La ricerca (ad es. in campo informatico) dovrebbe concentrarsi sulla possibilità di ricreare tale capacità. Molto interessante sarebbe comprendere se la biomassa generi endogenamente simile proprietà (ammesso che la mia ipotesi sia plausibile) o si limiti ad essere un mero ricettore di qualcosa d’esogeno (un po’ come la radio per le onde sonore). Nulla esclude, infatti, che una "particella" dotata di simile proprietà di "discernimento" tra ciò che le provoca vantaggio e ciò che le crea danno, esista al di fuori della biomassa stessa e che quest’ultima si limiti solo a "catalizzarla". In tal caso avrebbe senso parlare di "anima", anche se in maniera del tutto diversa rispetto a quella comunemente elaborata dalle religioni che fanno uso di questo concetto.

"Anima" e "dio" diverrebbero con ciò unità misurabili.

Portata a ulteriori sviluppi e in un ambito che più mi si addice, una simile prospettiva consente di spiegare pure le religioni e fornire nuovi  presupposti alle discipline sociali.

 [1] Ignoro se un’idea simile sia già venuta a qualcun altro.

 [2] "Distinguere" in questo caso va inteso solo in un’accezione estremamente riduttiva di "propendere" o "evitare", come quando ci troviamo di fronte a un bivio e scegliamo il percorso in relazione a una destinazione molto semplice.

RICHARD DAWKINS: L'ILLUSIONE DI DIO

Una volta ho affermato: “non crederei in dio neppure se mi si parasse davanti”. Detta così e per colpa d’un verbo sbagliato, potrebbe sembrare la frase d’un integralista. Accettare anziché credere è il predicato giusto.

Mutatis mutandis, il mio sentimento nei confronti del principio fondante di qualsiasi religione risulterà più chiaro se espresso in questa forma: non accetterei dio (come tale), neppure se mi si parasse effettivamente davanti.

Dopo aver letto Richard Dawkins (“L’illusione di dio. Le ragioni per non credere”, Mondadori  2007), qualcuno potrebbe replicarmi parafrasando quel noto spot pubblicitario che dice:“ti piace vincere facile?”. Riferendosi, in specie, alla celebre scommessa di Blaise Pascal.

Dawkins offre argomentazioni “ad abundantiam” che suffragano l’estrema improbabilità d’una “ipotesi dio”, quale fattore generante la complessità dell’universo. Un libro semplice, chiaro, d’evidente intento divulgativo e non specialistico. “Un grande manifesto laico”, secondo Piergiorgio Odifreddi.  

A un lettore frettoloso o prevenuto, potrebbe apparire altrettanto radicale quanto il documento programmatico d’un teista convinto. Non è così. La chiave corretta per intendere il vero sentimento dell’autore, se non fosse già stato afferrato prima, s’incontra a pagina 279, dove descrive l’episodio d’un anziano accademico  della facoltà di zoologia di Oxford, fortemente convinto sull’inesistenza dell’apparato di Golgi (è un complesso di membrane e vescichette che permette di trasportare all'esterno del citoplasma della cellula le sostanze da essa prodotte e necessarie al resto dell'organismo). Un professore ospite presentò un giorno le prove che confermavano in maniera inequivocabile l’esistenza, all’interno della cellula, di tale apparato. “L’anziano zoologo andò sul podio, strinse la mano all’americano e disse con perfetto aplomb: <Caro signore vorrei ringraziarla. Per quindici anni ho creduto la cosa sbagliata>.

Rispetto alle “origini della religione” (Cap. V) e del suo successo tra la razza umana, tuttavia, mi prendo la libertà di avanzare un’idea che mi pare più semplice di quelle composite formulate da Dawkins. Il distacco della prole dai propri genitori, dopo un lungo periodo d’infanzia tipico della nostra specie, lascia un vuoto che viene facilmente colmato dal sentimento religioso con cui la figura di dio (o di più d’un dio) si sostituisce al padre o alla madre. I fattori evolutivi che avrebbero comportato le modalità con cui l’homo sapiens sapiens alleva la prole (e che Dawkins peraltro individua in maniera piuttosto convincente), potrebbero essere anche quelli che ci rendono così arrendevoli di fronte all’idea tutto sommato socialmente sgradevole di “padre padrone”, offertaci dalle religioni.

Io, di converso, non riesco a conformarmi all’immagine di “padre misericordioso”, quale ci viene propugnata saecula saeculorum  a proposito del  dio del cristianesimo. Chissà perché, ma ogni volta che la odo, il mio cervello  proietta immediatamente il ricordo d’un grande allevamento di polli in batteria e, soprattutto, quello del loro allevatore. Mi piace credere (anche se c’entra come il cavolo a merenda) che Bertrand Russell e Karl Popper  abbiano avuto una proiezione mentale analoga quando idearono la celebre metafora del tacchino induttivista.

Un’ultima chiosa. Il libro fornisce tra le righe un’argomentazione determinante per spazzar via le credenze diffuse nei cosiddetti fenomeni paranormali,  quali telecinesi, telepatia, levitazione, preveggenza e ciarpame simile. Infatti, se vi fossero esseri (umani) veramente dotati di simili straordinarie facoltà, la selezione naturale li avrebbe favoriti a tal punto da sostituirli a noi come specie dominante. E’ d’uopo pensarci bene, prima di farsi abbindolare dal ciarlatano di turno, foss'egli prete o chiromante.