UN FATTO D'UNA IGNOMINIA INCONCEPIBILE

corruzione

A QUALE LIVELLO SIA ARRIVATO IL MARCIUME IN QUESTO NOSTRO POVERO PAESE CE LO DICE QUESTO POST DI FABRISTOL. QUANDO L'HO LETTO, RIFIUTAVO DI CREDERCI. NON MERAVIGLIAMOCI, POI, SE ALL'ESTERO, SIAMO COMUNEMENTE RITENUTI DEI TRADITORI, DEGLI INFINGARDI, DEI GIUDA, DEI VOLTAGABBANA. COME PUO' UNO STATO CHE, IN TUTTE LE SUE MANIFESTAZIONI DIMOSTRA DI NON CONOSCERE IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA "CORRETTEZZA", PRETENDERE LA CORRETTEZZA DAI PROPRI CITTADINI?
 

da MALVINO: "IL RIENTRO E' TIPICO"

ratzbambini
(Tratto dal blog di Malvino)

"Quando un prete è accusato di aver abusato di un ragazzino, bisogna tener conto che quasi sempre non è vero: si tratta di una calunnia per diffamare il clero cattolico e attaccare la Chiesa, in odio al cristianesimo. Quando è vero, è ugualmente falso, perché chi abusa di un ragazzino è persona così abietta da non essere degno di essere prete, quindi in pratica non lo è. Anzi, da poco – meglio tardi che mai – a un prete che abbia abusato di un ragazzino, ma non sia stato capace di infrattarsi nella misericordiosa omertà dei suoi superiori, la Chiesa grida ufficialmente: “Tana!” e lo riduce allo stato laicale.

D’altro canto, per ridurre allo stato laicale un prete accusato di un abuso su minore bisogna provare l’abuso, e bisogna provarlo, com’è giusto, contro ogni tentazione colpevolista che si affidi interamente alle affermazioni del minore, che per definizione è immaturo e quindi sempre un po’ psicolabile, quando non è manovrato da un avvocato avido e un giornalista ateo. Poi ci sono i casi in cui il minore non merita alcun credito perché proprio quanto afferma esclude esservi stato abuso. Sarà stato un abusino, forse, ma vogliamo ingigantirlo al fine, neanche troppo nascosto, di delegittimare il prete come educatore e la Chiesa come educatrice? Per una dozzina di nerbate sul culetto – il giovane si ostinava a steccare Bach – vogliamo mettere in galera il direttore del coro? Vogliamo mettere in galera il parroco colpevole d’aver dato al chierichetto un bacio appena un po’ più appiccicoso di quello che gli avrebbe dato la zia? Ma vogliamo scherzare?
Poi ci sono i casi in cui l’accusa del minore è tanto inverosimile che neanche vale la pena di accertare se corrisponde al vero, perché c’è il rischio che l’indagine stressi il prete fino al suicidio, e questo non è bello. Infine, ci sono casi molto particolari, atipici, e solo impropriamente rientrano nella categoria degli abusi su minori da parte di un prete.
In quello che ci sta sotto gli occhi oggi, per esempio, l’accusato è prete, ma non lo era quando avrebbe commesso l’abuso. Di più, a quei tempi era minore pure lui, come la presunta vittima. Tutto sarebbe accaduto nella St. Paul’s Church di Jersey City, dove Keith Brennan sarebbe stato ripetutamente abusato da Keith Pecklers, quando avevano rispettivamente 14 e 17 anni. A far del caso una questione che riguarda comunque la Chiesa, tuttavia, non è solo il fatto che tutto sarebbe accaduto – se è accaduto – sotto gli occhi irresponsabilmente distratti di un prete che avrebbe dovuto accorgersene ed impedirlo, come spetta di dovere a qualsiasi adulto al quale siano stati affidati dei minori: qui, il prete che avrebbe dovuto farlo, tal Thomas Stanford, quando è stato informato dal Brennan, l’ha stuprato a sua volta e ha coperto il Pecklers.
Così coperto, il Pecklers si incamminò speditamente in carriera, prendendo la tonaca da gesuita e diventando in breve un apprezzato docente di Liturgia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e il Pontificio Istituto Liturgico «Sant’Anselmo». Autore di una decina di volumi, padre Pecklers è considerato un’autorità nel suo campo e c’è chi lo mette fra i frondisti che hanno storto il muso al Summorum Pontificum, il motu proprio che ridà lustro al messale di Pio V, dandogli patente di “progressista”.
Padre Pecklers non nega l’addebito di Brennan, ma si limita a farci notare che era troppo giovane per poter commettere gli abusi che gli sono addebitati. Rientriamo nell’ordine dell’assunto posto in incipit (quando un prete è accusato di aver abusato di un ragazzino, quasi sempre non è vero): il caso è atipico, ma il rientro è tipico. E qui viene meno l’assurda distinzione tra “tradizionalista” e “progressista” sulla quale molti laici si ostinano: nel cuore delle questioni centrali dell’esser prete, un prete è un prete."
 

PAOLO DI TARSO di Davide Donnini

San Paolo Cimitero Domitilla Roma
Perché San Paolo ha inventato il cristianesimo?

(di Davide Donnini)
Certamente non possiamo esonerarci dal considerare in modo attento questa domanda senza rischiare, altrimenti, di avere elaborato una interpretazione ricca di indizi a suo favore ma, ahimé, mancante dell'elemento più importante.
Infatti dobbiamo individuare il motivo fondamentale per cui sarebbe stata operata la revisione del messianismo tradizionale degli ebrei e la sua trasformazione in una teologia destinata a staccarsi dalla matrice giudaica o, addirittura, a porsi in conflitto con essa per i secoli successivi.
Come abbiamo già detto, la figura su cui ricade il massimo della responsabilità di questo processo è quella che la tradizione cristiana riconosce nella persona di San Paolo.
Chi era San Paolo? E perché avrebbe inventato il cristianesimo?
E' straordinario constatare il modo in cui la letteratura cristiana lascia questo personaggio in una condizione di quasi anonimato, sfocandone al massimo il profilo biografico e l'identità anagrafica. Non sappiamo quando sia nato, chi fosse la sua famiglia, in che periodo sia venuto a Gerusalemme per compiere gli studi e, quel ch'è più clamoroso, lo scritto del Nuovo Testamento che si occupa di lui (Atti degli Apostoli) lo abbandona completamente a metà di un percorso narrativo, senza dirci niente sul suo destino.
Le sue lettere, che oggi appartengono al corpus del canone neotestamentario, hanno l'aria di essere dei documenti ricchi di contraffazioni, se non, qualche volta, per niente autentici.
Alcuni autori giungono persino a mettere in dubbio il fatto che questo personaggio fosse un autentico ebreo, come egli proclama negli scritti del Nuovo Testamento che gli sono attribuiti. Personalmente non mi sento di sostenere questa tesi estrema, ma posso associarmi ad alcune constatazioni che sembrano dare un profilo elastico alla ebraicità di San Paolo.
A.N.Wilson, in "Paolo l'uomo che inventò il cristianesimo" (Rizzoli, 1997), sostiene, in modo abbastanza verosimile, che Paolo fosse un personaggio molto legato e compromesso col mondo romano, soprattutto per il fatto che la sua professione sarebbe stata quella di produrre tessuti per tendaggi usati dalle legioni militari imperiali. E' certo che i suoi famosi viaggi non sono stati effettuati al fine primario di compiere un'opera missionaria ma che, piuttosto, egli ha approfittato della circostanza professionale dei suoi continui spostamenti commerciali per svolgere anche un proselitismo politico-religioso (non ci si meravigli di questa associazione fra politica e religione: nel mondo semitico degli ebrei la politica e la religione sono legate indissolubilmente da una concezione di vita prettamente teocratica).
Ciò che caratterizza l'identità culturale di Paolo è una ebraicità molto aperta, una estrema abitudine, per ragioni di ambiente di nascita e di esperienze di vita, al contatto con le culture gentili, ovverosia pagane. E non c'è alcuna possibilità di comprendere storicamente questo individuo e la sua opera se non si parte proprio dall'idea che le sue formulazioni teologiche, sfociate nella nascita di una nuova religione, abbiano origine nel contrasto stridente fra…

  • …da una parte, la ebraicità ottusa, fanatica, fondamentalista e xenofoba (la concezione hassidica, sviluppatasi dal patriottismo politico religioso dei maccabei del II secolo a.C.), che nel I sec. d.C. trovò la sua principale espressione nel messianismo esseno-zelota, e la sua collocazione geografica nell'ambiente palestinese,
  • …dall'altra parte, la ebraicità aperta, maturata attraverso il contatto e la convivenza con i popoli e le culture gentili, disponibile alla reinterpretazione delle scritture in senso molto elastico (una concezione di cui furono tipici rappresentanti uomini come Filone Alessandrino, Giuseppe Flavio, e il primo Shaul, successivamente nominato Paolo), per niente interessata allo sviluppo di una conflittualità estrema fra Israele e Roma, con una collocazione geografica rivolta soprattutto agli ambienti della diaspora.

Sono le tensioni fra questi due modi di essere ebrei, e le drammatiche vicende politiche e militari della nazione ebraica sotto il dominio imperiale, sempre in altalena fra le azioni dei patrioti Yahwisti e le repressioni romane, che fornirono i presupposti del processo attraverso il quale si sviluppò per gradi…
1 – …prima, una coscienza contraria al messianismo radicale degli esseno-zeloti,
2 – …poi una corrente politica altrettanto radicale, ma in senso anti-messianista, espressione delle classi dominanti di Israele (sadducei e farisei di destra),
3 – …quindi una tendenza a rileggere le profezie messianiche con significati contrari a quelli esseno-zelotici, e aperta ai contributi teologici delle spiritualità gentili,
4 – …infine una corrente militante, di cui il San Paolo del dopo Damasco fu il fondatore e il promotore indefesso, che, pur di contrastare il messianismo hassidico e i suoi estremi pericoli per la sicurezza della nazione ebraica, era disposta a crearne un altro, aperto alle teologie escatologiche straniere (vedi il Soter greco, il Saoshyant persiano, il Krishna e il Buddha indiani…), sopportando il rischio (o forse andandogli volutamente incontro) che ciò innescasse una sorta di mitosi teologica il cui prodotto, alla fine, fosse la nascita di una nuova religione e la sua scissione dal giudaismo.
In un primo tempo San Paolo sarebbe stato senz'altro un esponente della corrente di cui al punto 2. E' facile che egli, in quanto benestante, colto, professionista con molte occasioni di viaggio e con molti contatti in ambienti sia ebraici che greco-romani, sia stato coinvolto nella politica di repressione delle "brigate messianiste" e che abbia collaborato come informatore o anche in modo più consistente.
Non si dimentichi che i cristiani, al centro della attenzione repressiva, in questa fase del processo di evoluzione del cristianesimo, non erano ancora ciò che intendiamo oggi con quel termine, bensì erano i giudei messianisti, ovverosia i membri delle sette che aspiravano alla rinascita del regno di Yahwè e all'interno delle quali si individuavano le figure degli aspiranti messia, capi religiosi con la spada in mano.
Siamo noi che commettiamo il gravissimo errore di interpretare il movimento dei seguaci diretti di Cristo come se questi avessero già incorporato la filosofia espressa nel Nuovo Testamento, che rende spoliticizzato, degiudaizzato e pacifista il messaggio evangelico, prima ancora che Paolo lo avesse formulato.
In realtà, gli stessi Atti degli Apostoli, sebbene siano stati redatti col preciso scopo di far apparire la concezione neomessianica di Paolo come se fosse appartenuta a Gesù Cristo, proponendo in modo del tutto artificiale la continuità e la conformità là dove invece sussistono discontinuità e contrapposizione, finiscono per mostrare loro malgrado, con innegabile chiarezza, l'esistenza di un grave conflitto fra una corrente giudaizzante (identificata nelle persone come Simone e Giacomo, i fratelli di Gesù) e una corrente riformista con aperture ellenistiche (identificata nelle persone come Paolo e i suoi seguaci).
In un secondo tempo San Paolo avrebbe maturato un atteggiamento diverso, probabilmente rendendosi conto che la strada della semplice repressione politica, consistente nell'arresto e nella eliminazione fisica degli esponenti messianisti, non avrebbe funzionato molto, tanto più che le ideologie radicali del tipo esseno-zelotico non si fermavano davanti al martirio (abbiamo visto il comportamento dei cittadini di Gamla e degli assediati di Masada) ma, al contrario, ne traevano nuovo orgoglio e nuova energia combattiva. In pratica Paolo comprese che l'ideologia messianista tradizionale avrebbe potuto trovare un antagonista valido solo in un'altra ideologia, e che l'argine per ostacolare l'espansione del messianismo radicale nei diversi strati della popolazione ebraica, e per allontanare i suoi gravi pericoli, avrebbe potuto essere offerto solo da un altro messianismo, non così bellicoso, non così ispirato al nazionalismo yahwista, non così frontalmente ostile ai romani, ma comunque rispondente ad istanze che avessero una risonanza reale nella gente e in larghi strati di popolo.
Insomma, invece di seguire la via degli arresti e delle esecuzioni, Paolo preferì offrire un'alternativa all'idea della salvezza nazional-religiosa (questa fu la sostanza reale della sua conversione) e si adoperò per creare un messianismo più convincente di quello che, pur solleticando l'orgoglio etnico, che è il tratto distintivo di ogni ebreo, metteva tutti quanti di fronte al timore (poi confermato dalle vicende della guerra degli anni 66-70) che i romani ricorressero alla soluzione definitiva e che Israele precipitasse nella più sventurata delle catastrofi. E' questa, e soltanto questa, la corretta chiave interpretativa attraverso la quale noi possiamo capire ciò che gli Atti degli Apostoli ci presentano, molto falsamente e opportunisticamente, come una semplice divisione di competenze fra Paolo e gli Apostoli giudaizzanti: evangelizzatore dei gentili l'uno, evangelizzatori degli ebrei gli altri.
Altro che divisione di competenze! La verità è che questi ultimi erano legati alla concezione messianica di derivazione maccabea, ovvero al patriottismo nazional-religioso degli esseno-zeloti, ostile per natura al mondo gentile; mentre Paolo aveva già sparso i semi di una filosofia di apertura al pensiero extragiudaico, al punto da rappresentare il suo Gesù Cristo con caratteristiche che appartenevano assai più agli dei incarnati e risuscitanti delle teologie gentili che non alla figura messianica delle profezie giudaiche.
Ora, noi abbiamo molti motivi per credere che Paolo, nella sua città di origine, Tarso, in Cilicia, abbia avuto contatti molto ravvicinati con le culture religiose ellenistiche ed orientali, anzi, proprio con i culti detti misteriosofici, in cui si celebravano complicati riti iniziatici. Di questi possiamo avere una bellissima descrizione divulgativa, accessibile anche ai non addetti ai lavori, nell'opera di J.G.Frazer, "Il Ramo d'Oro" (Newton Compton, 1992), dalla cui lettura possiamo arrivare a capire che certi elementi teologici della figura di Gesù Cristo devono essere stati mutuati dai culti extragiudaici come quelli di Attis, Adonis, Osiride, Dioniso, Mitra… mi riferisco alla nascita verginale, alla resurrezione dopo tre giorni di discesa agli inferi, all'innesto del concetto teofagico (cibarsi della carne e del sangue del Dio) sui contenuti del rito eucaristico esseno (la fractio panis di cui abbiamo visto nel manuale di disciplina di Qumran).
Ora, la quasi totalità dei cristiani nega che il Cristo giustiziato da Ponzio Pilato, con l'accusa di avere militato per diventare "re dei Giudei", avesse l'intenzione di diventare realmente "re dei Giudei" e abbia mai avuto a che fare col messianismo nazional-religioso degli esseni e degli zeloti. E supportano questa loro irremovibile convinzione sulla base della tradizionale immagine evangelica di un Gesù che predica amore, pace, perdono, non violenza, che contraddice alcune caratteristiche del pensiero ebraico messianista (Gesù siede a tavola coi gentili, deroga alla regola del sabato…), e considerano la vicenda del processo, della condanna e della esecuzione romana mediante crocifissione (il tipico destino dei latrones e dei sicarii, ovverosia degli zeloti) come un clamoroso equivoco giudiziario, da cui Pilato, vittima dei raggiri dei sacerdoti del tempio, esce praticamente scagionato, e con lui tutti i romani. Un equivoco generato dalle false accuse che i giudei avrebbero prodotto nel presentare Gesù a Ponzio Pilato, al fine di indurre proditoriamente i romani a giustiziarlo.
Ma il meccanismo non è questo! Il punto falso non risiede in quelle accuse di militanza esseno-zelota, bensì nell'immagine del Cristo apolitico, demessianizzato, addirittura quasi degiudaizzato, che propone nell'imminenza della Pasqua ebraica, ad una assemblea di giudei, cerimoniali di sapore nettamente gentile (l'eucarestia teofagica come rito sacrificale del dio incarnato), una immagine costruita a posteriori dalla scuola di San Paolo. E naturalmente non è legittimo dimostrare che il Cristo era un pacifista, che non era il Messia, che era estraneo ai movimenti esseno-zelotici, utilizzando a questo scopo i documenti che furono costruiti apposta per sostenere l'ideologia antimessianista e per alterare la figura di Cristo.
Insomma, quando noi leggiamo i Vangeli (i Vangeli del canone ecclesiastico, naturalmente, non la letteratura primitiva del giudeo-cristianesimo che, del resto, è stata opportunamente tolta di mezzo), noi non abbiamo davanti agli occhi l'immagine storica di Gesù Cristo, bensì l'immagine costruita artificialmente dalla revisione paolina come base della catechesi neocristiana. I Vangeli sono il manifesto antimessianista (e quindi anti-Cristo-della-storia) che ci mostra, non le idee di Gesù, ma le idee di Paolo e dei suoi seguaci, ovverosia di colui che è stato fra i nemici più accaniti di Cristo e che non si è affatto convertito ma che, in un secondo tempo, ha convertito l'ideale di Cristo, appartenente al pensiero giudaico più radicale, in una filosofia extragiudaica. Una conversione che è stata ripetuta in modo assai simile, tre secoli dopo, dallo stesso imperatore Costantino, che non si è mai convertito al cristianesimo di Gesù nel modo in cui sostiene una certa interpretazione storica, ma che ha trovato convenienti motivi per convertire ulteriormente la teologia cristiana e renderla sempre più compatibile con le religioni già in voga nell'impero romano (fu lui a volere energicamente il concilio di Nicea e a dare inizio ad un'epoca plurisecolare di caccia all'eresia).
In pratica, dopo queste molteplici e successive operazioni di ricostruzione teologica realizzate nell'arco di tre secoli, le cose che leggiamo oggi nei Vangeli servono a indicarci ciò che Gesù non era molto più di quanto non possano servire ad indicarci ciò che Gesù era. Anche se questa è un'idea inaccettabile da parte di coloro che sono innamorati dell'immagine neo-cristiana del Gesù figlio di Dio e che non possono tollerare che tale immagine sia ridotta dall'analisi storica ad un prodotto di pura creatività teologica.
Non possiamo dimenticare le parole scritte dai Padri della Chiesa Ireneo, Eusebio, Teodoreto:
"…(gli Ebioniti)seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge…". (Ireneo, Adv. Haer., I, 26).
"…Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore…". (Ireneo, Adv. Haer., III, 11).
"…costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo(Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri…". (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27).
"…(I Nazareni) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l'apostolo (Paolo)…". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 1).
"…Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il Vangelo chiamato secondo Pietro…". (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 2).
Ma questi ebioniti, nazorei (o nazareni) ed ebrei, altri non erano che gli esseno-zeloti o i discendenti degli esseno-zeloti che si erano messi a tavola col Messia e avevano spartito il vino e il pane con lui, poco prima del suo arresto sul monte degli ulivi, e coi quali Paolo si era sempre trovato in conflitto al punto da essere considerato "uomo di menzogna" sia nei suddetti vangeli giudeo-cristiani, sia nei documenti qumraniani come il Commentario di Abacuc [vedi R.Eisenman "James the brother of Jesus"]. Ed è contro di loro che si è scatenata, per secoli, una severa censura storica ed ideologica, finalizzata agli interessi del riformismo neo-cristiano e della istituzione che di esso si era fatta rappresentante. 

 

UN POST DI FABRISTOL DA NON PERDERE

trattato dei tre impostoriFABRISTOL
“Sapevatelo” (cit.)
Ho un ricordo chiaro e nitido di una lezione di catechismo (non ricordo se a scuola o in chiesa) quando avevo circa 10 anni. La maestra ci aveva fatto vedere delle immagini dipinte nelle catacombe dei primi cristiani. L’agnello, il pastore con l’agnello sulle spalle, il pesce, la colomba sopra le teste. Cristo era rappresentato come un giovane pastorello, sbarbato e con i capelli corti. Nessuna croce, da nessuna parte. La maestra ci dice che i primi cristiani, per paura delle persecuzioni, non dipingevano mai la croce. E quindi usavano altri simboli per rappresentare la propria religiosità. Alzo la mano e chiedo che senso avrebbe eliminare un simbolo per paura di essere riconosciuti per poi metterne degli altri inequivocabili e utilizzati comunque da tutti i cristiani universalmente (certo non usai queste parole ma più o meno questo è il senso). E’ un po’ come se gli ebrei per non essere riconosciuti dai nazisti invece di usare il candelabro a sette braccia si fossero messi ad usare, che so, un lampadario con sette lampadine. I nazisti li freghi la prima volta, poi quando vedi che le case e le tombe degli ebrei si riempiono di simboli di lampadari, beh il sospetto ti viene. Comunque, la maestra non ribatte o forse farfuglia qualcosa*, ma il problema rimane. Perché non ci sono croci rappresentate nelle catacombe dei cristiani, nelle loro lapidi, nelle prime chiese e così via? Al cristiano indottrinato basta la scusa che “avevano paura di essere scoperti!”. Già, invece dipingere Cristo, agnelli e pesci e colombe e scrivere Χριστός invece avrebbe depistato i pagani! Ma a noi non basta.
Più tardi, alle superiori, scoprii che la croce fu adottata ed imposta dall’Imperatore Costantino su tutto l’Impero (in hoc signo vinces, il sogno con la voce di dio). Così, quasi dal nulla. A complicare le cose il fatto che nei vangeli il termine per designare la croce è σταυρός, cioè palo verticale. E solo più tardi venne tradotto come croce nel senso di due pali ad incrocio. Dal 200 d.C. in poi si usa ogni tanto il simbolo del tau greco, ma solo con Costantino viene deciso il canone. Qui c’è un bel resoconto della storia. In realtà non sappiamo come sia stato ucciso Gesù: croce classica, croce a tau, palo. Non è importante. L’importante è però avere chiaro (e se lo fu per un bambino di dieci anni c’è qualche speranza!) che questo simbolo ha avuto una evoluzione, non è certo, ed è stato imposto come canone da Costantino nel 300 d.C.
Tutto questo per raccontarvi di quante risate mi sono fatto leggendo questa notizia: un teologo svedese afferma che forse (forse eh!) Gesù non è mai stato crocifisso nel modo che la tradizione ci ha trasmesso e che la croce è inventata. Wow. Ci hai messo un bel po’ ma ci sei arrivato. Un geniaccio proprio. Dice anche che questo fa vacillare un po’ la sua fede. Addirittura?
Non è detto, ma forse senza l’imposizione costantiniana del simbolo della croce a quest’ora nelle aule scolastiche o nelle chiese ci sarebbe il pesce, o il pastore con l’agnello o il Chi-Rho. Cambierebbe poco in realtà. Sono sicuro che molti in questo universo parallelo si straccerebbero le vesti se qualcuno sostituisse quei simboli on una croce latina. Sarebbe un affronto alla tradizione ovviamente.

 *Farfugliò qualcosa anche quando le feci notare che leggere la Bibbia come un mito da interpretare era pericoloso per la fede stessa. Diceva che alcuni studiosi avevano confermato la possibilità che Mosé riuscì ad attraversare il Mar Rosso perché in quel periodo c’era stato un abbassamento del mare. “Ma allora che senso ha l’intervento divino se è tutto spiegabile con fenomeni naturali?” All’epoca ero un piccolo Ratzinger.

DAVID DONNINI: IL PROBLEMA DEL TITOLO NAZARENO


gamalaPosto un altro bellissimo articolo preso a pie'  pari dal sito di David Donnini, che consiglio a tutti di visitare, anche perché corredato con ottime fotografie, cartine esplicative e collegamenti ipertestuali, che rendono molto più agevole e completa la lettura del testo che propongo:

Quasi nessuno è al corrente dell'esistenza di un grosso problema storico relativo alla città di Nazareth, basato sostanzialmente su due punti fondamentali:
a – il fatto che la celebre espressione evangelica "Gesù il Nazareno", che noi trasformiamo del tutto arbitrariamente in "Gesù di Nazareth", deriva dal greco IhsouV o NazoraioV(Iesous o Nazoraios), cioè dall'aramaico Nazorai e dall'ebraico Nozri, e che nessuna di queste espressioni ha relazione alcuna con una città di nome Nazareth, ma è un titolo religioso o settario,
b – il fatto che l'analisi archeologica, storica, letteraria e geografica, dà adito a seri dubbi sulla esistenza della città di Nazareth al tempo di Gesù.
Si osservi come si sono espresse in proposito numerose voci autorevoli:
1 – "Gli apostoli che sono stati prima di noi l'hanno chiamato così: Gesù Nazareno Cristo… "Nazara" è la "Verità". Perciò "Nazareno" è "Quello della verità"…"
(Vangelo di Filippo, capoverso 47 – testo gnostico del II secolo dopo Cristo);
2 – "Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato cominciava ad essere dimenticata"
(Elia Benamozegh [Italia, 1823/1900, filosofo ebreo membro del collegio rabbinico di Livorno], Gli Esseni e la Cabbala, 1979);
3 – "La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazoreo, originariamente unito al nome di Gesù e che rimase il nome dei cristiani nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazoreo è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth"
(Alfred Loisy [Francia, 1857/1940, sacerdote cattolico, professore di ebraico e di sacra scrittura dell'Istituto Cattolico di Parigi, successivamente rimosso dall'incarico], La Naissance du Christianisme);
4 – "-Nome? – … – Jeshua – rispose rapido l'accusato
– Hai un soprannome? –
– Hanozri –
– Di dove sei? –
Della città di Gamala – rispose l'arrestato indicando con un movimento della testa che laggiù, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata Gamala.
– Di che sangue sei? –
– Non lo so di preciso – rispose pronto l'arrestato, – non ricordo i miei genitori. Mi dicevano che mio padre era siriano –
…"

(Michail Bulgakov, [1891-1940, scrittore russo] Il Maestro e Margherita, Einaudi, 1967);
5 – "La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui pellegrini possono visitare l'officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo…"
(Charles Guignebert [Francia, 1867/1939, professore di Storia del Cristianesimo presso l'Università Sorbona di Parigi], Manuel d'Histoire Ancienne du Christianisme);
6 – "In realtà, per quel che riguarda Nazareth, gli storici non hanno potuto trovar traccia di una città di quel nome sino al IV secolo d.C.; secondo le fonti ebraiche, bisogna scendere addirittura sino al secolo IX. Nei vangeli non troviamo mai l'espressione Gesù di Nazareth ma soltanto Gesù il Nazoreo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno… ora, nessuno di questi appellativi, per quanto si sia cercato di forzarne l'etimologia, può farsi risalire ad un nome come Nazareth… è da questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth, e non viceversa"
(Ambrogio Donini [accademico, specializzatosi in ebraico e siriaco presso la Harvard University, USA, è stato docente universitario in Italia], Breve Storia delle religioni, 1959);
7 – "El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l'antica Nazareth, patria di Gesù. Secondo vari studiosi, tuttavia, Nazareth – meglio Natzrath o Notzereth – non è mai esistita e l'appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesù negli scritti neotestamentari non indica affatto il suo paese di origine…"
(M. Craveri, [autore di numerosi saggi sulla storia delle cristianesimo, tradotti in molte lingue e pubblicati in Italia e all'estero, e curatore di una raccolta di scritti apocrifi] La Vita di Gesù, 1974);
8 – "Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l'origine della parola ed erano ben consapevoli che non era derivata da Nazareth… Il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala… questa è la patria del Nazoreo… la montagna di Gamala è la 'montagna' dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne parlano incessantemente, senza nemmeno nominarla…"
(E.B.Szekely [teologo ungherese che ha frequentato gli studi presso il Vaticano], The Essene Origins of Christianity, USA, 1980);
9 – "…Gesù non era di Nazareth. Un'infinità di prove stanno ad indicare che Nazareth non esisteva ai tempi biblici. E' improbabile che la città sia sorta prima del III secolo. 'Gesù di Nazareth', come molti studiosi della Bibbia sarebbero oggi pronti a confermare, è una cattiva traduzione dell'originale greco Gesù il Nazareno…"
Baigent, Leigh, Lincoln [autori di alcuni libri sul cristianesimo antico e sui manoscritti del Mar Morto, fra cui il best seller internazionale "The Dead Sea Scrolls Deception"], L'Eredità Messianica, Tropea, Milano, 1996);
10 – "É stato Matteo per primo a generare l'equivoco secondo cui l'espressione 'Gesù il Nazoreo' dovesse avere qualche relazione con Nazareth, citando la profezia "sarà chiamato Nazareno (Nazoraios)" che, a conclusione del suo racconto sulla natività, egli associa col passo "ritirandosi in Galilea e andando a vivere in una città chiamata Nazareth". Questa non può essere la derivazione del termine, poiché anche in greco le ortografie di Nazareth e nazoreo differiscono sostanzialmente"
(R.H.Eisenman [professore di religioni medio orientali e di archeologia, nonché direttore dell'Istituto per lo studio delle origini giudeo-cristiane alla University of California – Los Angeles] James the Brother of Jesus, Penguin Books, 1997);
11 – "Io penso veramente che i cristiani non possano affermare che l'espressione 'Gesù Nazareno' significhi 'Gesù cittadino di Nazareth', nello stesso modo in cui l'espressione 'Leonardo da Vinci' significa 'Leonardo cittadino di Vinci'. La forma ebraica per Nazareth è NZRT, che è tarda ed è stata indicata come Nazrat o Nazeret, invece la forma greca 'Iesous o Nazoraios', mi pare, deriva dall'aramaico Nazorai… la radice NZR (senza T) capita nella traduzione aramaica di Isaia 26:2, nella quale la parola 'emunim' (=fede) deriva dalla radice 'emeth' (=verità), in questo modo risulta chiaro perché nel Vangelo di Filippo si poté dire che 'Nazareno' significa 'della verità'…"
(Daniel E. Gershenson [archeologo, docente e ricercatore presso il Dipartimento di Studi Classici della Università di Tel-Aviv] e-mail del 12/05/1998 indirizzata a David Donnini);
Come abbiamo potuto vedere, alcuni dei più autorevoli accademici di tutto il mondo sono pienamente d'accordo su un fatto: l'espressione "Gesù Nazareno", che traduce il greco "IhesouV o NaoraioV", non ha alcuna relazione con una città di nome Nazareth, ma indica un titolo religioso o settario. Persino un Vangelo apocrifo del II secolo, che abbiamo visto nella seconda citazione, attribuisce a quel termine tutt'altro significato.
E' senz'altro una constatazione clamorosa, capace da sola di scardinare tutta l'interpretazione comune del Nuovo Testamento.
Dove si trova Nazareth? La città che milioni di pellegrini visitano oggi è situata nell'alta Palestina, in Galilea, ad una trentina di Km circa dal lago Kinnereth, più noto nella tradizione evangelica come lago di Tiberiade, o lago Gennezareth.
Come possiamo approfondire meglio la questione? E perché lo scrittore russo Bulgakov si è fatto venire in mente che Gesù potesse essere di Gamala, nel Golan? E perché la stessa tesi è sostenuta anche dal teologo E.B.Szekely? Per giungere ad una risposta dobbiamo raccontare la storia della scoperta di Gamala.
In occasione della cosiddetta guerra dei sei giorni (1967), lo stato di Israele si mosse improvvisamente contro alcuni stati arabi confinanti e, oltre ad occupare il Sinai, la striscia di Gaza e la Cisgiordania, invase ed occupò buona parte della regione chiamata Golan, fino a quel momento appartenente alla Siria.
Nel corso delle operazioni militari sulle alture del Golan, qualcuno notò la presenza delle rovine di una vecchio insediamento umano su un colle circondato da scarpate ripidissime, situato a breve distanza dalla riva nord-orientale del lago Kinneret ("Lago Genezaret" o "Mare di Tiberiade" nel linguaggio evangelico). Immediatamente al termine dello stato di guerra, le autorità di Israele inviarono alcuni archeologi ad indagare nella zona segnalata, per chiarire la natura dei resti.
Il governo Israeliano, per quanto assillato dai problemi politici e non certo in rosee condizioni economiche, aveva una forte necessità, di fronte agli occhi del suo popolo e del mondo intero, di giustificare l'occupazione del Golan come un atto legittimo di riappropriazione di un territorio che apparteneva agli ebrei per un diritto naturale e storico.

Fu proprio per questo motivo che, sin dal 1968, la zona fu esaminata da un certo Itzhaki Gal, il quale fu il primo a supporre che la località segnalata potesse essere quel villaggio chiamato Gamla, o Gamala, di cui si erano completamente perse le tracce, che Giuseppe Flavio descrisse con abbondanza di particolari, narrando la storia di una tragica sconfitta subita dagli ebrei, per mano dello stesso Vespasiano, durante la guerra che insanguinò la Palestina negli anni dal 66 al 70 d.C.

Nel 1976, sotto la guida dell'archeologo Shmarya Gutman, iniziarono gli scavi sistematici che condussero a sensazionali scoperte, la prima delle quali fu, senz'altro, il riconoscimento del fatto che quei resti nascondevano proprio la città di Gamla. Ecco il modo in cui Giuseppe Flavio, circa 19 secoli fa, descrisse l'aspetto del villaggio nella sua opera Guerra Giudaica:
"…Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l'esatta pronuncia del nome. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna…"
In questo luogo mi sono recato nel mese di luglio del 1997, al fine di verificare le ipotesi che in precedenza avevo avuto modo di sviluppare a riguardo della cittadella, e mi sono trattenuto a Gamla per due giorni, esplorando il villaggio e i suoi dintorni in ogni minimo dettaglio, per poi trascorrere un terzo giorno a Qasrim, dieci chilometri più a nord, dove sorge un piccolo museo che conserva il materiale archeologico reperito a Gamla.
Non è possibile non spendere due parole per descrivere la bellezza delle alture del Golan, e del sito di Gamla in particolare, dove i deserti delle regioni circostanti, dalla zona del Mar Morto, alla Giordania, alla Siria, lasciano il posto a colline splendenti di fiori rosa, macchie di bosco, torrenti e cascate rumorose, sotto i voli a spirale di grandi avvoltoi che si tuffano in picchiata nelle valli, per poi risalire ad ali spiegate sulla spinta delle correnti ascensionali.
Come si può arrivare mai a sospettare che Gamla, e non Nazareth, sia la città dove Cristo visse, e persino nacque?
Nazareth, che molti pellegrini cristiani conoscono bene, è situata nell'avvallamento fra alcuni dolci colli di Galilea. Il paese, che oggi si è spanto a macchia d'olio fino a raggiungere la sommità delle alture, era anticamente situato in basso, sulla fiancata di una collina, ed era circondato da tutti i lati dalle morbide ondulazioni dei rilievi. Tutta la Galilea è costituita da pianure o da colline stondate, senza picchi svettanti né ripide scarpate. La tradizione cristiana ha localizzato il villaggio di Giuseppe e Maria, e quindi di Gesù Cristo, nella parte bassa di uno di questi colli, esattamente nella posizione in cui oggi sorge la cosiddetta Basilica della Annunciazione.
Ma una quantità incredibile di obiezioni sembra opporsi a questa localizzazione, turbando quella convinzione abituale la cui serenità, più che sulla attendibilità delle prove storiche, appoggia le sue basi sulla forza della consuetudine ed anche sul fatto che gli argomenti che presento in questo studio sono sempre stati sistematicamente disertati.
In effetti, visitando Nazareth, colpisce il fatto che non esista assolutamente qualcosa che possa essere considerata una testimonianza originale del paese in cui sarebbe cresciuto Gesù. E questo in una terra come Israele, così esuberantemente ricca di ruderi che basta tirare una pedata ad un sasso per fare una scoperta archeologica. L'archeologia nazaretana è pressoché tutta posteriore all'epoca di Cristo e, a differenza di tanti altri siti galilei (Cafarnao, Corazin, Sefforis, Iotapata), in cui c'è almeno una costruzione, un muro, uno scavo, una sinagoga, che abbia riportato alla luce testimonianze dei tempi di Cristo, qui la presenza di Gesù e della sua famiglia è raccontata solo dai nomi degli alberghi, dei ristoranti, delle chiese, e dalle parole della narrazione evangelica. Non c'è traccia della sinagoga di cui parla il Vangelo di Luca, nemmeno una casa, un brandello di muretto, tracce di strade, monete, cocci di vasellame… insomma, di tutte quelle cose normali che si trovano nei pressi di antichi insediamenti e che potrebbero testimoniare del villaggio di duemila anni fa. I pellegrini che vengono frequentano Chiese moderne, tutt'al più qualche resto bizantino che può risalire all'inizio del quinto secolo, forse alla fine del quarto.
"…ci sono pochissimi resti giudei che risalgono al periodo del secondo tempio a Nazareth, soltanto qualche cripta [cavità tombale]scavata nella roccia, sebbene noi non possiamo sapere quale fosse il nome del sito a quel tempo…"
(Danny Syon, Israel Antiquities Authority; da un e-mail indirizzato a David Donnini, 19 gennaio 1998).
Ma dov'è finito il paesetto di Giuseppe e Maria, con le vie, la sinagoga e le case? Possibile che il tempo abbia potuto cancellare ogni benché minimo segno di una così autorevole presenza? Eppure esistono i resti di altri villaggi in cui Gesù è passato e ha compiuto alcune delle sue opere: a Cafarnao si vedono benissimo case, strade e sinagoga, e poi ci sono anche Korazim e Bet Zayda, a nord, sul lago di Tiberiade; Samaria, nel centro del paese; Betania, Betlemme e Gerico, in Giudea, solo per fare alcuni esempi. Come sarebbe stato possibile far sparire ogni traccia del paese di Nazareth?
Quello che è più sorprendente non è solo la completa assenza archeologica di una "Nazareth di Gesù" ma, ancor di più, la sua completa e totale assenza nelle testimonianze scritte degli storici. Con questo intendo riferirmi al fatto che nessuno storico del tempo ha mai nominato il villaggio e, al di fuori del racconto evangelico, esso compare solo negli scritti cristiani risalenti ad alcuni secoli dopo.
Le due grandi fonti storiche che testimoniano della Palestina dei tempi di Gesù sono gli scritti di Giuseppe Flavio e di Filone Alessandrino. Specialmente il primo, che fu comandante delle truppe ebraiche proprio in Galilea, nelle sue grandi opere "La Guerra Giudaica" e "Antichità Giudaiche", ha minuziosamente descritto tutto il paese nominando ogni più piccolo centro abitato. Ma di Nazareth non ha fatto cenno alcuno, sebbene a pochi passi dal villaggio sorgessero altri centri, come Sefforis e Iotapata, di cui lo storico ha parlato e di cui oggi si possono ammirare i resti. Insomma, la Nazareth dei tempi di Gesù è assolutamente latitante sia nel senso delle testimonianze archeologiche che di quelle letterarie. In pratica non c'è.
I fatti sono due: o Nazareth era solo un minuscolo borgo di due o tre case che meritava il totale oblio da parte di Giuseppe Flavio (ma così non appare nella descrizione evangelica, perché i Vangeli ci dicono che a Nazareth c'era del popolo e delle abitazioni, delle botteghe artigiane, come quella del carpentiere Giuseppe, c'era almeno una sinagoga; non poteva trattarsi di una semplice fattoria sperduta nella aperta campagna), oppure Nazareth, al tempo di Gesù, non esisteva proprio e sarebbe stata creata successivamente, con lo sviluppo della dottrina cristiana.
Per la verità gli stessi Vangeli, quando parlano della città di Gesù, preferiscono usare espressioni differite come "la sua patria" e ne citano il nome in pochissime occasioni:
1 – nel Vangelo di Marco (il più antico fra i quattro vangeli canonici, che è stato sicuramente usato come fonte per gli autori degli altri testi) il nome della città compare una volta sola, all'apertura, con le parole: "…In quei giorni Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni…" (Mc I, 9), dopo di ché il nome della città è completamente dimenticato; niente ci vieta di pensare che, come in molti altri casi, si sia trattata di una semplice interpolazione degli scribi, eseguita posteriormente;
2 – anche il Vangelo di Giovanni nomina la città in un'unica occasione, sempre all'inizio; un'altra interpolazione?
Non si lascino ingannare i lettori da una semplice apparenza: a volte il nome Nazareth compare nei vangeli, ma si tratta dei titoli dei paragrafi in cui sono suddivisi i racconti evangelici, in realtà, i testi originali non hanno alcuna suddivisione in paragrafi. E non esistono i titoli che oggi possiamo leggere come se facessero parte integrante del libro. Il fatto è che i Vangeli non hanno mai usato l'espressione Gesù di Nazareth, essi parlano sempre e solamente di Gesù il Nazareno, e usano per questo l'espressione greca IhsouV o NazoraioV(Iesous o Nazoraios). Ora, noi abbiamo visto che l'aggettivo Nazoreo, come è sostenuto a gran voce da una schiera di accademici di tutto il mondo, non può significare Nazaretano, ovverosia abitante di Nazareth. Non possiamo fare a meno di notare che esiste anche un antico testo evangelico, che la chiesa definisce apocrifo, che fu composto in lingua semitica da una setta giudeo-cristiana, contemporanea di Gesù, il cui nome è, appunto, Vangelo dei Nazareni (o Nazorei). Non significa certo Vangelo dei cittadini di Nazareth!
Possiamo avere il piacere di consultare questo testo? Purtroppo no. Lo conosciamo solamente attraverso le citazioni effettuate da alcuni Padri della Chiesa, che lo criticano aspramente. Dalle parole di Epifanio e di Teodoreto sappiamo solamente che i Nazareni possedevano il "Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico… come fu originariamente scritto", che essi rifiutano gli insegnamenti di San Paolo, che "sono Giudei che onorano il Cristo come uomo giusto…".
Credere che i Nazareni fossero gli abitanti di Nazareth sarebbe esattamente come credere che i Domenicani siano gli abitanti di una città chiamata Domenica! Infatti i Nazareni erano i componenti di una setta religiosa il cui nome originale è Nozrim in ebraico e Nazorai in aramaico, forse, ma non sicuramente, con un possibile riferimento all'espressione ebraica NZR, indicante uno stato di purezza e di santità, che ritroviamo nell'antico testamento a proposito del voto di nazireato (i nazirei sono coloro che lasciano i capelli intonsi e accettano alcuni voti di purezza). Forse, se avessimo potuto consultare il Vangelo dei Nazareni, non avremmo trovato alcun cenno ad una città chiamata Nazareth.
Del resto lo stesso autore del vangelo di Matteo, per giustificare il fatto che la famiglia, al ritorno dall'esilio egiziano, avesse scelto Nazareth come residenza, compì una gaffe grossolana dichiarando "…perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: "sarà chiamato Nazoreo"". Ma non esiste alcuna profezia biblica che, con riferimento a Gesù, sostiene che egli sarà chiamato Nazoreo! Mentre ne esistono altre, per esempio a proposito di Sansone, in cui si dice che sarà Nazireo, ovverosia che sarà consacrato ai voti del Nazireato ebraico… non certo che abiterà a Nazareth!
Adesso, se colleghiamo tutte le osservazioni, 1 – archeologiche, 2 – storiche, 3 – letterarie, che abbiamo appena fatto, con la consapevolezza che il titolo "Nazareno" non significa affatto "cittadino di Nazareth", ma è un titolo religioso o settario, allora ci accorgiamo di avere veramente parecchi motivi per credere che la narrazione evangelica nasconda qualcosa di molto interessante.
Eppure non è ancora tutto: stiamo per scoprire un altro sorprendente motivo, 4 – geografico, per essere convinti che gli evangelisti abbiano nascosto la vera identità della città di Cristo:
"…lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio…" (Lc IV, 29-30)
Esaminando le narrazioni evangeliche, che descrivono i movimenti di Gesù relativamente alla sua città, non otteniamo informazioni precise sulla posizione geografica della medesima, ma spesso ricaviamo l'impressione che Nazareth non potesse trovarsi dove essa è oggi: 36 chilometri di strada ad occidente del Lago Kinneret (il cosiddetto mare di Galilea), circa 600 metri più in alto. Per percorrere quella distanza e quel dislivello, al tempo in cui si viaggiava a piedi o a dorso di mulo, occorreva certamente più di un giorno; almeno per il ritorno, che si svolgeva in salita. Ho percorso numerose volte quel tragitto in macchina, nell'uno e nell'altro senso, e mentre lo facevo immaginavo un contadino, un pastore, o una popolana, che si sorbivano tutta quella salita, fra stradelle sassose, sotto il sole cocente, per una durata di un giorno o due (sto parlando del solo ritorno), perché si erano concessi una pausa nella loro ordinaria attività al fine di andare a sentire il predicatore che era solito scegliere come pulpito una barca nei pressi della riva del lago. Poteva la gente concedersi tre giorni o più di faticosa assenza, così lontano da Nazareth?
Ci sono brani, specialmente dal vangelo secondo Matteo, in cui sembrerebbe che egli, partito dalla regione di Genezaret (che è sulla sponda galilea del lago), compia una traversata e giunga a casa sua (cioè dall'altra parte, nel Golan) e che da qui, in compagnia dei discepoli, si ritiri alla ricerca di un luogo appartato "su una barca", mentre la folla decide di seguirlo. Ovviamente una città a più di 30 chilometri dal lago e con un dislivello di 600 metri, posta nel mezzo delle campagne di Galilea, a ovest del lago, non si concilia con un simile svolgimento dei fatti.
Segue la prima moltiplicazione dei pani e dei pesci, terminata la quale egli "ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla…", "…compiuta la traversata, approdarono a Genezaret" cioè sul lato occidentale, facendo chiaramente capire che in precedenza egli si trovava sul lato orientale. Ma la sua città, allora, dov'era? Di qua o di là?
L'evangelista Marco scrive cose di questo genere:
"…intanto si ritirò presso il mare (il lago Kinneret) con i suoi discepoli e lo seguì molta folla… salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono con lui… entrò in casa e si radunò attorno a lui molta folla, al punto che non potevano nemmeno prendere cibo… allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo… giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare… di nuovo si mise ad insegnare lungo il mare (di Galilea). E si riunì intorno a lui una folla enorme…"
Naturalmente, con questo, non abbiamo raccolto prove definitive, ma dobbiamo ammettere che, da alcuni dettagli della narrazione evangelica, che la città di Cristo sembra possedere caratteristiche che non si adattano molto bene alla Nazareth che conosciamo:
1 – sembra trovarsi su un monte (infatti su questo "monte", che il Vangelo nomina con una certa insistenza, c'erano case, folla, i suoi parenti, e pertanto non poteva essere semplicemente un luogo selvatico in cui andava a ritirarsi);
2 –sembra trovarsi in prossimità del lago (altrimenti la gente non avrebbe potuto percorrere oltre 30 km, e un dislivello di 600 m, con tanta disinvoltura);
3 – sembra trovarsi sulla sponda orientale (Golan) e non su quella occidentale (Galilea);
Ora, dobbiamo riconoscere che queste sono poco più che vaghe indicazioni, non si tratta, fin qui, del presupposto geografico a cui accennavo poc'anzi. Questo è molto più consistente e importante e riguarda la conformazione della città che, secondo i vangeli, e secondo Luca in particolare, dovrebbe trovarsi su un monte a ridosso di un precipizio. Nei giorni che ho trascorso in essa ho potuto constatare, nonché fotografare, il suo aspetto generale: come abbiamo già detto Nazareth è situata fra dolci colline stondate e la parte nella quale la tradizione colloca il villaggio di Gesù è in basso, al centro di un avvallamento, fra leggeri pendii. Come ha potuto Luca scrivere le seguenti parole?
"…Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore". Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: – Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi – … All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò…"
A Nazareth non c'è alcun ciglio del monte né, tantomeno, alcun precipizio! Specialmente nella zona considerata la più antica che, come si direbbe oggi in parole povere, è addirittura… "in buca".
Di quale precipizio parla l'evangelista Luca?
E di quale sinagoga se, come abbiamo già detto, a Nazareth non ci sono i resti di alcuna sinagoga dei tempi di Gesù?
A dir la verità esiste una cittadina che:
1 – è situata proprio sulla gobba di un monte;
2 – in prossimità del lago di Tiberiade (8 km);
3 – sulla sponda orientale (Golan);
4 – ha i resti evidenti di una sinagoga dei tempi di Cristo;
5 – è situata a cinque minuti da uno spaventoso precipizio;
E' Gamala!
Fermiamoci un attimo per una riflessione critica: tutto quello che abbiamo detto finora ha senz'altro un impatto molto forte. Le argomentazioni non sono vaghe: il titolo Nazareno, il precipizio, la montagna, la latitanza archeologica e letteraria… E' tutto molto stimolante ma, se vogliamo essere onesti, sarà giusto avanzare anche l'obiezione naturale che qualunque persona intelligente, a questo punto, avrà sentito nascere nella sua mente: per quale irresistibile motivo gli evangelisti avrebbero dovuto mettersi d'accordo nello spostare la patria di Gesù da un paesello del Golan ad un altro paesello della Galilea? E poi per affrontare tutte le conseguenze di questo spostamento? Ovverosia i cambiamenti di nome, le incongruenze, i precipizi che mancano, insomma tutti i pasticci che insorgono inevitabilmente quando si decide di raccontare… una bugia. E' vero che abbiamo raccolto molti interessanti indizi, ma ci manca la cosa più importante: non c'è accusa che possa convincere un giudice se non c'è anche l'evidenza di un valido movente.
Ebbene, la risposta a queste necessarie obiezioni non solo esiste, ma finisce per diventare essa stessa un indizio, il più grosso degli indizi, che si aggiunge a quelli che abbiamo visto finora.
Altrove abbiamo visto che la letteratura evangelica del canone ecclesiastico rivela un intento permanente dei suoi autori. Essi erano spinti dalla necessità irrinunciabile di spoliticizzare il loro Messia; di "de-messianizzarlo"; di renderlo estraneo alla lotta patriottico religiosa degli ebrei; al tema della ricostruzione del Regno di Dio inteso in senso giudaico come Regno di Yahweh; di scorporarlo definitivamente dall'ambito dei movimenti esseno-zeloti che rappresentavano la dissidenza politica e spirituale al contempo, purista, integralista e fondamentalista, ostile ai romani. Può lo spostamento della città di Cristo da Gamala a Nazareth avere qualcosa a che fare con questo intento di spoliticizzazione?

Non solo può, ma è un elemento fondamentale di questa operazione finalizzata a rappresentare Gesù come il salvatore apolitico, il redentore delle anime che non intende affatto combattere i regni terreni né costruirne alcuno. Infatti Gamala era un famoso quartier generale della lotta zelota, che aveva dato filo da torcere alle legioni di Vespasiano e, se si fosse saputo che l'uomo crocifisso da Pilato in quanto aspirante re dei Giudei era nato e cresciuto in quella città, l'operazione di spoliticizzazione sarebbe stata assai meno facile. Se poi si fosse addirittura conosciuta la vera identità dei suoi genitori, allora tale operazione sarebbe stata del tutto impossibile.
Analizzando la storia di Gamala, per esempio leggendo le opere di Giuseppe Flavio, possiamo facilmente sapere che questa cittadina sulle alture del Golan era la patria del famoso ribelle Giuda "il galileo"; chiamato così come tutti gli appartenenti alla sua setta (come anche i seguaci di Gesù). Non solo, ma scopriamo che la città era la patria di origine degli zeloti, degli intransigenti messianisti, dei ribelli fondamentalisti che volevano portare a compimento, ad ogni costo, le profezie messianiche sul riscatto di Israele e sulla ricostruzione del regno di Davide.
Fra quelle rovine sono state trovate alcune monete che non esistono da nessun'altra parte e che, pertanto, sono un tipico prodotto dell'ambiente culturale della città. Esse costituiscono un manifesto ideologico del movimento messianico, dal momento che sulle due facciate recano le seguenti iscrizioni:
Lege'ulat Yerushalem Hak (Dosha)
"per la salvezza… (di) Gerusalemme la Santa"
dimostrando così che lassù, nel Golan, più di 150 km a nord di Gerusalemme, si trovava una comunità talmente impegnata nella causa messianica da coniare monete che erano autentici inni patriottico-religiosi.
Ai tempi in cui Erode il Grande era un giovane in carriera, speranzoso di arrivare alle altezze politiche che poi raggiunse, egli dovette affrontare in Galilea una "banda" di intransigenti fondamentalisti yahwisti, capeggiati da un certo Ezechia. Giuseppe Flavio ce lo descrive come un dottore (cioè un rabbi) della città di Gamala. Erode riuscì a uccidere il pericoloso capopolo.
Più tardi, alla morte di Erode, il figlio di Ezechia, Giuda, anch'egli di Gamala, erede della causa patriottico religiosa per cui era morto il padre, e animato da un odio personale nei confronti della dinastia erodiana, uscì allo scoperto con azioni antiromane, che riscossero significativi successi militari. Egli, come ci dice il solito Giuseppe Flavio, inventò la setta degli zeloti, che aveva senz'altro una grossa affinità con quella degli esseni del Mar Morto. Giuda, detto il galileo, sollevò un'altra importante rivolta durante il censimento della Palestina supervisionato da Quirino, all'epoca in cui Luca ambienta la nascita di Gesù. Questa volta Giuda ci lasciò la pelle, e con lui una gran quantità di zeloti, che furono crocifissi.
Più tardi ancora i figli di Giuda, anch'essi di Gamala, convinti di essere i depositari di un mandato messianico a carattere familiare, e quindi dinastico, continuarono la lotta del padre e del nonno. Fra costoro Giacomo e Simone, arrestati e giustiziati esattamente quando, secondo la tradizione evangelica, furono arrestati gli apostoli… Giacomo e Simone, con l'accusa di attività sovversive.
E poi Menahem, ultimo figlio di Giuda, che, durante i giorni terrificanti della guerra giudaica, riuscì, unico fra tutti i membri di questa dinastia con ambizioni messianiche, ad indossare la veste rossa del Re dei Giudei (la stessa ambizione che procurò a Gesù Cristo i chiodi nelle mani e nei piedi), sebbene per un breve periodo, prima che le fazioni avverse lo liquidassero.

Ad un certo punto i romani si resero conto che Gamala non poteva continuare ad esistere. Essa, nella storia del dominio romano sulla Palestina, costituisce un perfetto parallelo di quello che, pochi anni dopo, sarà il destino di Masada. E così, come abbiamo già detto, risoluti ad estirpare questo pericolosissimo quartier generale zelota, mandarono Vespasiano, con le sue legioni, a farla finita. In effetti Vespasiano, dopo lungo e doloroso assedio, ce la fece, Gamala fu trasformata in una catasta di macerie e Vespasiano ne ricavò la gloria sufficiente a diventare imperatore.
Poteva il Gesù Cristo dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo essere riconosciuto come un cittadino di Gamala? Anzi, come un membro della dinastia del vecchio Ezechia? Come il depositario di una eredità messianica per cui si erano sparsi fiumi di sangue ebreo e romano? Si poteva riconoscere che i suoi fratelli, Giacomo, Simone, Giuda il gemello (Toma in ebraico, Thomas in greco, Tommaso in italiano), elencati come apostoli negli elenchi sinottici, erano i figli di Giuda il galileo?
Si poteva riconoscere suo padre come il terribile capo zelota Giuda, della città di Gamala? Si noti, a questo proposito, un fatto curioso e significativo: il vangelo di Marco, capostipite degli altri, certamente utilizzato come base dai redattori dei testi attribuiti a Matteo e a Luca, non conosce Giuseppe il falegname. Il buon uomo non c'é nella narrazione marciana, perché, probabilmente, non era ancora stato inventatato come controfigura di Giuda.
Ecco dunque come si siano potuti ottenere ben… tre piccioni con una sola fava. Spostando la patria di Gesù Cristo da Gamala ad una ipotetica Nazareth di Galilea i redattori dei Vangeli della predicazione antimessianista di Paolo hanno ottenuto ben tre risultati simultanei:
1 – hanno allontanato Gesù da quella città infame che si portava addosso tutta l'eredità della causa messianica,
2 – hanno mascherato il significato settario del titolo Nozri (ebr.), Nazorai (aram.), Nazoraios (gr.),
3 – hanno purgato l'aggettivo galileo, che stava appiccicato addosso ai membri della dinastia del vecchio Ezechia, come indicativo di una militanza rivoluzionaria, poiché le azioni di questo movimento erano iniziate in Galilea e si erano poi svolte in quella regione (a Sefforis per esempio, dove gli arsenali militari erano stati saccheggiati dai ribelli).

Questo è il movente che spiega tutto e che diventa una prova, ancor più di quanto non lo siano tutte quelle cose che abbiamo già detto sopra su Nazareth, sulla montagna, sul precipizio, sulla sinagoga, sul lago, ecc…
Adesso cominciamo veramente a capire anche il motivo dello straordinario accanimento persecutorio degli imperatori romani, nel primo secolo, contro i pericolosi seguaci del Messia giudeo. Non si trattava affatto dell'avversione nei confronti del concetto monoteistico, o della teologia della resurrezione e via dicendo. Se i romani avessero avuto questi pregiudizi religiosi avrebbero passato a fil di spada tutti gli ebrei, perché non ce n'era uno fra loro, nemmeno fra i moderati antimessianisti, nemmeno fra i conniventi sadducei, che avrebbe accettato di adorare gli dei romani, o lo stesso imperatore come dio. Questa è solo la scusa, storicamente scorretta, con cui i cristiani moderni cercano di giustificare una persecuzione che, se fosse stata condotta contro di loro per quei motivi, avrebbe dovuto essere condotta anche contro molti altri. In realtà c'erano alcuni ebrei particolari, i messianisti (=chrestianoi in greco; christiani in latino), indottrinati dalle scritture essene o dalle teorie di Giuda il galileo, che non avrebbero mai dichiarato pubblicamente che il loro padrone era Cesare (kaisar despotes). Ed era per questo, e solo per questo, che essi venivano condannati a morte.
Vediamo ora i punti di contatto fra Gesù il galileo e Giuda il galileo.

  Caratteristiche di
Giuda il galileo
Caratteristiche di
Gesù il galileo
La politica di obiezione fiscale Giuda invitava gli ebrei a non pagare le tasse ai romani, poiché ciò sarebbe stato sacrilego, come riconoscimento all'imperatore romano di una sovranità su Israele che spettava esclusivamente a Yahweh; Gesù è stato accusato per questioni relative all'obiezione fiscale ("Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" Lc XXIII, 2). Si noti la perfetta coincidenza delle tre accuse coi temi del movimento di Giuda;
La denominazione I componenti della sua setta erano definiti "galilei"; il movimento di Gesù era conosciuto col nome "i galilei" ("In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo" Lc XXII, 59; "Una serva gli si avvicinò e disse: Anche tu eri con Gesù, il Galileo!" Mc XXVI, 69);
Gli obiettivi L'ambizione messianica (che fu coronata da uno dei figli di Giuda, Menahem, il quale, durante la terribile guerra del 66-70 d.C., riuscì, seppure per breve tempo, ad indossare la veste messianica in Gerusalemme); Gesù vantava una ambizione messianica, ovverosia il diritto al trono di Israele, al punto da essere definito "figlio di Davide" per numerose volte nella narrazione evangelica. Inoltre tutta la sua famiglia, anche molto dopo la sua morte, continuava a vantare un diritto dinastico ("Quando lo stesso Domiziano ordinò di sopprimere i discendenti di Davide, un'antica tradizione riferisce che alcuni eretici denunciarono anche quelli di Giuda (che era fratello carnale del salvatore) come appartenenti alla stirpe di Davide e alla parentela del Cristo stesso. Egesippo riporta queste notizie, dicendo testualmente: "Della famiglia del Signore rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detto fratello suo secondo la carne, i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide"". Questo passo di Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica) mostra in modo fin troppo chiaro due cose: che Gesù aveva dei fratelli carnali, e che costoro e i loro discendenti, dopo la morte di Gesù, continuarono a perseguire la medesima causa dinastica, per la quale furono perseguitati dai romani);
Le azioni L'incitazione del popolo alla rivolta e l'avere acceso, più volte, focolai di ribellione; Gesù è stato accusato per azioni sovversive ("Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, … e affermava di essere il Cristo re" Lc XXIII, 2);
Le conseguenze Praticamente tutti i suoi figli sono stati condannati a morte per la loro attività messianica; Gesù è stato giustiziato dai romani per attività messianica ("Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei" Mc XV, 25);
La provenienza Gamla. La città di Gesù, secondo la descrizione lucana, deve trovarsi nelle strette vicinanze di un precipizio, caratteristica questa che manca del tutto a Nazareth mentre calza a perfezione su Gamla.

 

Gli elementi di collegamento fra Gesù e Giuda il galileo sono sorprendenti. Ed è proprio questo fatto che ha determinato un atteggiamento severamente censorio da parte dei redattori dei Vangeli coerenti con l'insegnamento riformista di Paolo. Costoro, nel trasmettere l'immagine di un Salvatore che non avesse relazioni col messianismo classico degli ebrei (esseni e zeloti), erano obbligati a "purgare" completamente l'immagine del loro Messia da ogni connotazione che potesse ricollegarlo con la sua città di origine, col suo movimento, con la sua famiglia.
In effetti la relazione fra Giuda e Gesù può essere immaginata ancora più stretta che non la semplice condivisione di una causa politico religiosa. Se notiamo che i fratelli di Gesù hanno nomi uguali a quelli dei figli di Giuda il galileo; non solo, ma che due fratelli di Gesù (gli apostoli Giacomo e Simone) sono stati arrestati e probabilmente giustiziati nello stesso momento in cui sono stati arrestati e giustiziati due figli di Giuda il galileo, di nome, appunto, Giacomo e Simone, allora possiamo avanzare l'ipotesi che Gesù avesse derivato la sua ambizione messianica proprio dal fatto di essere il figlio primogenito del celebre Giuda il galileo.

Del resto, se leggiamo con atteggiamento storico critico i racconti evangelici sulla nascita di Gesù, possiamo giungere ad una inequivocabile conclusione: che i redattori erano intenzionati a collocare il loro Salvatore in una cornice del tutto leggendaria e, soprattutto, a sradicarlo completamente da quelle che erano state le origini dell'uomo che era stato giustiziato da Ponzio Pilato.
Scrive a questo proposito lo studioso E. B. Szekely:

"Il padre di Cristo non era l'oscuro e inconsistente Giuseppe dei Vangeli, che è stato rimpiazzato dall'angelo Gabriele e dallo Spirito Santo nel compimento della funzione maritale, ma un uomo austero, di bell'aspetto, che apparteneva ad una nobile famiglia, che era il fondatore del "Messianismo" come setta, da cui, più tardi, sono derivati i "Cristiani"… Il suo vero nome era Giuda il golanita e veniva da Gamala…" (The essene origins of Christianity, IBS, USA, 1980).
Anche G. Jossa in un suo saggio di ispirazione cattolica, finalizzato a distinguere il movimento di Gesù dai movimenti di liberazione della Palestina, è costretto ad ammettere quanto segue:
"Giuda è un profeta, un nabi, che riprende con assoluta urgenza l'attesa messianica nazionale di Israele. Al centro della sua predicazione è l'annuncio della venuta del Regno di Dio e la richiesta di collaborazione del popolo alla sua realizzazione … Vari elementi sembrano avvicinare le due figure di Giuda di Gamala e Gesù di Nazareth. Innanzitutto l'origine galilaica e laica, intesa non puramente come elemento geografico e sociologico, ma come espressione di una religiosità diversa da quella dell'ambiente sacerdotale di Gerusalemme … Giuda e Gesù sono stati chiamati entrambi 'galilei'; fatto che rende talvolta difficile l'identificazione sicura del gruppo religioso indicato nelle fonti con questo nome…" (G. Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina, Paideia, Brescia, 1980).

Gli insediamenti umani, a Gamla, risalgono alla prima età del bronzo. Per quanto riguarda gli ebrei sembra che essi abbiano cominciato ad occuparla non prima del ritorno dall'esilio babilonese, nel sesto secolo a.C. Lo stesso Giuseppe Flavio ci dice che, all'epoca di Erode, viveva in questa città il celebre Giuda detto il galileo: "C'era un certo Giuda, un gaulonita, di una città il cui nome era Gamala…" (Giuseppe Flavio, Antiquitates Judaicae, XVIII, I). A quel tempo la città doveva essere ricca perché gli scavi archeologici hanno svelato alcuni interessanti aspetti della sua vita economica. La coltivazione delle olive e la produzione di olio era una industria molto importante a Gamla, e la sua esportazione aveva fatto la fortuna della città. Ancora oggi è possibile visitare il grande frantoio al centro del quale si trova la base circolare, in pietra, sulla quale girava la pressa rotante. Il paesaggio intorno doveva essere costellato di uliveti, mentre oggi non se ne vede uno. All'interno dell'area urbana è stata trovata gioielleria, anelli d'oro, oggetti in vetro, osso e avorio, profumi, monete d'argento.

La città era strettamente giudaica, lo provano la totale assenza di decorazioni che non siano semplicemente geometriche (la religione ebraica vieta la rappresentazione della figura umana), nonché la presenza di una bellissima sinagoga e di numerose miqweh simili a quelle che si possono trovare a Qumran e a Masada.

Un'ala del movimento messianico ebbe origine proprio in questo luogo; fu fondata da Giuda detto il galileo, ed era fortemente impegnata su temi di cui abbiamo già parlato, per esempio l'obiezione fiscale. I componenti della famiglia di Giuda rivendicavano un autentico diritto dinastico al trono di Israele, considerandosi "figli di Davide", al punto che Menahem, figlio del famoso Giuda, riuscì addirittura a indossare la veste del messia in Gerusalemme e a farsi re dei Giudei, sebbene per breve tempo.
Oltre sessanta anni dopo la distruzione del tempio, ovverosia intorno al 135 d.C., un altro discendente di Giuda il galileo si propose ancora come "figlio di Davide" e avanzò pretese messianiche, si tratta di un certo Simon bar Kokhba (Simone, figlio della stella) che accese una seconda rivolta antiromana, destinata anche questa al fallimento.

Giuseppe Flavio ci racconta la storia della tragica finedi questa città, che fu presa di mira dallo stesso Vespasiano (prima che costui diventasse imperatore), in quanto roccaforte del più intransigente movimento messianista, ed espugnata dopo un lungo assedio. Il suicidio in massa degli abitanti di Gamala ricorda in maniera inequivocabile lo stesso gesto compiuto anche dagli zeloti asserragliati a Masada, e crea un ulteriore collegamento della città di Gamala coi movimenti messianici.

Ecco dunque l'anello mancante che cerchiamo, affinché tutta la lunga serie di indizi possa essere avvalorata dall'esistenza di un valido motivo per cui gli evangelisti avrebbero effettuato la loro censura storica.
In seguito alla riforma teologica operata da San Paolo, che aveva creato la figura di un salvatore de-messianizzato, ovverosia reso estraneo alla lotta politico-religiosa dei messianisti e coerente con le immagini teologiche dei salvatori greco-orientali (il Soter, il Saoshyant, e il Buddha), i redattori del Vangelo neo-cristiano (uso il prefisso neo per distinguere questo cristianesimo de-messianizzato da quello strettamente giudaico dei seguaci di Cristo) erano fortemente motivati a scindere la figura del loro salvatore da quella dell'aspirante Messia dei Giudei che proveniva da Gamala, probabilmente dalla stessa famiglia di Giuda il galileo, e che era ben noto ai romani per la sua inequivocabile connotazione esseno-zelotica. Guai a ricordare che il Cristo era nato e cresciuto a Gamala, dopo che questa città riottosa aveva dato tanto filo da torcere ai romani, e aveva impegnato lo stesso Vespasiano in un difficile assedio, per alcuni mesi, prima di cadere finalmente sotto il ferro e il fuoco dei legionari.

A questo punto non possiamo fare a meno di ricordare la famosa frase in cui Gesù dice: "…non può restare nascosta una città collocata sopra un monte…" (Mt V, 14) facendo venire in mente, per un'altra volta, Gamala.
Su questo fatto mi è stato segnalato, dal dr. Pietro Le Mura, della Stanford University (California – USA), un particolare molto importante: infatti lo studioso mi ha inviato un e-mail in cui si fa notare che il Vangelo di Tomaso (uno scritto gnostico, considerato apocrifo dalla Chiesa e fatto scomparire fin dai primi secoli, finché il caso non ha voluto farlo tornare alla luce in questo secolo a Nag Hammadi, in Egitto) ai versi 31 e 32 recita quanto segue:
"…Gesù disse, "Nessun profeta è benvenuto nel proprio circondario; i dottori non curano i loro conoscenti… una città costruita su un'alta collina e fortificata non può essere presa, né nascosta"…".
Parole di questo genere sono presenti già nei Vangeli di Matteo e Marco; è il famoso brano "…nemo profeta in patria…", che tutti conoscono, nel quale si parla della città di residenza di Gesù.
Ora, è estremamente significativo il fatto che, in associazione a quel brano, il Vangelo di Tomaso aggiunga la frase relativa alla "città costruita su un'alta collina e fortificata". Anche nei Vangeli canonici è presente una frase simile: "…non può restare nascosta una città collocata sopra un monte…" ma, coerentemente con l'intento censorio di cui abbiamo parlato, sono state operate due modifiche dagli autori del testo:
1 – questa frase è stata allontanata dal brano che parla della città di Gesù, affinché non ci sia alcun riferimento;
2 – è stato tolto l'aggettivo "fortificata", dal momento che parlare di una città fortificata e costruita su un'alta collina avrebbe costituito un richiamo fin troppo esplicito alla famosa Gamla che era stata espugnata da Vespasiano durante la tremenda guerra degli anni 66/70.
Aggiunge il dr. Le Mura, dalla California: "…Interessante, no? La mia ipotesi e' che [il Vangelo di Tomaso] stia appunto parlando di Gamla…".
 – David Donnini –

DAVID DONNINI: IL MISTERO DI BARABBA

Un sito, quello di David Donnini, che consiglio a tutti di visitare per la serietà e la competenza dell'autore, per l'accuratezza delle sue ricerche nonché per l'originalità delle sue scoperte storiche, archeologiche, filologiche, ermeneutiche.
 

Il mistero di Barabba

Novum Testamentum Graece et Latine pagina 101

Si osservi attentamente il documento riportato qui sopra. Si tratta di alcuni passi tratti dalla pagina 101 del Novum Testamentum Graece et Latine (a cura di A. Merk, Istituto Biblico Pontificio, Roma, 1933). Nella parte superiore, evidenziato in rosso, troviamo il verso 16 del capitolo 27 del vangelo secondo Matteo. Nella parte inferiore, sotto la riga orizzontale abbiamo la relativa nota a piè di pagina.

La versione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (1976) del vangelo secondo Matteo traduce quel verso nel seguente modo:

"Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba"

Mentre la Sacra Bibbia (Traduzione dai Testi Originali), edita dalle Edizioni Paoline nel 1964, traduce così:

"Egli aveva allora in carcere un detenuto famoso, detto Barabba"

Ancora, il Nuovo Testamento – Parola del Signore, pubblicato nel 1976 dalla Elle Di Ci (Leumann, Torino), traduce così:

"A quel tempo era in prigione un certo Barabba, un carcerato famoso"

E, infine, il Nuovo Testamento, Nuova Revisione 1992 sul Testo Greco, della Società Biblica di Ginevra, traduce così:

"Avevano allora un noto carcerato, di nome Barabba"

Innanzitutto notiamo che le traduzioni sono abbastanza diverse e che tali variazioni possono produrre importanti discordanze nei significati. Questo prigioniero famoso era "detto Barabba", "un certo Barabba" o "di nome Barabba"?
E' sicuro che "detto", da una parte, e "di nome" o "un certo", dall'altra parte, lasciano intendere due cose molto differenti. Nel primo caso Barabba sembra un soprannome, mentre nel secondo e nel terzo caso sembra trattarsi di un nome proprio: quel prigioniero si sarebbe chiamato proprio Barabba.
Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che ci stiamo ponendo una questione abbasta irrilevante, ma non è affatto così. Infatti stiamo toccando uno dei problemi più delicati di tutta l'analisi della letteratura evangelica, perché dietro al personaggio di Barabba, alla sua vera identità e al suo ruolo nella circostanza del processo che Cristo ha subito dinanzi al procuratore romano Ponzio Pilato, si nasconde probabilmente una delle più importanti chiavi di comprensione del senso storico reale di quegli eventi.
Il testo greco usa il termine legomenon Barabban (leghomenon Barabban) che si traduce con "detto Barabba", "chiamato Barabba", "soprannominato Barabba", e ciò lascia intendere che quello non fosse il nome proprio, ma un titolo o un soprannome.
Eppure tutti conosciamo Barabba come una persona che si chiamava proprio così, e sappiamo anche che era stato messo in prigione perché era un brigante, forse un ribelle. Almeno, questo è ciò che la tradizione ci ha sempre fatto pensare di lui.
Ma torniamo al Novum Testamentum e osserviamo la nota a piè di pagina che si riferisce al verso 16 del vangelo di Matteo. In essa sono riportate le varianti che si possono trovare in alcuni antichi manoscritti evangelici. Nel nostro caso la nota è duplice e le due parti sono sepatare da una breve linea verticale.
Cominciamo dalla seconda parte. Essa ci dice che dopo il termine "Barabba" alcuni antichi testi recano una frase non breve:

"eicon de tote desmion epishmon Ihsoun Barabban, ostiV hn dia stasin tina genomenhn en th polei kai jonon beblhmenoV eiV julakhn"

"il quale era stato messo in carcere in occasione di una sommossa scoppiata in città e di un omicidio"

In pratica, dai testi antichi è stata scartata una frase dalla quale si può capire abbastanza chiaramente che Barabba era stato arrestato nella circostanza di una sommossa, che si era verificata in città, durante la quale era stato commesso un omicidio. Chi aveva commesso l'omicidio? Barabba? Se consultiamo il vangelo secondo Marco (Mc 15, 7), in un passo parallelo, possiamo leggere:

"Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio"

Il verbo "avevano commesso" è coniugato al plurale, non al singolare, e si riferisce ai ribelli, non a Barabba. La frase significa semplicemente che Barabba era rinchiuso nel carcere in cui si trovavano i ribelli, non ci obbliga a credere che egli stesso fosse un ribelle e che avesse partecipato al delitto.
In fin dei conti nemmeno il vangelo secondo Matteo lo dice; anzi, affermando che costui era stato arrestato in occasione di quel tumulto e di quell'omicidio, non dà affatto l'impressione che Barabba fosse uno degli insorti né, tantomeno, l'omicida.
Il vangelo di Luca contiene una frase (Lc 23, 19) assolutamente identica a quella omessa dal testo di Matteo, di cui abbiamo già visto sopra il testo greco, ma essa (si faccia bene attenzione) viene tradotta comunemente in modo scorretto, attribuendogli così significati che essa non può e non deve avere; per esempio una versione del Nuovo Testamento, che si definisce "traduzione interconfessionale in lingua corrente", la riporta nei seguenti termini:

"…era in prigione perché aveva preso parte ad una sommossa del popolo in città ed aveva ucciso un uomo"
[Parola del Signore, Elle Di Ci, Leumann (To), 1976]

La traduzione corretta, lo ripetiamo, è: "…si trovava in carcere, insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio…", infatti le parole "dia stasin tina" possono essere tradotte con "in occasione di una sommossa", "poiché c'era stata una sommossa", "nel luogo della sommossa", "durante una sommossa", ma non si potrà mai tradurre "aveva preso parte ad una sommossa", e neanche "aveva ucciso un uomo". Questo non è assolutamente scritto nel testo originale, è una forzatura che altera molto il senso della frase, facendo diventare arbitrariamente Barabba il soggetto di una azione che, invece, è stata compiuta dagli altri ribelli.
La lettura dei vangeli sinottici, eseguita fedelmente alle versioni in lingua greca, ci dà buoni motivi per pensare che Barabba non fosse uno dei briganti che avevano commesso l'omicidio, ma solo che egli sia stato arrestato in concomitanza con la sommossa di cui altri erano responsabili. Ci dicono, tra l'altro, che costui non era uno sconosciuto ma un personaggio famoso.

La osservazione più interessante la facciamo senz'altro nel momento in cui osserviamo la prima parte della nota 16 presente nel Novum Testamentum. Essa ci dice che in alcuni antichi manoscritti, al posto di "legomenon Barabban" (leghomenon Barabban = detto Barabba), troviamo quest'altra espressione: "Ihsoun Barabban " (Iesoun Barabban = Gesù Barabba). La nota ci conferma che il personaggio non si chiamava Barabba, ma che questo era un titolo, affiancato al suo vero nome: Gesù. Diciamo la verità, è quasi uno shock! Sembra che nel corso di quel processo, durante il ballottaggio per la scarcerazione di un prigioniero, Pilato abbia presentato al popolo due accusati: un certo Gesù, che i sacerdoti avrebbero condannato a morte perché aveva osato definirsi "figlio di Dio", e un certo Gesù, molto noto a tutti col titolo "Barabba". Due Gesù in un colpo solo. Forse è proprio per evitare questa eccezionale omonimia che i traduttori hanno omesso il nome del personaggio che è stato liberato, e l'hanno presentato solo come Barabba. Ma si tratta di semplice omonimia? Le nostre scoperte, e ne abbiamo già fatte tante, non sono finite. Adesso infatti si rende necessaria una domanda: qual'è il significato del soprannome Barabba?

Per giungere ad una risposta facciamo un passo indietro nel tempo, fino all'interrogatorio che Gesù, qualche ora prima, aveva subito in casa del sommo sacerdote. Costui, che aveva nome Caifa, vistosi nella difficoltà di trovare un capo d'accusa valido per emettere una sentenza di morte (così narra il vangelo), ad un certo punto avrebbe chiesto a Gesù: «sei tu il figlio di Dio?», e Gesù a lui: «tu l'hai detto». Attenzione: la vicenda del processo davanti alle autorità ebraiche, così come è descritta dalla narrazione evangelica, tradisce la presenza di gravi anomalie, anche perché l'idea di un procedimento svoltosi in quelle condizioni è del tutto inaccettabile. I tempi, i modi, il luogo e tanti altri elementi incompatibili con la prassi giudiziaria ebraica, ci mostrano che quello non poteva essere un processo regolare, come molti autori hanno validamente osservato. Al contrario, tutto lascia facilmente intuire che deve essersi trattato di un interrogatorio informale, svoltosi nel corso di azioni confusionarie e sbrigative, nell'intervallo di tempo che separava l'arresto dell'uomo sul monte degli ulivi e la sua consegna alle autorità romane, presso le quali avrebbe dovuto svolgersi il vero ed unico processo che ha condotto Gesù ad una condanna a morte e alla sua esecuzione. Un processo voluto dai romani per sedizione.

Ora, noi sappiamo che gli ebrei non potevano assolutamente pronunciare la parola tabù "Dio", e che il sommo sacerdote non si sarebbe mai azzardato a pronunciarla in quella occasione. Ma se egli ha veramente posto la domanda, in che modo ha potuto chiedere a Gesù se era «il figlio di Dio»? La risposta è semplicissima, gli ebrei usavano molti termini diversivi per riferirsi a Dio (Adonai, Eloah, il Signore, il Padre…). Anche Gesù, nei racconti evangelici, parla spesso di Dio ma, rivolgendosi ad un pubblico di ebrei ed essendo egli stesso un ebreo, usa uno di questi termini diversivi: "il Padre mio", "il Padre che è nei cieli". Nel vangelo secondo Marco (Mc 14, 36) leggiamo: "Abbà, Padre, tutto è possibile per te", in cui compare sia il termine tradotto (Padre) che quello originale usato dagli ebrei (Abbà). Ed ecco che per gli ebrei del tempo di Gesù "figlio di Dio" poteva essere reso piuttosto con "figlio del Padre". Anche nella liturgia latina troviamo comunemente "filius Patris", che è proprio la traduzione letterale dell'espressione usata dagli ebrei, nella corrente parlata aramaica, e quindi anche dal sommo sacerdote Caifa: "bar Abbà". Mentre in italiano, in mancanza del tabù ebraico, essa si è potuta trasformare senza problemi in: "figlio di Dio".
L'espressione "bar Abbà", può essere condensata, e diventa così "Barabba". La contrazione è del tutto normale: Barnaba, Bartolomeo… si tratta di termini di derivazione aramaica per "figlio di…". E' assolutamente sorprendente che, ai giorni nostri, a nessun cristiano educato e catechizzato sia mai stata fatta notare la questione, non del tutto irrilevante (!!!), che il termine Barabba corrisponda all'espressione usata dagli ebrei dei tempi di Gesù per dire figlio di Dio! Si è dunque voluta nascondere qualche evidenza?

Altro che shock! Infatti, se prima eravamo stati scioccati nello scoprire che Barabba si chiamava Gesù, ora siamo totalmente sconvolti nello scoprire il contrario, e cioè che… Gesù era definito Barabba! Ma quale razza di mistero si nasconde dietro questo intreccio straordinario di nomi e di titoli? E' mai possibile che durante il processo Pilato abbia presentato al popolo queste due persone:


1 – Gesù, che era detto figlio di Dio, cioè Barabba, che fu condannato e giustiziato,

2 – e Barabba, che però si chiamava Gesù, che fu graziato e rilasciato.

Non ci credo nemmeno io che sto scrivendo queste cose. Non ci può credere nessuno. Ma soprattutto, non è possibile crederci perché non è affatto così che sono andate le cose:


1 – non c'è mai stato un autentico processo davanti al sinedrio, Cristo è stato arrestato per volontà di Pilato che ha inviato per questo una coorte romana sul monte degli ulivi, un corpo di 600 soldati con un tribuno al comando;

2 – gli ebrei non hanno consegnato al procuratore l'accusato con la scusa di essere impossibilitati ad eseguire la sentenza di morte; ne hanno eseguite innumerevoli e ce le testimonia lo stesso Nuovo Testamento (Giovanni Battista, l'adultera che stava per essere lapidata dagli ebrei, lo stesso Gesù che ha rischiato più volte la lapidazione da parte degli ebrei, Stefano lapidato dagli ebrei all'indomani della morte di Gesù, Giacomo lapidato dagli ebrei sotto le mura del tempio…);

3 – i romani non hanno mai avuto l'abitudine di applicare le amnistie in occasione delle festività di altri popoli non latini, ma solo delle festività romane, e tantomeno liberavano in Palestina i condannati per reati gravi di sedizione, i condannati a morte;

4 – Pilato non è rimasto lì imbambolato ad aspettare che il popolo decidesse quale dei due doveva essere rilasciato, per poi lavarsene le mani e scarcerare il ribelle giustiziando un maestro spirituale; questa è una immagine assolutamente non veritiera e ridicola del praefectus Iudaeae; si legga Giuseppe Flavio per sapere chi e come era Ponzio Pilato;

5 – e il popolo degli ebrei non ha mai gridato "il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli" (Mt 27, 25), preannunciando la persecuzione perpetrata dai cristiani contro i cosiddetti perfidi giudei nell'arco di lunghi secoli.

Tutte queste sono scuse palesi per spostare la responsabilità della condanna dai romani agli ebrei. Questo infatti è uno dei presupposti della catechesi neo-cristiana, che ebbe origine nella mente di Paolo, il nemico di Simone e Giacomo, in aperta e stridente opposizione con la catechesi giudeo-cristiana, al prezzo di un grave pregiudizio antisemitico. Ci troviamo di fronte ad una presentazione finalizzata ad alterare il significato storico dell'evento. Si tratta di una presentazione funzionale alla dottrina antiessena e antimessianica elaborata da Paolo e successivamente sviluppata dai suoi seguaci ed eredi spirituali. I quali hanno progressivamente aumentato le distanze dall'ebraismo e hanno trasformato l'aspirante messia degli ebrei in un salvatore medio orientale, e il regno di YHWH dei giudei nel regno dei cieli dei cristiani.

Dal rebus di Gesù e Barabba scaturisce una ennesima conferma del fatto che i redattori dei vangeli neocristiani erano non ebrei, che scrivevano per un pubblico non ebreo, e che erano interessati a de-giudaizzare l'aspirante messia degli ebrei, scorporando dalla sua figura tutto ciò che apparteneva ad una personalità messianica, ovverosia ad un ribelle esseno-zelotico che aveva commesso gravi reati di sedizione contro l'autorità romana.
La dinamica dell'arresto, del processo, della condanna e della esecuzione, così come queste fasi sono descritte nelle narrazioni evangeliche, le quali mostrano fra loro grandi contraddizioni, è tale da rivelare una precisa intenzione di mascherare chi fosse realmente l'uomo che venne crocifisso, perché fu arrestato, da chi fu arrestato, perché fu giustiziato, facendo credere, alla fin fine, la tesi storicamente insostenibile che i romani siano stati vittime di un raggiro e che la volontà e la regia della condanna di Gesù siano del tutto ebraiche.

Dal rebus di Gesù e Barabba non scaturisce invece una soluzione su chi siano state queste due persone. Erano veramente due? Si tratta di una persona sola che ha subito uno sdoppiamento, come tanti altri personaggi della narrazione evangelica? Si tratta di due persone i cui nomi, titoli, ruoli e responsabilità sono stati intrecciati e confusi negli interessi della contraffazione storica? Sono forse i due aspiranti messia degli esseno-zeloti, quello di Israele (il capo politico) e quello di Aronne (il capo spirituale)? Se Gesù Barabba è il prigioniero che fu liberato, dobbiamo credere che Gesù non è mai stato crocifisso, coerentemente con quanto sostenuto dalla tradizione coranica e da altre tradizioni?

Abbiamo una lunga serie di domande, ma non abbiamo le risposte. E il mistero di Barabba, che pure ha portato alla luce alcuni importantissimi aspetti della questione, troppo spesso ignorati, diventa sempre più misterioso.

David Donnini